6 Settembre 2026 -

LONDON (2026)
di Victor Di Marco e Márcio Picoli

Soffermiamoci un momento sulla parola “protesi”: abitualmente la utilizziamo per descrivere arti meccanici e non solo, ma l’etimologia greca è facilmente comprensibile anche a chi non ha fatto il liceo classico — “tesi” in avanti, ovvero “aggiunti”, “posti” oltre. Non solo un ausilio fisiologico, la protesi è una vera e propria estensione ove c’è una mancanza. Negli ultimi, ormai, vent’anni (non ci si crede) l’estensione dell’arto umano è chiaramente tecnologica, e non bisogna avere handicap fisici per necessitare una protesi digitale per vivere. Anzi, c’è chi direbbe che questa connessione tra carne, psiche e tecnologia (macro-tema su cui si sono interrogati filosofi come registi cinematografici – Tsukamoto e Cronenberg i primi – ma recentemente su scala storicamente rilevante persino Papa Leone XIV con la sua prima Enciclica Magnifica Humanitas sull’A.I. e sui centri data), ecco, questa connessione che le nuove generazioni (di cui chi scrive in teoria fa parte) danno per scontato, è essa stessa l’handicap. Come si può, anche impercettibilmente o subconsciamente, dipendere dalla “connessione” (letterale e metaforica) con questo cervello “altro” da noi, eppure a noi interconnesso? Che sia il cellulare o il computer, chiunque – o quasi… non è, per una volta, una questione legata necessariamente a questioni quali classe o estrazione sociale – ha il proprio rifornitore di verità più o meno plausibili a cui credere, sempre sotto forma di immagini su schermo a breve consumo. Il cinema, e in particolare il cinema che non è film (cioè: che non è pellicola), ovvero il leggerissimo, comodissimo, effimero sistema di cattura di immagini in digitale che dacché esiste si (con)fonde col “cinema”, sono forme di espressione di quella protesi digitale che è l’estensione del nostro sguardo, del nostro occhio sul mondo e su di noi. La crescente facilità con cui si può fare cinema e la libertà di espressione del mezzo in aumento (inevitabilmente consequenziale alla incapacità di scandalizzarsi che ormai unisce i più affamati di immagini di ogni cultura) ci portano ormai spesso a vedere il cinema più indipendente come una diretta espressione performativa e/o inconscia dell’immaginario dell’autore, o della sua identità… soprattutto in un panorama cinematografico in cui l’ambizione appare più quella dell’autorappresentazione (la ricerca del proprio valore in questo mondo di merda) che quella dell’analisi trasformativa (il tentativo di accettazione di questo mondo di merda tramite gesti provocatori dialetticamente ed empiricamente rilevanti). C’è chi riesce a comprendere l’umanità e il proprio ruolo in essa unendo tutte queste riflessioni in opere cinematograficamente complesse, come per esempio Nadav Lapid (vincitore a Berlino con Synonymes nel 2019), dedito a un cinema tra la satira e la performance-art che, pur concentrandosi sulla fisicità di personaggi contraddittori e situazioni grottesche, riesce a far risaltare l’orrore (sempre meno) invisibile che si cela oltre la facciata “sexy” e accomodante degli effetti della propaganda Sionista sugli Israeliani. E così fanno anche Victor Di Marco e Márcio Picoli, che con LONDON firmano il loro debutto al lungometraggio.

