11 Settembre 2026 -

RIDER (2026)
di Roan Johnson e Davide Pavanello

Rider comprende alla perfezione come Milano sia un’eccezione italiana, sia per quanto riguarda il suo significato politico ed economico all’interno delle dinamiche del Bel Paese, sia per quanto riguarda l’immaginario che può generare. Quella che da molti viene considerata come la meno italiana delle città italiane, è proprio per questo più propensa ad essere lo spazio in cui scenari e narrazioni di carattere più aperto (se si vuole, “internazionale”) riescono a prendere forma. Difatti, Milano sembra essere l’unica grande città italiana ad avere inglobato una modalità di racconto che pare essere trascurata dal resto delle identità locali del nostro paese: il riscatto sociale. Milano è un luogo in cui, per parafrasare Zavattini, i miracoli possono accadere, almeno nella fantasia. Una storia a Roma, ormai, è quasi irrimediabilmente destinata al fallimento o alla dannazione decadente. Milano invece pare essere ancora un luogo in cui il sogno, ideologico o realista che sia, di una lotta per migliorare la propria vita sembra possibile e cinematograficamente plausibile. Allo stesso tempo, il fatto che la città si sia sempre tenuta al passo con le varie mutazioni che il capitalismo ha vissuto nella sua storia, permette di inscenare con la massima chiarezza possibile un discorso sulla lotta di classe, sulle divisioni sociali, sul potere, che in altre località italiane andrebbe necessariamente amalgamato con contaminazioni folkloristiche che esistono da secoli. Solo per questo, il film/album di Dade (Davide Pavanello, musicista all’esordio dietro alla macchina da presa) e Roan Johnson (regista ben più navigato che sostanzialmente sceglie qui di esordire nella musica) si colloca in una posizione assai insolita all’interno del panorama del cinema indipendente italiano. E il fatto che il film sia in realtà girato a Torino non inficia ma anzi conferma e stratifica ulteriormente il discorso, portandolo ancora di più in una dimensione sospesa e magica di (im)possibilità.

Il protagonista di Rider, Sami, interpretato da Lorenzo Aloi, è un corriere per un servizio di consegna a domicilio che, a differenza di quello che ci si può aspettare dallo stereotipico film italiano sull’argomento, non accetta né si arrende alla propria condizione sociale ed economica, e anzi costantemente lotta con se stesso e con il mondo attorno per migliorare il proprio stato. Sotto questo aspetto Rider, presentato a Venezia83 come evento speciale fuori concorso in chiusura della 41esima SIC, e che proprio alla SIC di due anni fa (in particolare ai rider/ladri di biciclette di Anywhere anytime di Milad Tangshir) si lega, dimostra la sua natura completamente anticonformista verso il classico atteggiamento del cinema italiano nei confronti del racconto sulle classi popolari, evitando le trappole del nichilismo o della commiserazione da un lato, e quella della comoda romanticizzazione della povertà dall’altro. Sotto quest’ultimo aspetto, una piccola parentesi: l’analisi di Žižek sui film di Preston Sturges in The Pervert’s Guide To Utopias dovrebbe illuminare certe pratiche del cinema italiano ormai abusate e ancora riproposte ben oltre la loro data di scadenza. Sami, appunto, è un giovane che ancora possiede la sicurezza e la fiducia in se stesso, nei suoi amici, nella sua capacità di affrontare il mondo. Questa sua forza è ciò che permette al film, dalla storia in realtà piuttosto semplice, di costruire una base narrativa ed emotiva su cui sviluppare un genere che, anch’esso, difficilmente si è affrontato in Italia: il musical. L’hip-hop difatti non è semplicemente lo sfondo, ma è la forza propulsiva di tutta la pellicola. I registi ne comprendono la potenza narrativa (e intrinsecamente, storicamente politica), che corrisponde a quella musicale: la rielaborazione della lingua. La manipolazione in chiave poetica del linguaggio è stata, tendenzialmente, una pratica appartenente all’élite, a quei gruppi colti e letterati capaci di utilizzare il loro privilegio sociale per imparare e valorizzare le parole come strumento di creazione artistica, da un lato, e di imposizione di un potere dall’altro. L’hip-hop fa sue queste pratiche e ne ribalta lo scopo: esso diventa uno strumento di emancipazione, una dimostrazione del potere creativo e intellettuale di un insieme di gruppi sociali di cui si presupponeva un’intrinseca capacità di espressione artistica. Un genere musicale non italiano diventa quindi la base di un genere musicale a sua volta ben poco “italiano”. Rider è prima di tutto un efficace esercizio di contaminazione, un modo di integrare nuove forme di discorso sulla lotta di classe, sul precariato, e sull’identità urbana di una città italiana. A partire, come anticipato, dallo spaesamento ideale e sognante di ambientare Milano fra le vie e le piazze (e soprattutto fra le evidenti differenze urbane fra il centro regale e le periferie degradate) di Torino.

