«Mr. Nelson, did you kill people?», chiese una bambina delle elementari ad Allen Nelson, giovane veterano del Vietnam da poco rientrato negli Stati Uniti mentre il conflitto ancora perversava. «Mr. Nelson, WHY did you kill people?», ribalta la domanda lo psicoterapeuta di Allen. «This little light of mine / I’m gonna let it shine» dice una canzone gospel, una delle più popolari tra i cori evangelici afroamericani, che Allen canta sempre tra sé e sé, dopo due piroette, ogni volta che rischia di farsi sconfiggere dal panico e dal rimorso. Afroamericano fu anche Allen Nelson stesso, realmente esistito, come lo sono anche i due attori (Rodney Hicks nel “presente” dopo il Vietnam, fatto di vita matrimoniale, stress post-traumatico e psicoterapia; l’esordiente Mark Murphy per la gioventù sul campo di battaglia) che lo interpretano nell’ultimo film di Shin’ya Tsukamoto, che al suo secondo lavoro anglofono a diciassette anni da Tetsuo 3 – The bullet man (2009) si conferma essere uno dei pochi eroi rimasti nel cinema giapponese contemporaneo. Ogni forma mediatica dà il suo meglio quando esprime dubbi e/o tragiche incertezze; i grandi romanzi come le grandi poesie come i grandi film, egualmente tutti pongono domande invece di asserire con chiarezza una risposta. Partendo da questo presupposto, quello della grandezza, inevitabile da ammiratori di vecchia data del regista come chi state leggendo e il resto della redazione (e dunque: da persone forse limitate dal peso delle aspettative), è solo sensato strutturare in una serie di domande, come del resto fa già il titolo, la nostra analisi “a caldo” del ritorno di Tsukamoto nel concorso ufficiale della 83esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con l’adattamento dell’autobiografia antibellica di Allen Nelson, appunto Mr. Nelson, did you kill people?.
MR. NELSON, WHY DID YOU KILL PEOPLE? Partendo da un breve excursus; in questi primi giorni della kermesse sul Lido, l’apertura del festival è stata affidata a Ink, diretto da Danny Boyle e sceneggiato da James Graham, un film sulla nascita del The Sun come collaborazione tra Rupert Murdoch e Larry Lamb. Il film di Boyle/Graham, di cui non tratteremo qua se non per una vaga collisione tematica, ricorda nei suoi primissimi minuti, con semplicità didattica memorabile, le “5 W” del giornalismo: «Who? What? When? Where? Why?», chi, cosa, quando, dove e perché. Rispondere a tutte queste domande consiste effettivamente in un gesto di documentazione, che sia per i contemporanei o per i posteri; porre le domande senza rispondere, è il gesto dei poeti. Il manipolatorio Larry Lamb di Ink asserisce con cinismo che «Why?» è la domanda meno importante, e difatti sia Nelson che Tsukamoto tolgono il «why» dal titolo dell’autobiografia e dell’adattamento. Il «why» non fa notizia, il perché va oltre la semplicità della nostra percezione. Perché dovremmo chiederci il perché? Del resto, è quando eravamo bambini che chiedevamo ai genitori «perché» in continuazione, perché c’è la guerra, perché c’è il dolore, perché c’è la morte. Faccende incomprensibili, faccende da grandi. No, per i titoli il «why» non va bene – la “presentazione” sembra non potersi concedere alcuna introspezione. La storia accusatoria e semi-morale atroce del testo di Nelson, pubblicato solo in Giappone e in giapponese nel 2003 col titolo Neruson-san, anata wa hito o koroshimashitaka? (e ri-edito in forma manga nel 2005), è invece costellata di perché, di domande senza risposta, e della risposta senza domanda definitiva — la guerra. La bambina delle elementari è solo curiosa dei fatti: vede Nelson raccontare le sue esperienze in modo edulcorato, per non spaventarli troppo, ma sta sudando come se fosse ancora nella giungla, berretto verde e fucile sotto braccio, e non di fronte alle nuove generazioni di americani (e nello specifico afroamericani)… ovvero, quelli che nei decenni a venire combatteranno (e uccideranno! e moriranno!) in Libia, in Iraq, in Afghanistan, in Iran, in Somalia, e via discorrendo. Lo psicoterapeuta invece scava a fondo, sin troppo. Allen Nelson è chiaramente il «chi?» ma quando parla risponde a tutte le altre domande, tranne che al «perché?». Dice sempre «cosa» è stato fatto e «dove», e sa sempre «quando». Ha visto cose di una violenza inenarrabile, gli si sono impressionate nella retina, gli risuonano ancora nel timpano – ma non riesce a dire perché, e si inalbera mentre prova a spiegarlo, in modo drastico accentuato dalla recitazione teatrale di Hicks, di formazione brodwayana. Noi spettatori abbiamo un Vietnam immaginario che ci nuota nella mente, uno costruito e ricostruito dai mille Full Metal Jacket e Il cacciatore e Vittime di guerra e Platoon e Apocalypse Now etc, mentre Nelson, dopo aver vissuto gli inferi della guerra, nella sua testa ha trovato un altro Vietnam. Poco importa chi ha vinto o chi ha perso: la distinzione (e la riflessione della sceneggiatura di Tsukamoto) è tra il fuori e il dentro, tra la vittima e il carnefice, cosa di dentro c’è fuori e cosa di fuori c’è dentro, cosa di carnefice c’è nella vittima e soprattutto cosa di vittima c’è nel carnefice.