Coppia brasiliana, non solo uniti dalla regia ma anche nella vita, Di Marco e Picoli fanno proprio un cinema di autorappresentazione, in cui la camera è estensione/protesi dell’occhio su se stessi, allo specchio. Victor Di Marco oltre a firmare regia e sceneggiatura è protagonista assoluto, e la sua presenza in scena è già una dichiarazione d’intenti: a causa di una impossibilità fisica a rilasciare dopamina, Victor è da sempre disabile, in preda al di fuori dal suo controllo di spasmi e blocchi muscolari spesso imprevedibili. È quasi indistinguibile dai normali ma è sempre etichettato come diverso. Vediamo una fantasmagoria semi-realistica della vita di un alter-ego di Victor, London, che sogna Londra… Vive la sua vita quotidiana tra conflitti in famiglia, relazioni fugaci con uomini e donne, piccoli e grandi impedimenti dati dall’handicap nella vita privata e in quella pubblica, e il più liberatorio dei rifugi: il sex work, dove la disabilità può essere il feticismo dei normali, mentre i diversi più simili tra loro possono ritrovarsi e scovare confronti significativi. LONDON alterna il registro della provocazione erotica (da quasi subito come spettatori piombiamo in un dungeon di latex, un limbo dell’auto-liberazione messo in scena come un inferno) a un intimo sforzo a sviscerare la propria esistenza. Victor si guarda nello specchio, Márcio guarda il mondo con Victor. Victor le protesi, quelle vere, le indossa, ma è guardandosi che si espone, ed estende il raggio della sua vita allo stato dell’arte. La contrapposizione del nucleo micro (i colleghi, i partner, la famiglia) a quello macro (le divisioni imposte dall’approccio sociale canonico alla diversità) portano a grandi conflitti dialettici, ma è soprattutto sul corpo di Victor che ha senso concentrarsi, e non per la disabilità ma per l’effettivo gesto recitativo – un mettersi a nudo che raramente è stato così letterale (in questi ultimi anni forse giusto Louise Weard ha osato di più come regista/protagonista nel primo Castration Movie), un donarsi agli altri per esplorare il Sé, e soprattutto: un punto di vista (finalmente!) genuinamente dall’interno sul tema. Nell’impossibilità di liberarci dalla propaganda americana dell’immaginario filmico, gremita di bravi samaritani che paventano discorsi sull’uguaglianza talmente didattici e fondati sull’inevitabilità del contrasto da rinforzare il danno dell’ineguaglianza, Di Marco non solo mette il proprio corpo al centro di una riflessione che da dentro va verso questioni sistemiche che ci riguardano tutti (e in tal senso pare lecito il paragone con gli antieroi coi paraocchi dei film del già citato Lapid), ma lo fa nel contempo per sé e per il diverso. La sua esperienza, i suoi sogni e incubi, le sue aspirazioni, le sue inclusioni ed esclusioni, nulla di tutto ciò è una coincidenza né un unicum. Anzi, può essere un punto di partenza, un gesto terapeutico. L’utopia di realizzare il film personalissimo che aveva sempre sognato di realizzare mentre tutti gli dicevano che non ci sarebbe mai potuto riuscire, così come gli dicevano che non sarebbe arrivato ai 30 anni che pochi mesi fa ha invece regolarmente compiuto.
Opera dunque sia di “malattia” o “diversità” che dir si voglia, sia di liberazione sessuale a sfondo LGBTQ+, LONDON, verosimilmente il più costoso e visivamente strutturato fra i film nel concorso della SIC nell’edizione 2026 della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, non è propriamente né ‘puro’ né derivativo, per quanto sia chiaro il richiamo esplicito ai saliscendi emotivi (e in particolare a una celebre inquadratura…) di Chiamami col tuo nome di Guadagnino. Avrebbe potuto anche avvicinarsi al lavoro teorico di Stephen Dwoskin (un autore sperimentale/radicale, interessato nel suo cinema al sesso e affetto da una forma di “disabilità” anche se lui non sarebbe d’accordo, “disabilità” da lui messa in sguardo più che in scena) – ma appunto al fine di esprimere un’interiorità, di mettere uno specchio storto di fronte al pubblico e urlare o mostrare cose che si potrebbe non aver mai udito o visto, ha senso. Esiste in uno stadio ibrido tra monologo e dialogo, tra pop e underdog, politicamente corretto e scorretto. E anche solo per questo è senza dubbio interessante.

Nicola Settis

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