23 Maggio 2026 -

LES SURVIVANTS DU CHE (2026)
di Christophe Dimitri Réveille

«Altri Paesi nel mondo hanno bisogno dei miei modesti sforzi», scriveva nel ’65 Ernesto ‘Che’ Guevara de la Serna nella lettera con cui, sei anni dopo la vittoria a L’Avana, annunciava a Fidel Castro la sua intenzione di lasciare Cuba e i relativi incarichi politici per portare avanti anche altrove l’ideale rivoluzionario e la guerriglia. Già perfettamente conscio, con ogni probabilità, che prima o poi avrebbe inevitabilmente trovato la morte, ma anche che proprio con il suo sacrificio quella meravigliosa ed eterna utopia di lotta permanente dei Popoli contro il colonialismo e le ingiustizie sociali sarebbe diventata ancora più universale, vibrante, partecipata. Immortale, come l’icona di ribellione in cui sua esecuzione sommaria del 9 ottobre 1967 in Bolivia lo ha inevitabilmente trasformato, fulgido esempio di ostinazione e coraggio in cui identificarsi per alzare il pugno e non arretrare – «¡Patria o muerte, hasta la victoria siempre!» – fino alla caduta dell’imperialismo oppure fino all’ultimo uomo. Ed è in effetti proprio di quelli che furono letteralmente i suoi ultimi uomini che si mette alla ricerca Les survivants du Che. Fra quarantasette seguaci, gli ultimi sei fedelissimi – i tre cubani Pombo, Urbano e Benigno disposti a seguirlo nella vita e nella morte fino in capo al mondo prima in Congo e poi in Bolivia, insieme ai tre boliviani Inti, El Ñato e Dario addestratisi a Cuba già con l’obiettivo di esportare la Rivoluzione e il marxismo nel loro Paese – appunto sopravvissuti (almeno per un po’) alla sua cattura e al suo omicidio senza processo che ormai pure gli ex-agenti della CIA ammettono candidamente fosse un ordine giunto direttamente da Washington e non (solo) dal dittatore Barrientos, di cui ricostruire l’eroica resistenza nella conseguente ritirata di oltre 2400 chilometri sui 3000 metri dell’Altopiano braccati da oltre mille soldati dell’esercito regolare boliviano e dai Servizi statunitensi senza mai pensare nemmeno per un minuto ad arrendersi o alla propria salvezza, ma sempre e solo a come riorganizzare e portare avanti la lotta e la Rivoluzione. Sei (grandi) uomini, con il loro patto di aiutarsi strenuamente oppure in caso di ferimento grave di finirsi a vicenda per evitare sofferenze ed interrogatori, che la Storia ha finito per dimenticare, e ai quali ora il francese Christophe Dimitri Réveille, già attore, produttore e acting coach, restituisce con senso di commozione e soprattutto giustizia quel ruolo, quella dignità e quella memoria che non hanno mai smesso di essersi meritati e che il mondo ha loro negato, in un documentario d’esordio alla regia figlio di una gestazione lunga ben ventidue anni di interviste, viaggi, archivi in cui cercare i pochi sparuti filmati disponibili e, forse soprattutto, tempo necessario per realizzare le ricostruzioni animate – la mente corre inevitabilmente agli inserti di Simone Massi per Samouni Road di Stefano Savona, ma non solo – di ciò che invece non è mai stato filmato ma solo visto, e che ora deve necessariamente essere raccontato con urgenza per non andare definitivamente disperso. Con un’animazione semplice, statica, coerentemente spoglia ed essenziale come le illustrazioni del tempo e allo stesso modo virata in seppia come nell’incartapecorirsi dei fogli (e delle emulsioni) lungo lo scorrere degli anni, con la quale agganciarsi alle parole in prima persona dei testimoni e ai luoghi che furono teatro della Storia per far riemergere nei monocromatismi dei contorni a china e in una fluidità solo relativa, ma proprio per questo così filologica e giusta per la natura dell’operazione, le immagini mancanti di quei momenti da rievocare e di cui restituire il ricordo.

