14 Agosto 2026 -

NEW YORK MIRIAM ET MOI (2026)
di Rémy Schaepman e Léahn Vivier-Chapas

In greco antico il verbo καρηβαρέω significava letteralmente “avere la testa pesante”, e veniva indicato per indicare la cefalea o, ancora più spesso, i sintomi del post-sbornia. Un termine che si sarebbe evoluto non nel latino classico ma solo in quello tardo, prima facendo slittare il mal di testa sul rumore molesto in grado di provocarlo e definendo caribarium, o meglio con il plurale caribaria, la pratica rituale di battere su pentole e oggetti di varia natura per protesta o per derisione pubblica, e poi estendendone progressivamente il concetto fino a indicare genericamente la follia e il disordine. Da qui, nel suo ulteriore passaggio alle lingue moderne, l’etimologia si dirama, con il francese charivari che continua a definire semplicemente il “frastuono”, mentre nella vicina Germania, e in particolare nella tradizione bavarese, la gazzarra e lo sconvolgimento dell’ordine si sono in qualche modo ammantati di eroismo collettivo e individuale, rappresentato appunto dai charivari tipici monili di bigiotteria popolare in cui attaccare a una pesante catena da portare per tutta la vita legata al gilet o ai pantaloni monete, pietre, medaglie e corna di animali come talismano per una caccia fruttuosa. Un excursus nella linguistica che di fatto non c’entra o quasi con gli ottanta minuti di New York, Miriam et Moi, ennesimo esempio dello straordinario stato di salute del cinema animato francese che dalla sua prima mondiale fra i Locarno Kids della 79esima edizione della kermesse ticinese segna l’esordio al lungometraggio per i talentuosi Rémy Schaepman e Léahn Vivier-Chapas, ma che consente di partire dal senso simbolico – e appunto dai suoi progressivi scivolamenti di senso lungo il corso del film – di un oggetto che non è per nulla un caso indichi prima l’appartenenza (malvagia, anche se non è questo il punto) e poi l’anticipazione della sconfitta per un’immaginaria cellula nazista attiva nella New York del ‘41, e che nel frattempo e soprattutto costituisce l’indizio fondamentale che permette al piccolo protagonista Steven di capire l’inganno, svelare la cospirazione e cambiare almeno in parte la Storia sventando l’attentato a un transatlantico stipato di ebrei portati in salvo dall’Europa nazifascista agli Stati Uniti. Tematiche assolutamente adulte e circostanziate che lo scrittore (e regista) figlio di famiglia ebraica riuscita a fuggire dalla Vienna del ’38 Robert H. Lieberman ha scelto di trasformare, prima sulle pagine del suo romanzo The nazis, my father & me e ora nell’adattamento per lo schermo che lui stesso firma insieme a Shaepman, Marie Eynard e Olivier Legrand, in una storia di uguaglianza, avventura, accoglienza, memoria, fiducia e antirazzismo per tutte le età. Un coming of age (letteralmente) esplosivo – ispirato già nel 2006 dal suo ritorno per girare Last stop Kew gardens in quel Queens che gli aveva dato rifugio da bambino e ambientato fra (il ribaltamento di) elementi autobiografici e pura invenzione in quella che fu la sua scuola elementare, nel porto cittadino e all’interno della Statua della Libertà – in cui partire dalla naïvetée e dalla purezza d’animo dell’infanzia per farla scontrare con la verità, e per farle smascherare e poi sconfiggere la banalità del Male passando dalla parità di ceppo etnico, genere e religione fra esseri umani come epifania, come reciproca salvezza e forse pure come un intero futuro insieme.

