È interessante già dal titolo come sia Une femme aujourd’hui, e non d’aujouard’hui, quella a cui guarda Robert Guédiguian per comporre il venticinquesimo tassello della sua filmografia sociale in costante aggiornamento sul presente. Un oggi, e non genericamente di oggi inteso come modernità estesa, che risuona quasi come una dichiarazione programmatica non solo di questo film ma di quell’intero mosaico cinematografico dall’afflato marxista che ormai dall’81 trova nelle mutazioni della multietnica Marsiglia lo specchio perfetto delle direzioni politiche di tutto il mondo, e che a cadenza più o meno biennale le mette in scena adeguandosi alla più precisa contemporaneità con lo stesso nucleo ormai affiatatissimo di attori, amici e attivisti portando avanti insieme – tanto più dopo il ritiro annunciato oltremanica dall’omologo e probabilmente maestro a distanza Ken Loach – la fiaccola di un cinema militante e sinceramente proletario, antirazzista, anticoloniale, antifascista, femminista, sempre fiero e orgoglioso nel portare avanti a testa alta i suoi ideali Comunisti. Come se quell’oggi da una parte volesse rivendicare l’attualità politica sempre bruciante di film concepiti rigorosamente come qui e ora dall’autore francese di origine armena e tedesca, la costante urgenza delle sue riflessioni adesso non più rimandabili perché domani già tragica conseguenza dell’averle ignorate, mentre dall’altra, in un film che parte questa volta in controcampo rispetto al consueto sottoproletariato, raccontando il trauma e la presa di coscienza che porterà appunto una donna in carriera iperborghese e un po’ altezzosa ad aprire gli occhi e a ridiscutere l’intero senso della sua vita fino al volontariato e alla più totale generosità, sembra quasi voler ri-delineare nella contemporaneità del 2026 la medesima puntualità sul 1951 con cui Roberto Rossellini creò uno squarcio nell’Italia post-bellica classista e smarrita nel contrasto inversamente proporzionale fra ricchezza, umanità, miseria e squallore morale. Un riferimento, quello a Europa ’51 (e inevitabilmente agli altri suoi seguiti apocrifi già realizzati nel 2005 da Straub/Huillet e lo scorso anno da Radu Jude), che per molti versi quasi sovrappone la parabola etica, politica ed esistenziale affrontata dalla Juliette di Marilou Aussilloux a quella che fu dell’Irene di Ingrid Bergman, con il trauma della perdita del figlio sostituito dallo stupro totalmente inaspettato da parte di un collega, e con la Roma di borgata così diversa dai salotti-bene e così più viva nella sua spontaneità emotiva che si radicalizza in una casa-famiglia per ragazze madri per lo più straniere con bambini, da scoprire per caso e a cui finire per dare tutto ciò che si ha fra le resistenze razziste del vicinato e il biasimo dei fratelli. Anche Juliette, esattamente come Irene, verrà giudicata pazza per il suo prodigarsi, ma dove Rossellini chiudeva con il ricovero in manicomio e la definitiva desolazione di un Sistema che vince sempre, Guédiguian preferisce invece far passare il suo realismo attraverso il disvelarsi di un vecchio segreto coloniale che cambia (nell’identità ma non negli affetti) l’intero senso della famiglia, attraverso un parallelismo generazionale di ferite che si rinnovano come una maledizione ma anche come l’aperto elemento magico di un dono da guaritrice che si rinnova di generazione in generazione per togliere il dolore dal mondo, e da lì virare verso la nascita di una nuova speranza, verso la comprensione e anzi il senso dell’onore di una madre, verso il valore inestimabile di un’amicizia, verso il superamento di un trauma impossibile da cancellare ma che finalmente si riesce a lasciare nel passato, non più in grado di fare del male. Verso la dolcezza dell’amore, forse esperito davvero per la prima volta.
La formula è sempre quella ampiamente collaudata e familiare di tutti i film di Robert Guédiguian. La moglie e musa Ariane Ascaride questa volta è la madre della protagonista, i sodali di sempre Gérard Meylan e Jean-Pierre Daroussin sono rispettivamente il padre e il vicino di casa, mentre fra i giovani che ormai da anni segnano una vera e propria seconda generazione di volti del cinema dell’autore francese Robinson Stévenin e Adrien Jolivet interpretano i due fratelli di Marilou Aussilloux a sua volta già nel cast del precedente La gazza ladra, con Lola Naymark e Grégoire Leprince-Ringuet che lasciano invece qui da parte ogni possibile legame di parentela con i più storici attori di cui più volte sono stati figli sullo schermo per andare a comporre le sfaccettature della generazione presente, quella dell’oggi a cui necessariamente si deve e si vuole rivolgere Une femme aujourd’hui. Una generazione non più di comprimari prima bambini e poi adolescenti ma di nuovi adulti che hanno oramai preso il loro posto nel mondo sostituendo progressivamente i loro ascendenti, e che nel raccoglierne il testimone sono di fatto chiamati a decidere se continuare a replicarne le dinamiche sociali oppure rifiutarle, scegliendo di mettersi apertamente contro il Sistema a costo di affrontare una nuova lotta di classe. Pure la upper-class Juliette, del resto, ancora apparente principessa nel suo castello (di carte, o forse di sabbia) di un (over)lavoro importante in una società finanziaria e di apparente emancipazione fra la sua ricca villa con piscina (che inizialmente «non è un rifugio») e i suoi incontri occasionali su