4 Settembre 2026 -

LA MAISON DU VENT (2026)
di Kouemo Yanghu Auguste Bernard

A ben vedere sta (quasi) tutto in quella fusoliera fatta di cartone, stracci e bottiglie di plastica con cui i bambini di Yaoundé non riescono a smettere di sognare un futuro lontano dal Camerun. Un (più o meno) aereo che già nell’immaginazione dei giochi infantili non può che essere rigorosamente marchiato Air France, e che Kouemo Yanghu Auguste Bernard, nel suo folgorante e straordinariamente consapevole esordio La maison du vent, giustappone malinconico e struggente in controcampo al dolore silenzioso di una madre che proprio con Air France ha visto andare via uno per uno tutti i suoi figli, per poi magari in qualche caso vederne tornare sempre con Air France solo la bara. Non si fraintenda: ovviamente non è la compagnia di bandiera francese l’obiettivo che la vis politica del film mette nel suo mirino. Air France vale semplicemente come simbolo immediatamente riconoscibile dell’ex padrone coloniale, principale firma sulle ferite socioeconomiche ben lontane dal rimarginarsi di un Paese in cui perfino la lingua locale non è mai stata ufficialmente riconosciuta e negli uffici pubblici bisogna passare al francese o all’inglese; un Paese talmente vampirizzato nel passato da ritrovarsi a ormai 66 anni dalla sua indipendenza ancora privo o quasi di prospettive, nel rinnovarsi inesorabile generazione dopo generazione di un circolo vizioso di povertà, insensibilità, emigrazione dei giovani e amara solitudine di chi rimane. È per questo che, come si diceva in apertura, sta già (quasi tutto) in quella fusoliera di cartone. Una manciata di inquadrature che, in quello che è probabilmente l’apice emotivo della narrazione, porta fino alla massima sottrazione possibile gli innumerevoli spunti di un film di testa, che consapevolmente cerca un linguaggio e uno sguardo orgogliosamente anticolonialisti nell’immaginario locale e nella contemporaneità anche tecnologica dell’Africa di oggi, e al contempo film di grande cuore, con il racconto di un rapporto umano intergenerazionale complesso, fatto di luce ma anche di oscurità, che nasce, cresce e si ramifica fino a un’ultima mezz’ora al contempo dolce e malinconicissima che dosa alla perfezione tenerezza e strazio per riscrivere il senso stesso di affetto e di famiglia.

È prima di tutto un grande controcampo, La maison du vent. Un film che ribalta l’intero filone di emigrazione e viaggio concentrandosi al contrario su chi resta, sulle sue videochiamate con i figli ormai sparsi per l’Europa, sul suo orgoglioso e dignitosissimo rivendicare le origini e l’identità di una famiglia lottando quotidianamente contro ogni difficoltà per riportare almeno qualcuno a casa. Un film di solitudine postcoloniale e di fotografie vecchie e nuove appese alle pareti, con cui il regista camerunense a sua volta partito anni fa per studiare cinema a Tolosa posa lo sguardo sulla sua vera madre, la sorprendente ottuagenaria non-attrice (ma non lo direbbe nessuno, tanto è straordinaria nel portarsi il lungometraggio sulle spalle con i suoi silenzi e con il suo minimale linguaggio del corpo a cui basta una vibrazione impercettibile per esprimere qualsiasi tipo di emozione) Josette Kwanya, e abbracciando con delicatezza e sincero affetto filiale la sua personale prospettiva la mette al centro di una vicenda di finzione direttamente ispirata alla sua umanità quotidiana. Una parabola in cui immaginare, fra la supervisione dei lavori alla casa in cui a breve (non) tornerà uno dei sei figli e le difficoltà economiche e burocratiche di una carta di identità smarrita e di una società di mutuo soccorso femminile che in realtà non si rivelerà per nulla diversa dagli strozzini occidentali, l’incontro destinato a evolversi in un legame sempre più profondo con una giovane ragazza del quartiere, Sarah, attraverso la quale riscoprire il calore e la vicinanza, insieme alla quale contrapporre le aspirazioni entusiaste della gioventù al rigore morale della senilità, e infine con cui affrontare uno scontro generazionale forse inevitabile e sicuramente necessario per poi potersi ritrovare e scegliere a vicenda, in barba al sangue e ad ogni convenzione, come madre e come figlia. Un progressivo (e letterale) abbattimento di un muro che, partendo da antipodi anagrafici e morali, un passo alla volta erode ogni tipo di distanza e avvicina sempre più le due donne in un’unione che è una vera e propria forma di Resistenza, mentre intorno a loro si delinea il ritratto di un Paese che è sì politicamente fra i più stabili del Continente Nero, che è sì fra i più avanzati con strade, treni, aeroporti e connessioni wi-fi perfettamente affidabili, ma al quale ancora non è stata concessa la forza per recidere le radici che tutt’ora lo legano ai tempi coloniali, né tanto meno per smarcarsi dalla sua atavica violenza patriarcale, dal malcostume della corruzione e dall’indifferenza dilagante.

