Ad ideale completamento della trilogia di Barbara Kopple sui diritti dei lavoratori, dopo 50 anni dal primo titolo Harlan County, USA (uno dei più importanti documentari della storia del cinema americano) e dopo 36 anni da American Dream, approda nel ricco Fuori Concorso della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia numero 83 Union Town, ulteriore esemplare della Weltenschauung documentaria “ad altezza uomo” della regista newyorkese, film incastrato fra la partecipazione diretta del reportage e l’occultamento dell’occhio del documentario osservativo, alla ricerca di una via di mezzo (che non suoni come “compromesso”) fra l’empatia esibita e la lucidità rigorosa. Scattando la fotografia di un momento specifico nella storia delle attività sindacali a tutela dei delivery men di UPS e Amazon fra il 2023 e il 2026, Barbara Kopple adotta una filosofia di messa in scena che risponde inevitabilmente alla chiamata cronachistica, con tanto di didascalie e informazioni riportate per iscritto ad uso e consumo dello spettatore, ma che vive anche febbrilmente del suo “stato in luogo”: la regista sta tra i lavoratori, naviga fra loro, livella lo sguardo del film con quello del loro, definendo i confini dei processi identificativi dello spettatore con gli esseri umani in scena e catturando i momenti esatti in cui ogni voce della coralità di protagonisti può prendersi il suo spazio (anche temporale, a livello di minutaggio, nel film) per esprimersi. È con l’adozione di queste strategie, e di questo approccio di sguardo, che si può godere di un documentario solo all’apparenza canonico nella forma. Fermo restando che è uno dei rari casi in cui un film pare trovare i suoi tempi e le sue modalità per emanazione diretta del suo contenuto (fondamentale effetto dissimulativo, in rottura con le funzioni più coatte e “teoriche” del dispositivo cinematografico), è raro incontrare una forma essenzialmente e unicamente derivata dalla vocazione civile dei suoi contenuti, e dal desiderio di contrapporre all’analisi fredda del fenomeno l’irruenza disperata (e mai filtrata retoricamente) dei lavoratori, membri di una comunità comunque contraddittoria e imperfetta. Barbara Kopple non elide le sfaccettature più autolesioniste del gruppo di scioperanti, riuniti dal sindacato Teamsters: alcuni litigano, altri si impongono violentemente con chi, fuori dal gruppo, ha dubbi se scioperare o meno, altri ancora abbandonano la causa quando diventa “scomoda” e si impigriscono quando sarebbe il caso di tenere saldo il picchetto nelle ore notturne. Da queste imperfezioni, sostrato inevitabile di un’umanità che tra l’altro vanta una multiculturalità spinta, è facile far derivare anche le conclusioni più storte e intriganti di un film come Union Town, in apparenza costretto da un canone televisivo che può ricordare una versione più fine dei servizi giornalistici dei canali Discovery; perché è proprio da queste imperfezioni che Barbara Kopple dimostra quanta complessità possa esserci anche nella parzialità dei racconti, in uno scacco matto implicito a chi pretende dal documentario una voce di verità univoca e sempre inappuntabilmente neutra.
In montaggio alternato con gli scioperi si fanno strada nel film anche le sequenze del lavoro dei rider che attraversano la Grande Mela rischiando le conseguenze delle intemperie, del traffico e della corsa alla performance. Le più profonde contraddizioni del modello capitalistico dello sfruttamento dei rider si palesano scioccanti quando si rivela la differenza di salari minimi fra rider UPS e rider Amazon: i primi, nonostante il meno lavoro, si garantiscono più di 40$ al giorno, a fronte di un quarto della cifra al giorno per i rider dei secondi. Tuttavia finiscono per pagarla in salute, perché i rider UPS vengono costretti a lunghissimi viaggi senza nemmeno l’aria condizionata nel furgone. A fronte di tali difficoltà non c’è possibilità retorica o di deviazione teorica che regga, e Union Town ha “bisogno” di scendere in campo per primo come megafono, come precisa sineddoche militante di una situazione lavorativa permanente che non sembra mai uscire dalle trappole del capitalismo ottocentesco e novecentesco. Per questo, nonostante le sue datazioni e le sue coordinate socio-politiche ben precise, il film pare magnificamente fuori dal tempo, aderente a una materia umana che il sistema del Capitale costringe sempre come subordinata, sofferente, forzata a un eterno sfruttamento. E quanto più Barbara Kopple si addentra nel particolare del singolo personaggio, o della singola famiglia, o ancora della singola sessione di sciopero per strada (magari mentre coglie l’entusiasmo dello sciopero Teamsters che diventa uno dei più grandi della storia americana nel 2024), tanto più quegli angoli di realtà sembrano diventare il terreno fertile di un’empatia dimenticata dai riflettori, con cui fare testimonianza – usando le parole della stessa Kopple nelle note di regia – della «straordinaria forza e umanità di queste persone, che continuano a lottare non solo per se stesse, ma per tutti noi, nonostante le immense difficoltà che affrontano». È in conseguenza di questo che i minimi interventi della voce della regista dal fuoricampo diventano discreti ganci di appiglio per lo spettatore, affinché si cali in prima persona nel luogo e nella situazione, e non debba affrontare invece una più schematica alternanza di interviste frontali e guerrilla filmmaking: le interviste sono realizzate quasi in continuità con la documentazione degli attivisti all’opera per strada, senza che quindi si svilisca mai la strenua passione della lotta con la scarsa passione di una regia automatica. Il risultato è un documentario semplice ma nudo, diretto, potente, che alla Mostra di Venezia nel 2026 apre uno spiraglio in un andito poco frequentato dal cinema d’autore contemporaneo, quelle delle “logiche” dietro la lotta per i diritti, delle strutture dietro gli slogan, delle motivazioni necessarie dietro la forza delle idee e delle parole che teme sempre (anche a giudicare dalle didascalie finali del film) di essere soppiantata dall’inevitabilità delle ingiustizie.
Marco Grifò