Tinder, fa pienamente parte del Sistema globalizzato. Eppure, quando un suo collega deciderà di assaltarla violentemente in auto dopo un meeting aziendale, e dopo essere stato ferito e rabbiosamente allontanato dalla sua più che legittima (ma impossibile da dimostrare) difesa negherà tutto e anzi la trascinerà in tribunale per omissione di soccorso, l’intero mondo di Juliette si sgretolerà in un solo traumatico istante rivelandole tutta la sua natura illusoria e ipocrita, per poi stratificarsi nel parallelo con la scoperta improvvisa della vera storia della madre, figlia biologica sì del nonno (e delle sue colpe coloniali) ma anche di una giovanissima serva algerina con cui la protagonista capisce di condividere non solo il dolore dello stupro e il piacere nel farsi accarezzare i capelli, ma anche la capacità magica di guarire gli altri con le mani e quindi di rendersi utile al prossimo, migliorando almeno qualcosa di questo mondo. È per questo che, con la morte dentro, riuscirà a trovare una risposta umana attraverso la quale pian piano elaborare il suo dolore, il suo senso di umiliazione e la sua perdita di ogni piacere solo nella povertà quasi assoluta ma non per questo meno dignitosa, nel cibo appena scaduto regalato dai supermercati e nella mutuale solidarietà della casa-famiglia contro cui va letteralmente a sbattere fuggendo dalla violenza sessuale, e che quando un attentato trasformerà l’istituto in un cumulo di cenere per pronta risposta Juliette trasformerà la sua lussuosa casa in nuovo centro di accoglienza in cui offrire protezione contro tutto e contro tutti. Con il nascere e il crescere di nuovi rapporti umani, con un paio di cuffie regalate d’impulso senza nemmeno pensarci, con chi bisogna riuscire a salvare dalla prostituzione e qualche danza insieme, e soprattutto con la solidarietà di un’amica vera e con l’occasione di un tenero innamoramento attraverso il quale vincere i blocchi e i rifiuti del corpo, ritrovare il piacere del contatto, riuscire finalmente ad aprirsi e a riscoprire la dolcezza.
Come a dire che, se nel pieno della sua carriera e del suo snobismo Juliette poteva sospirare al Giappone proprio come sospensione fra il passato e il futuro «in cui sembra non esistere il presente», a Marsiglia l’oggi è un qualcosa che non solo esiste ed è bruciante ma striscia, serpeggia, magari si dissimula nell’ipocrisia di una società che si finge egualitaria e progressista riempiendosi la bocca di parità salariale e identici diritti, ma prima o poi non potrà che gettare inevitabilmente e nel modo più atroce la sua maschera per svelare ancora una volta il vero volto sessista, classista e razzista di una cultura fondata sul patriarcato e sull’oppressione dell’imperialismo, nei fatti sempre identica oggi in Francia come ieri nelle colonie algerine. Ma anche che dall’altra parte bisogna saper scegliere, rifiutare di farsi comprare, e poi trovare le persone giuste, re-imparare a concedere e a ricevere fiducia e affetto, prodigarsi insieme per una giusta causa e lottare ogni giorno per portarla avanti, riscoprire (politicamente, emotivamente, sentimentalmente) l’umanità in tutte le sue sfaccettature. Il risultato, presentato questa volta a Venezia83 nel concorso parallelo e indipendente di Giornate degli Autori, è un film magari senza particolari guizzi registici e con qualcosa di schematico e un po’ forzato nel suo scorrere (si veda il ritiro delle accuse da parte dello stupratore, che arriva proprio quando il padre di Juliette da qualche parte fra la minaccia e la vendetta lo sbalza con la sua auto dal motorino fornendogli quello che sarebbe stato un assist per un’ulteriore denuncia avendo questa volta piena ragione), ma non per questo meno lucido e politico nel guardare alla contemporaneità e farne ancora una volta pura militanza senza cedere al manicheismo dicotomico fra il Sistema e l’attivismo dipingendoli alla stregua di buoni e cattivi. Esattamente all’opposto, cerca di inserirsi nelle sfumature e nelle zone d’ombra fra il classismo che emerge dalla famiglia e la xenofobia inaspettata del gentile vicino di casa, e poi ancora fra il moto di altruismo una collega che cambia lavoro in solidarietà con la protagonista e il momento di (ennesima) frustrazione del buon uomo (che però non a caso saprà rimanere anche in quell’occasione un buon uomo rispettoso e paziente) che ha scelto ancor prima di lei di prodigarsi per il prossimo, ma che ora non conoscendone il dolore passato vorrebbe averla e non capisce perché continui a tirarsi indietro all’ultimo minuto. Come se ogni dettaglio di Une femme aujourd’hui e dei suoi personaggi nient’altro fosse che l’ennesima pennellata su un affresco multiforme su cui da ormai quarantacinque anni Guédiguian continua a dipingere minuziosamente il presente e le sue evoluzioni, mentre scruta il mare davanti a Marsiglia continuando giorno dopo giorno a evocare il Sol dell’Avvenire. Vede e riproduce i traumi, gli shock, i germi insiti in profondità nella società capitalistica, le cicatrici che si rinnovano oggi lungo le generazioni, e a furia di attendere, lottare e credere fino in fondo nella magia a volte gli capita di riuscire miracolosamente a scorgerne anche qualche raggio, come un barlume di calore fra cinque dita che si chiudono in un pugno. O forse come il volo verso l’Algeria e la commozione di una coppia di canarini, finalmente liberi di portare il loro messaggio d’amore.
Marco Romagna