Come si diceva, Kouemo Yanghu Auguste Bernard dimostra grande intelligenza nel mettere tutto questo in scena da un ben preciso punto di vista e con un ben preciso senso dell’equilibrio fra il sociopolitico, lo strazio e la commozione, portando in prima mondiale fra gli Orizzonti di Venezia83 un film ricco tanto di simboli – la casa del vento del titolo, avvolta dall’edera fra il sogno e l’incubo, ma anche i talk show televisivi, le foto dei parenti, le antiche tradizioni matrimoniali e i nuovi metodi di comunicazione, le diverse percezioni del ruolo della donna, l’europeo bianco innamorato come sogno in realtà ormai oggettivamente impossibile, le anziane in assemblea e nei riti funebri, e ovviamente l’aereo di stracci di cui si raccontava all’inizio – quanto di accorati pedinamenti del costante evolversi delle emozioni delle protagoniste. Lontano tanto dai canoni estetizzanti e formali di Hollywood quanto da quelli “da Festival” delle produzioni d’autore europee, La maison du vent decostruisce così consapevolmente ogni prassi consolidata della narrazione cinematografica (che per l’Africa vuole dire necessariamente di importazione, e quindi sostanziale subdola forma di neo-colonialismo dell’immaginario), per mettersi alla ricerca di altre forme linguistiche, di altre basi culturali e di altre prospettive che sappiano raccontare il Camerun realmente dall’interno, senza più alcun tipo di filtro occidentale a distorcerne lo sguardo a proprio uso e consumo. Un Camerun necessariamente stratificato e contraddittorio, fatto di distese assolate e di colori saturi ma anche di fame di soldi e di menzogne destinate prima o poi a sgretolarsi, e dall’altra parte fatto di dolore, lontananza e sensazione di abbandono ma anche della possibilità di un legame inaspettato e bellissimo, attraverso la cui evoluzione magari rendersi conto di avere finalmente realizzato, passando per una via differente e inattesa, i propri sogni più profondi. Senza più bisogno di sconvolgere le nuove vite dei figli biologici per non rimanere soli, oppure di sognare un principe azzurro francese a cui pensare di nascondere per tutta la vita di essere già sposati con un uomo violento da cui è impossibile ottenere il divorzio. Senza più l’amara delusione di Josette quando al posto dell’agognato figlio arriverà a chiedere le chiavi della casa nuova l’inquilino che l’ha presa in affitto, e senza più la sensazione di Sarah di essere stata tradita dall’anziana quando in realtà la sua saggezza è stata l’unica possibile salvezza da un’altra situazione senza via d’uscita. Due donne esattamente al contrario ormai definitivamente consapevoli che la Francia è «fredda», imparagonabile al calore umano di una vicinanza che non ha più barriere, e che aspetta solo di unire due case attigue nei sorrisi da una parte all’altra di un muro di cinta che cade per sempre.

Marco Romagna

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