TSUKAMOTO-SAN, WHY DID YOU MAKE THIS FILM? Poco meno di 40 anni fa la vittoria di Tetsuo al Fantafestival di Roma sancì l’inizio di una carriera che per una volta si può definire genuinamente eclettica. Regista, sceneggiatore, attore, montatore, direttore della fotografia, scenografo ed effettista, spesso allo stesso tempo nello stesso film, Tsukamoto ha il genio raro di aver creato un’estetica riconoscibile anche solo con il ritmo visivo – non solo il tempo dedicato alle inquadrature, ma la musicalità dell’incatenarsi tra le situazioni visuali più disparate e sconcertanti. Con l’arrivo del digitale la forma dei suoi film ha preso una piega sempre più impulsiva, forse per alcuni pacchiana, ma di impatto indubbio sui “quattro gatti” che vedono, cercano i suoi lavori. Dal parlare di violenza come viscerale moto interiore, fantasia sessuale, isteria, tra narrazioni ellittiche e nichilismo ineluttabile, Tsukamoto è arrivato negli ultimi 12 anni a un tentativo di oliare un ingranaggio, scandendo in una serie di variazioni su tema un tipo di film di guerra che è unicamente suo. Film empirici, minimali, incubi in cui subconscio e Storia si intersecano… tutti presentati a Venezia. Nel 2014 Nobi (tratto da un romanzo eponimo del 1951 di Shohei Ooka, e “remake” del capolavoro omonimo di Kon Ichikawa, 1959), poi nel 2018 Zan (l’unico non ambientato nel Novecento, un atipico film di samurai; probabilmente il più bello tra i menzionati in questo elenco), nel 2023 Hokage e adesso nel 2026 Mr. Nelson. Di questi, Hokage è l’unico che non è stato presentato in Concorso, bensì in Orizzonti; mentre Mr. Nelson è l’unico di cui Tsukamoto non è anche produttore. È evidente da quasi subito un comparto produttivo più ricco di quello a cui questo paladino del cinema DIY è abituato, ma è encomiabile come il passo pesante del regista (qua comunque anche direttore della fotografia e montatore) riesca a muoversi con libertà anche su questi binari. La cronologia della narrazione è asimmetrica, e dissolvenze incrociate e improvvise analessi e prolessi non fanno che deragliare il costrutto del discorso. Insieme alle inquadrature strette e claustrofobiche e all’atroce disumanizzante violenza che Nelson incontra nella giungla e nei villaggi vietnamiti, ciò rende Mr. Nelson non solo un film sullo stress post-traumatico, ma un film che sembra quasi provare a ri-crearlo. Programmaticamente anticlimatico (la guerra è tutta nella prima metà; la seconda è un lento mélo sulla gestione del ricordo della guerra), l’ultimo film di Tsukamoto è il culmine della sua saga (anti)bellica se vista come un’esibizione di violenza che nasconde un messaggio morale. Quello che Nobi suggeriva, Zan nascondeva e Hokage ribadiva, in Mr. Nelson è chiaro, urlato e lapalissiano in un modo forse inedito per il regista. È il suo racconto più diretto ed elementare, il suo lavoro meno controculturale e più popolare, ma non è una critica. Sottolineiamo anche che il secondo film anglofono dell’autore è in ogni suo strato un incontro-scontro tra culture: messaggio antistatunitense con contesto e cast statunitensi, pochissimi personaggi bianchi (pochi, tra i militari, e lo psicoterapeuta, Geoffrey Rush) i Viet Cong per la prima volta visti come umani in un film “statunitense”, con l’Asia anch’essa vista su più livelli, certo, il Vietnam, ma anche la base a Okinawa e le atrocità lì, e le innumerevoli conferenze di Nelson in Giappone dopo, e la pubblicazione reale della sua vita in giapponese.
DEAR VIEWER, WHY WOULD YOU KILL PEOPLE? Sfatato il mito dell’eguaglianza infinita tra i popoli, o accolta magari con orrore l’eventualità della violenza, siamo tutti diversi di fronte a noi stessi e a quello con cui ci confrontiamo. Mr. Nelson did you kill people? non è per tutti e forse è per nessuno; chi non conosce l’autore potrebbe rimanerne alienato o sconfitto, chi lo conosce potrebbe trovare altri modi per esserne deluso. Allo stesso tempo, per quanto la personalità dello sguardo di Tsukamoto sia immediatamente riconoscibile, di fronte alle profondità dell’abisso umano riferirsi unicamente all’autore è probabilmente deleterio — soprattutto in questo caso in cui l’opera è sì sua e libera ma incasellata in un sistema visibilmente più grande, sia come sistema produttivo che come tema affrontato. Dire che è un film sul Vietnam a sua volta sembra una via di fuga facile, ma del resto sfidiamo chiunque a definire mero film sul Vietnam qualcosa come Full Metal Jacket o altri dei titoli succitati. Il racconto morale, sconfitto e irrespirabile, di Mr. Nelson è una complessa parabola dentro e fuori dal proprio posto nel mondo. Una grande storia (in controcampo, spostando dall’Asia lo sguardo sul “nemico”) su che cosa vuol dire essere carnefici, prima ancora che un film incisivo o brutale per quello che dice sui rapporti tra americani bianchi e neri, o tra cultura orientale e occidentale, o tra la natura e le intemperie artificiali del disordine umano. Lucido, politico, violentissimo, straordinariamente umano. Magnifico.
Nicola Settis