21 Maggio 2026 -

LUCY LOST (2026)
di Olivier Clert

Non è solo nell’esplicito del tratto delicato e tondeggiante, che sin dalla luna che già nella prima tavola di Lucy lost si specchia sulla superficie dell’acqua sembra gridare il suo amore verso l’immaginario di Hayao Miyazaki. A partire dalla decisione di esordire al lungometraggio adattando liberamente proprio quell’Ascolta la luna dato alle stampe nel 2014 dallo scrittore britannico Michael Morpurgo già autore di War horse, lo sguardo del regista e animatore francese Olivier Clert a cercare di mettere in pratica le lezioni imparate nel corso degli anni dallo Studio Ghibli sembra essere un qualcosa di molto più profondo e sentito di una semplice scelta estetica fatta di occhi grandi ed espressivi, di bocche che si espandono d’emotività e non certo a caso di aerei – già, proprio quegli aerei, sempre quegli aerei – che volano (e sparano) sulla notevole ricchezza grafica dei dettagli dei fondali. È semmai una vera e propria dichiarazione programmatica, in cui alla ricerca di una superficie meravigliosa e sognante il più possibile affine allo stile di disegno miyazakiano, ai suoi fantasmi e alla sua immaginazione fatata – ma che in almeno tre o quattro momenti vira verso soluzioni e tecniche totalmente differenti, fra gli innesti illustrati in cut-out di una New York di carta, gli incubi a carboncino e i ricordi in bianco e nero ad acquerello – corrispondono, filtrate dagli occhi dell’infanzia, quelle tematiche in realtà adulte e complesse di guerra, visioni, dolore, amore familiare e identità che hanno invece accompagnato come inalienabili ossessioni l’intera carriera di Isao Takahata, e che qui ritornano intatte nel trarre dalle pagine per bambini (ma non solo) di Morpurgo il trauma popolare del primo conflitto mondiale anche nel quotidiano lontano dal fronte e dalle trincee, gli incubi della gente comune, i figli partiti per diventare eroi e invece ritornati in una bara, il clima di paura nei confronti dello straniero che anche su un’isola ai confini del mondo si contrappone crudele alla più commovente solidarietà umana, e poi il tragico affondamento del transatlantico Lusitania colpito il 7 maggio 1915 dai missili di un sottomarino tedesco e inabissatosi in diciotto minuti portando con sé in fondo al mare oltre due terzi dei passeggeri civili, in gran parte donne e bambini, nel loro ultimo viaggio dall’America a Londra. Tuttavia, per quanto in Lucy lost la vicenda sia in sostanza la stessa di Listen to the Moon, Clert e la co-sceneggiatrice Helen Blakeman scelgono di ri-raccontarla ex-novo dalla prospettiva della bambina protagonista non più resa muta dallo shock ma esattamente al contrario in dialogo con un’amica immaginaria (?) statunitense, in un alone di magico mistero nel quale ritardare fino quasi a metà film la verità di quel suo ritrovamento sola su un’isola deserta fasciata in una giacca militare nemica che era invece l’incipit (o poco più) del libro, e nel frattempo trattare con toccante tenerezza il trauma, l’allucinazione e la psicosi infantile prima come un sogno ad occhi aperti con il quale dolcemente convivere e poi come una specularità di esperienze e reminiscenze intrecciate, come un doppio bergmaniano in cui scambiarsi luoghi, navi, corporalità e anime, come una serie di ribaltamenti di trama e di senso con cui ogni volta ridiscutere sin dal principio (quasi) tutto, tranne l’amore. Come il percorso tortuoso, inevitabilmente frammentario e disseminato di false piste, con cui riemergono i ricordi che si riordinano e stratificano fino a (ri)comporre un’identità.