Poi sì, in quell’insistito alternarsi delle tante teste parlanti che affollano con i loro racconti le immagini di Les survivants du Che – Pombo, Benigno, Dario, Inti, ma anche lo scrittore ed ex-militante transalpino Régis Debray la cui detenzione illegale in Bolivia fra torture e pressioni statunitensi risvegliò in Europa e in Francia le coscienze anche dei più estremi conservatori gaullisti, e dall’altra parte (ma come semplice controcampo, senza nemmeno l’intenzione di creare un reale contraddittorio attorno al doveroso omaggio ai guerriglieri e alle guide che nel corso del loro cammino rivoluzionario hanno rischiato le proprie vite per proteggere le loro) gli uomini dell’esercito boliviano e della CIA che li combattevano come terroristi internazionali – il film di Réveille scopre effettivamente il fianco a una struttura e forse anche a un’ambizione in definitiva più televisiva che realmente cinematografica, che solo in parte gli inserti animati e la statuaria voce fuori campo del sempre grande Vincent Lindon chiamato a tenere le fila e ad annodare insieme le varie schegge di un mosaico di memorie riescono a riportare verso il grande schermo. Eppure, la sua presenza in prima mondiale fuori concorso fra le Séances Spéciales di questo 79esimo Festival di Cannes oramai quasi in dirittura d’arrivo è lo stesso perfettamente legittima e anzi per molti versi doverosa, da una parte tutto sommato a suo agio (pure se non allo stesso livello oggettivamente altissimo delle altre produzioni) all’interno del sostanziale ed esaustivo focus sulle possibilità e sul senso dell’animazione contemporanea emerso dai ben dieci cartoni animati, in pratica tutti per adulti, presentati trasversalmente lungo le sezioni della kermesse, e dall’altra perfettamente in linea con la presa di coscienza di un’edizione più che mai politica, che non è stata semplicemente a guardare i recenti stravolgimenti del mondo ma che ha compiuto scelte ben precise che riportassero al centro i conflitti – siano questi morali, si vedano giusto per fare qualche esempio il Fjord di Mungiu e Paper tiger di James Gray ma pure il sottovalutato Kore-eda sci-fi di Sheep in the box; familiari, fra il Sorogoyen di El ser querido e la Léa Mysius di Histoires de la nuit; identitari, in testa L’inconnue di Harari e Jim Queen del duo animato Nguyen/Athané ma anche La vie d’une femme di Charline Bourgeois-Tacquet, il pur deludente e pasticciato Histoires parallèles di Farhadi e in maniera del tutto diversa il Pawlikowski di Fatherland; ma soprattutto esplicitamente bellici, con una guerra in pratica onnipresente dal suo utilizzo come sfondo e cartina di tornasole del contemporaneo da parte del Minotaur di Zvyagintsev alle trincee della Prima Mondiale secondo il Dhont di Coward, passando per il Lusitania affondato in Lucy lost e per la Civile spagnola del pur brutto La bola negra – come per ribadire la necessità di aprire gli occhi, di svegliarsi dal torpore e di tornare a lottare secondo coscienza di classe, internazionalmente, per una pace duratura e per un ideale sempre più calpestato di giustizia. È in questo senso che Les survivants du Che, con le sue interviste ai sopravvissuti e con la sua certosina ricostruzione della loro storia dimenticata, con il suo discorso che nel seguire cause ed effetti inevitabilmente si allarga alla Baia dei Porci, alla Guerra Fredda, al (fallito, ma non per questo meno bello) sogno dell’unione Tricontinentale Sudamerica-Africa-Asia con cui contrapporsi all’imperialismo (non solo) a stelle e strisce, con i suoi racconti di contadini che scelgono senza esitazione di rischiare per aiutare «i buoni» e non certo in ultimo con la commovente sensibilità e statura politica e umana di Salvador Allende che, al tempo all’opposizione e non ancora assassinato dal colpo di Stato militare di Pinochet, dal Cile mosse ogni possibile mezzo diplomatico per far rientrare i protagonisti indenni a Cuba viaggiando personalmente insieme a loro, si pone come mattone di una dissertazione cinematografica, politica e sociale più ampia, di cui l’etica storica e umana delle loro parole raccolte ormai anni fa prima della loro morte (chi nel 2016, chi nel 2019) per salvarle dall’oblio e in effetti ora pronte a riportarli in vita e a consegnarli all’eterno è uno dei cardini più fondamentali. Un percorso di caduti a cui rendere omaggio, di tattiche da mettere in pratica e di lunghe rotte dei contrabbandieri, in cui riscoprire la Storia e restituire la leggenda, ma soprattutto in cui (ri)trovare la lotta come missione di vita, come necessità per garantire un futuro migliore ai propri figli, come ultima e definitiva forma di Resistenza dal basso, tutti insieme, ad alzare il pugno ed essere disposti a morire pur di cambiare il mondo. El pueblo unido jamás será vencido, avrebbe detto qualcuno. Nella lotta da vivi, così come nell’ispirazione per chi la porterà avanti dopo la morte da eroi.

Marco Romagna

“Les survivants du Che” (2015)
Biography | France
Regista Christophe Dimitri Réveille
Sceneggiatori Christophe Dimitri Réveille
Attori principali Fidel Castro, Ernesto 'Che' Guevara, Bill Ayers, Régis Debray
IMDb Rating N/A

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