Il film si apre sulla messa in scena della maestà. Un pittore dal fuori campo dirige la posa di una regina bambina, Maria Teresa d’Austria, l’Infanta di Spagna. Dopo alcuni tentativi, le chiede di guardare l’orizzonte e la regina guarda verso di noi spettatori che oltre il tempo dell’inquadratura e contemporaneamente del ritratto (storicamente ad opera di Diego Velazquez) la guardiamo. Guardiamo un’immagine nobile, preziosa nella sua rarità, in un mondo, quel 1652, da cui iniziava a fabbricarsi il nostro contemporaneo. Un’epoca agitata da febbre di commercio, comunicazione e velocità. Guardiamo un’immagine regale che deve viaggiare oltre i confini del proprio regno per essere un vessillo di pace. Alejandro, giovane nobile di corte, dovrà infatti scortare quel ritratto fino al palazzo di un altro re bambino, Luigi XIV, come pegno d’amore e promessa di un futuro possibile sposalizio tra i due regnanti e con loro i rispettivi domini. Pauline Julier e Nicolas Chapoulier, una documentarista e un artista installativo qui alla loro prima opera di fiction, firmano così con Les Indes un raffinatissimo road movie che si costituisce come l’antropologia storico-culturale di un mondo che si affaccia sul nostro e che ne appare come una premonizione, o ancora meglio come un ritorno del rimosso. Come se noi di oggi fossimo già compresi dentro questo paesaggio, laggiù, oltre l’orizzonte.
Per Alejandro, scortato da due soldati francesi, il viaggio diventa presto uno scontro tra mondi. Un nobile ha infatti per costituzione una strana e viziata idea del territorio, dei suoi possedimenti. Ne conosce certamente i confini e i crocevia di interesse, ma ora, con questa avventura, quel territorio suo deve attraversarlo per davvero. Lui che il mondo attorno lo ha concepito, in quel XVII secolo sinonimo di fervore scientifico e catalogatorio, razionalista, come un qualcosa da contornare intellettualmente per poterlo poi controllare meglio, piegarlo (in una scena lo ascoltiamo raccontare con fierezza delle gare di uccelli che si tenevano a corte, dove questi dalle loro gabbie non competevano con il loro bel canto ma per la loro capacità di stare in silenzio). Ogni corpo di lusso è contronatura. La nobiltà è virtuosa nel ricamo, non solo delle involuzioni o capriole dei loro tessuti pregiati, ma delle strade e rotte come suddivisione di quel capitale che è la terra tutta. Il film porta Alejandro a conoscere il suo regno oltre la cartografia tecnica e abbracciando una cartografia umana, fatta di persone che sono nel loro territorio al punto da tingere i fiumi con il proprio sangue, quasi che le anse dei rivi siano un prolungamento delle pareti delle loro vene. Alejandro per la prima volta si sporcherà della sua terra fino ad averne la febbre, incarnando per un attimo fatale nella propria parabola di vita quella verità antica conservata nei racconti dei primi conquistatori. Giunti nelle nuove terre per evangelizzare e civilizzare nel senso di sopprimere e razziare, a contatto con gli abitanti di quei mondi, gli esploratori che tracciarono i primi sentieri scoprirono che pur avendo la possibilità di scolpire e plasmare il legno, quelli che loro definivano “selvaggi” non avevano mai inventato la ruota. Questo perché spingersi oltre i confini del loro regno avrebbe significato solo una cosa: la guerra. Perché guardare dentro un cannocchiale puntato su terre inesplorate è come guardare dentro la canna di un fucile per prendere la mira: lo scontro delle civiltà e dei popoli si legge nell’interlinea di ogni ideologia di civilizzazione, la violenza e la barbarie dietro la volontà ordinatrice della cartografia, l’istintualità bestiale riemerge dal galateo impostole dall’etichetta di corte.
Nel film, presentato nelle Giornate degli Autori di Venezia83, qualcuno racconta la storia di un re che animato da un folle fervore immagina una carta del suo regno grande quanto il suo regno, che ne riproduca fedelmente ogni granello di polvere, senza però accorgersi che questa lunare chimera, questa pachidermica riproduzione, per essere ammirata andrà poi distesa sopra a quello stesso regno, rubandogli così il sole e nell’ombra sterilizzando ogni fertilità, vegetale e umana. Così il regno che si voleva raddoppiato nella sua immagine più fedele era adesso trasformato in un deserto. E così un mondo che si affida quotidianamente alla sua riproducibilità tecnica si porta sull’orlo dell’auto annichilimento culturale e ambientale. Ecco che questa storia che potrebbe sembrarci anacronistica è in realtà un’allegoria che appella direttamente il nostro presente. Quest’avventura che ci racconta del viaggio di una sola immagine nel lungo tempo attraverso boschi e montagne ci parla di un interesse che vira sulle tinte più fosche dell’ossessione e del delirio. In diverse occasioni durante la loro spedizione, i tre uomini si ritrovano a turno ad aprire lo scrigno dove è conservata la tela e a svolgerla tra le mani. Potrebbe apparire un gesto di riguardo, per controllare che le condizioni del ritratto si siano conservate impeccabili, ma rivela contemporaneamente (e inconsciamente) anche una sincera fascinazione, un’emozione misteriosa, un desiderio senza nome che l’eleganza della regia di Julier e Chapoulier si sforza di riprodurre al momento del suo nascere: perché sembra che proprio allora, nell’oscurità del bosco, alla luce rassicurante e primordiale del fuoco, inizi ad abitare le stanze della coscienza umana il desiderio del possesso materiale delle immagini del mondo. Immagini che siano regali, realistiche, fedeli riproduzioni della realtà, ritratti che si leggano come le mappe, che ricalchino senza raccontare. Ora attorno al fuoco non si sentono più storie, si guardano immagini in silenzio. Così la volatilità misteriosa del mito si è secolarizzata nella crudezza delle nostre immagini.
Il ritratto dell’Infanta giunge infine alla corte di Luigi XIV. I due regnanti bambini si guardano per la prima volta attraverso il frame del ritratto, si studiano virtualmente. Sono come bambini catalizzati dallo schermo del cellulare: Luigi XIV e Maria Teresa d’Austria s’incontrano accendendo le camere in un sito di videochat randomico. Si studiano in silenzio per qualche secondo, non sappiamo che cosa capiscano o pensino l’uno dell’altra. Premendo un tasto passano alla chat successiva. Nella sequenza finale, il ritratto che così faticosamente era giunto tra le mura del palazzo viene accatastato in una cantina, come una reliquia tra le altre, senza storia, senza leggenda. Ciò che resterà è solo un accumulo di immagini per spettatori di polvere. E rimane da chiedersi quali guerre ci attendono lungo le strade che portano fuori dai confini del nostro reame in fiamme.
Leo Canali