L’avventura di Sami, che in una notte e in una giornata si trova tra le mani una grossa somma di denaro rubata a qualche milionario cocainomane milanese, ed è costretto quindi a scegliere cosa fare con quei soldi, è la storia di una crescita personale in cui, in maniera molto classica, l’acquisizione di una consapevolezza è accompagnata da una scelta morale e, di conseguenza, politica. Il protagonista, così vicino eppure così lontano dalle lotte sindacali dei colleghi documentati quasi in contemporanea da Barbara Kopple nel suo Union town, ha le sembianze di un eroe alla Micheal Mann, per il quale la vita ai margini non è mai motivo di desideri edonistici, ma sorretta da coordinate morali che paiono non essere scalfite dal mondo post-moderno. Le sue debolezze sorgono prima di tutto dalla sua giovane età e dalla sua condizione familiare. Il conflitto di Sami è infatti fondato su due dimensioni: città contro periferia, padri contro figli. Il suo lavoro si fa sempre più precario, e allo stesso tempo suo padre (interpretato da Claudio Santamaria) è incapace di riallacciare i rapporti dopo un lungo periodo in prigione, e terrorizzato dall’idea che il figlio possa ereditarne anche il destino circondariale. In un contesto nel quale sia socialmente sia personalmente la bussola morale sembra essere smarrita, l’arco di Sami è proprio quello di, come in un western metropolitano, “fare la cosa giusta”, saper coniugare un desiderio di emancipazione e rivalsa sociale ed economico all’interno di valori più grandi, di lui e di tutti gli altri, compiendo il suo arco eroico sia come singolo sia come rappresentante di una classe. Tutti sottotesti sapientemente condotti attraverso una narrazione in realtà molto pop e accattivante, in cui ogni rima ri-assurge a lotta dei quartieri periferici contro i ricchi del centro, e ogni consegna è in qualche modo una rivendicazione di dignità e forse a suo modo una vendetta. Formalmente, molti piani sequenza echeggiano ad Athena di Romain Gavras, mentre il finale è un omaggio quasi inquadratura per inquadratura a La 25ma Ora di Spike Lee. Troviamo infine, molteplici cameo di artisti come Rosa Chemical, Margherita Vicario e Levante, chiaramente per attirare l’attenzione di una particolare tipologia di giovane pubblico. Tuttavia, l’immediatezza è giustificata dal contesto del genere musicale che fonda tutta la pellicola, ed è in questo forse, che si trova il merito più grande di Rider: quello di aver compreso, con una pellicola dalle ambizioni solo in apparenza modeste e invece per nulla da sottovalutare, tutto lo spirito di una sottocultura che racchiude in sé un universo di tensioni e necessità politiche e morali tuttora non risolte.

Marco Baratta

“” ()
N/A | N/A
Regista N/A
Sceneggiatori N/A
Attori principali N/A
IMDb Rating

Articoli correlati

LA RAGAZZA CON LA LEICA (2026), di Alina Marazzi di Leo Canali
UNO SI DISTRAE AL BIVIO (2026), di Alessandra Lancellotti di Donato D'Elia
MEMORIA DEL LAMPO (2026), di Riccardo Giacconi di Leo Canali
LONDON (2026), di Victor Di Marco e Márcio Picoli di Nicola Settis
PRIMA DELLA GUERRA (2026), di Tommaso Usberti di Marco Grifò
SUCCEDERÀ QUESTA NOTTE (2026), di Nanni Moretti di Donato D'Elia