Ma chi è davvero Lucy la perduta? Da dove viene? Chi sono i suoi genitori? Qual è la sua storia prima del ritrovamento? Perché, pur priva di memoria, sa suonare il pianoforte e non ha alcuna difficoltà a domare il cavallo più selvatico dell’isola? E quella Milly McKenzie che solo lei può vedere e che ogni volta le dice di essere in realtà in un altro luogo, è un suo semplice gioco da bambina, è un vero e proprio delirio schizofrenico, è un superpotere o è una scheggia di qualcosa di ancora più profondo che sta iniziando a emergere dal suo subconscio? «Dovremmo smettere di mentirle», dice sin da (quasi) subito il fratello più grande ai genitori quando pensano che Lucy non li senta. Ma non si può ancora dire la verità, in ogni caso solo parziale e ancora tutta da ricostruire, a quella fragile bambina dai capelli bianchi, già sospettata di essere una strega da buona parte della popolazione delle isole Scilly al largo della Cornovaglia e anche per questo da proteggere a ogni costo dai grandi e dai piccoli di quella comunità che si rifiuta di accettarla, e che appena avrà chiaro il dettaglio del suo ritrovamento in un’uniforme tedesca non perderà tempo per prepararsi al tentativo di linciaggio della «nemica». Bisogna lasciare che emerga lentamente, a poco a poco, fra un’apparizione e l’altra di Milly, fra una precognizione e la chiave di un baule, fra il materializzarsi di un volto sorridente con in mano una moneta da un marco e un viaggio verso un orfanotrofio da cui sbloccare il ricordo di un altro viaggio verso un ospedale, e nel frattempo essere famiglia, parare i colpi, difendere e sostenere la piccola, crescerla e amarla come se fosse propria. Correre tutti insieme nella notte a salvarla dai suoi incubi da sonnambula, e fra una piccola rivelazione e l’altra farle capire giorno dopo giorno come non conti nulla essere nati con sangue francese, tedesco o americano, perché l’unico reale senso di appartenenza alberga nella purezza dei sentimenti. Un senso di pietà e di solidarietà umana che, nel film di Olivier Clert così come nella storia originale, passa reciproco e senza soluzione di continuità da uno schieramento all’altro come un chiaro messaggio antibellico che rifiuta ogni possibile divisione in buoni e cattivi, preferendo invece lavorare, come si diceva, sul senso di identità e sulla memoria, sull’amore familiare e sull’amicizia, sull’immaginazione e sul coraggio, su una fantasmatica specularità che sembra(va) di spazio e che invece forse è (solo) di tempo. Fino alla definitiva consapevolezza, e agli struggenti ritorni prima a un padre e poi a una famiglia che è e sarà per sempre la propria. Elementi fondanti di un’opera, in prima mondiale fra le Séances Spéciales del 79esimo Festival di Cannes fra le tantissime gemme d’animazione che hanno trasversalmente invaso l’edizione, pensata inizialmente dallo Studio Xilam come serie animata in otto episodi ma ben presto, probabilmente rendendosi conto delle reali potenzialità, reimmaginata in un film per tutti e semplicemente magnifico, sorprendente nelle forme del suo 2D e nella sostanza delle sue riflessioni, tanto intelligente e mai banale nella sua indagine psicologica legata a doppio filo alla Storia quanto impeccabile e spettacolare (il naufragio del Lusitania che rievoca il Titanic di Cameron, ma non solo) nella sua confezione tecnica. Un film come si diceva di identità e di appartenenza, di miraggi e di ricordi, di pescatori e di soldati contro, di pietà umana e di stelle cadenti a cui chiedere la fine della guerra, ma anche di emarginazione, di crudeltà dell’infanzia e di una paura del diverso tristemente inevitabile in ogni contesto bellico. Ma soprattutto un film a cui basta uno scambio di sguardi in lacrime dai due lati di un oblò per raccontare poeticamente un sentimento di sincero affetto fra (ormai) fratelli, basta un cappello che galleggia fra le scialuppe in mare perché la tragedia diventi commossa partecipazione, e basta lo sfiorarsi delle mani su un prato per cristallizzare in una sola immagine un’amicizia impossibile e toccante come la memoria, da cui imparare ad ascoltare i sogni fino a ritrovare se stessi e finalmente, dopo essere (stati) sopravvissuti, ricominciare per davvero a vivere, a emozionarsi, a (sor)ridere, a piangere di sensibilità e di gioia. Ad amare come ama una figlia, da una parte e dall’altra dell’Oceano.

Marco Romagna

“Lucy Lost” (2025)
Animation, Adventure | France
Regista Olivier Clert
Sceneggiatori Helen Blakeman, Olivier Clert, Michael Morpurgo
Attori principali N/A
IMDb Rating N/A

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