È per questo che Steven – nato in Germania come Stephan, ma da quando è negli USA fuggito con con il padre dall’avanzata del nazismo non hanno mai rivelato la loro reale identità – non è un bambino ebreo ma esattamente all’opposto tedesco, e che quando il padre ingegnere che ha sempre saputo al lavoro per gli americani sparirà dalla stazione ferroviaria inseguito dagli agenti della CIA con l’accusa di essere proprio una spia nazista non potrà che crollargli addosso l’intero suo mondo. Proprio come è per questo che, nel suo tortuoso percorso verso la verità e l’eroismo, saranno imprescindibili l’incontro e la frequentazione con l’esule ebrea austriaca Miriam, con la sua tragica storia e con la sua fionda sempre in tasca, in una reciproca accettazione e amicizia fra orfani attraverso cui bilateralmente capire realmente che cosa stesse succedendo dalle due parti dell’Oceano (emblematico il momento in cui la ragazza si appunta sul petto una stella di David in segno di solidarietà verso i perseguitati europei), e dimostrarsi a vicenda che realmente «non tutti i tedeschi sono nazisti e antisemiti» proprio come la popolazione ebraica non serba rancore generalizzato contro tutti i tedeschi. Insieme, rifiutano ogni imposizione di odio per scegliere invece di disvelare e incastrare uno per volta i tasselli di un puzzle enormemente più grande di loro, fatto di chiavi misteriose e dei chiarivari degli agenti infiltrati, di madrine che si rivelano realmente naziste e di padri che si rivelano realmente innocenti, e poi ancora di biechi ricatti e di occulte menzogne, di stanze segrete e di fughe sui tetti, di motoscafi e di modellini, di telecomandi e di microfilm. Un’avventura che Rémy Schaepman e Léahn Vivier-Chapas, sorretti direttamente dallo storico produttore (non solo) di Chomet e Ocelot (e ultimamente pure della Carmen di Laudenbach) Didier Brunner, realizzano con il tempo e la pazienza della tecnica tradizionale fra il fotorealismo coloratissimo dei fondali e i tratti morbidi e quando possibile privi di contorni (tornano in mente Sasha e il Polo Nord e La piccola Amélie) dei character design, a dare vita a una narrazione che procede rapida e avvincente mentre, fra l’aperta sfida di Miriam a un babanetto pseudohitleriano che la minaccia antisemita a scuola e quella di Steven alle cospirazioni criminali di un’intera famiglia di nazisti sotto copertura, inequivocabili si rinnovano il senso stesso della Memoria e l’afflato antirazzista, dichiarate morali di un film-favola che sa essere consapevolmente didattico ma non fastidiosamente didascalico, e che pur lambendola nel finale di un’ultima lettera e di un’unica foto che volano via prima di un abbraccio commossi sul molo non cede mai davvero alla retorica. Al contrario è anzi sempre attento ad alleggerire il dramma fra (letterali) voli su una gru ed elementi comici anche irresistibili, con un indimenticabile pappagallo nazista che alza l’ala destra salutando statuette del führer e con un cane tenero e amorevole (che ovviamente non può che chiamarsi Dolfie, diminutivo di Adolf) perfetto veicolo slapstick di cadute dalle scale ed improbabilissime sessioni di sci nautico, e non è certo un caso che più d’una volta – che passi il cinegiornale che annuncia la fine delle riprese de Il Grande Dittatore oppure che sia in proiezione Il Marchese del Falco – sia proprio la sala cinematografica (o magari il suo tetto) a offrire un rifugio sicuro ai piccoli protagonisti in fuga. Per una storia di salvataggio (reciproco, morale, di un padre, di un figlio, di un intero bastimento di esuli, della stessa accoglienza a ben vedere già nel ‘41 non sempre così realmente accogliente degli Stati Uniti) e di fiducia bene o malriposta, che tanto più in un momento di preoccupante recrudescenza di un antisemitismo che non sa o più probabilmente non vuole distinguere fra l’ebraismo e i crimini sfacciati e reiterati dello Stato di Israele ritorna a un discorso che ha evidentemente bisogno di essere ripetuto ancora all’infinito. Un discorso in cui la Shoah riverbera da appena fuori campo per ribadire ancora una volta l’orrore e al contempo il ridicolo delle discriminazioni razziali e del nazifascismo, e nel metterne nuovamente in luce i tentacoli e le menzogne dimostra come, per smontarle e per sconfiggerle, possa bastare l’innocenza di un bambino che apre gli occhi.

Marco Romagna

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