3 Settembre 2026 -

BUCKING FASTARD (2026)
di Werner Herzog

Correva l’anno 1991 quando Werner Herzog, invitato dalla Viennale a tenere una masterclass e geniale nel trasformarla in una serie di interviste a personalità di ogni tipo da Volker Schlöndorff a Philippe Petit, fra le mille pieghe prese dalle sue chiacchierate con registi, illusionisti, giornalisti e circensi poi raccolte nel suo Filmstunde/Lezioni di Cinema metteva pubblicamente per la prima volta fra i suoi progetti irrealizzati quello di un film sulle gemelle monozigote irlandesi Freda e Greta Chaplin, balzate agli onori (o forse agli oneri) delle cronache nel 1980 per un processo che le vedeva imputate per stalking. Due sorelle come un unico essere umano raddoppiato in due corpi, realmente legate in ogni singolo istante e in ogni singolo gesto, vissute in una simbiosi così totale da parlare, muoversi, pensare, sognare, amare e perfino scivolare nel medesimo lapsus linguistico (dicendo insieme in tribunale «bucking fastard» in luogo di «fucking bastard») in un unisono perfetto, ma soprattutto due anime candide e naïf che hanno passato insieme la loro intera esistenza dalla nascita fino all’unica possibile separazione (Greta è morta nel 2007, Freda solo nel 2020) dentro a un personale mondo di naïvetée, condivisione assoluta e neurodivergenza nel quale cercare un personalissimo rifugio da un mondo esterno di incomprensione, emarginazione e abbandono. Una purezza in cui è facilmente intuibile come il regista bavarese, andato più volte negli anni a trovarle di persona, abbia sin da subito rivisto specchiarsi e anzi sdoppiarsi quella di Bruno S. indimenticabile protagonista negli anni Settanta de L’enigma di Kaspar Hauser e soprattutto del capolavoro La ballata di Stroszek che ri-plasmava in un (tragico, sublime) racconto meravigliosamente sospeso fra il vero e la finzione la sua personale realtà e la sua personale vita, e che non è un caso che ritorni prepotentemente nella magnifica mezz’ora finale di questo Bucking Fastard con cui, a distanza di trentacinque anni, Herzog porta finalmente a compimento un progetto che con ogni probabilità non aveva mai del tutto abbandonato. Gli era anzi evidentemente rimasto come un tarlo, che le sorelle (non gemelle, ma lo stesso molto legate e somiglianti) Rooney e Kate Mara hanno risvegliato lo scorso anno con il loro annuncio di voler partecipare per la prima volta in carriera a un film insieme, e trasformato nell’occasione per Herzog di tornare, a un anno dal (falso?) documentario Ghost elephants ma a oramai sette da(l bellissimo quanto frainteso) Family Romance LLC a un lavoro (esplicitamente) di finzione, che nelle sue dichiarazioni va a chiudere una trilogia di straordinarietà umana, aperta sfida alla Natura e libera interpretabilità inaugurata con Fitzcarraldo (non per nulla «ognuno dovrebbe scavare una montagna», proprio come dovrebbe portare una barca sulla sua cima) e già portata avanti (non solo per la naturale indifferenza delle volpi) con il dialogo (im)possibile post-mortem di Grizzly man. Clamorosamente ritirato in corsa dall’ultima Cannes che gli aveva offerto la sezione non competitiva Premiére per aspettare il concorso dell’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia dove trova la sua prima mondiale, Bucking fastard riparte così dalla vicenda delle sorelle Chaplin degli anni Ottanta e le reimmagina come le contemporanee e fittizie Jean e Joan Holbrooke, e fra elementi biografici, pennellate dell’oggi e pura invenzione le cuce sulle spalle delle sorelle Mara spostando progressivamente il fuoco dalla città e dalla ricostruzione del processo fino alla sfida all’ignoto spazio profondo della montagna e alla fantasia simbolica che distilla in purezza le più tipiche ossessioni herzoghiane, fra l’umanità degli ultimi e una centralità per molti versi antipsichiatrica del sogno, fra la continua dialettica con un mondo insensibile e le grotte (questa volta senza pitture rupestri, ma invase dal Capitale in ogni stalattite e stalagmite) di Cave of forgotten dreams, e poi ancora fra la folle utopia di Aguirre, de l’intagliatore Steiner e ancor più di La Soufriére, e appunto lo strazio senza via d’uscita (dalla società, dalla modernità, dal Sistema) del già citato Stroszek, che non ha più galline in schiavitù perché preferisce direttamente strozzarle senza nemmeno mangiarle, e non ha più bisogno di seggiovie ma solo di un cancello che si chiude: «non posso farvi uscire perché non siete mai entrate».

Una magnificenza di fronte alla quale, parafrasando Hitchcock che sosteneva che se in un film funzionano l’incipit e il finale tutto quello che c’è in mezzo più o meno non conta, nulla importa che fra la brillantissima prima parte che ricostruisce il processo («all’amore») e la sublime sezione finale che, nella sua strabordante umanità, costituisce il vero nucleo e cuore del film, Bucking fastard passi da una parte centrale forse un filo più altalenante e meno coesa, senza dubbio divertente nel grottesco delle lettere scritte una parola a testa o nelle crisi delle sorelle quando è impossibile compiere insieme esattamente lo stesso gesto così come nei conseguenti tentativi dell’assistente sociale di rieducarle a slegarsi e dividersi almeno in parte i compiti per ottenere un risultato comune, ma un po’ meno a fuoco e non privo di qualche colpo d’accetta quando entrano in gioco matrimoni a cui imbucarsi, palazzinari guardoni, mulettisti dalle forbici facili e cacciatori alla ricerca dell’ultima volpe rimasta. Quello che realmente conta, in un film sul tema del doppio che Herzog, a un anno e mezzo dalla sua morte, sceglie di dedicare all’amico e maestro del tema del doppio David Lynch che al tempo gli produsse My son my son what have ye done?, è la continua dialettica fra la freddezza della realtà sociale e il calore di un approccio (simbiotico) alla vita libero e ingenuo, naturale, comandato dalle emozioni all’unisono e quindi sincero, ineludibile come la circolarità imposta dal nuovo innamoramento condiviso che, proprio nel momento in cui le sorelle sembreranno sul punto di riuscire a separarsi fra un doppio e contemporaneo «non ti sopporto» e quell’abbraccio con cui immediatamente smentirlo, le riporterà inevitabilmente al punto di partenza. Pronte a gesti sconsiderati d’amore e di gelosia così come a scavare per anni all’interno di una montagna per raggiungere la luce di un luogo che pure loro sanno benissimo poter esistere solo nei loro sogni, magari per ottenere da una parte un ordine restrittivo, dall’altra l’impossibilità di sentirsi comprese e sicure anche in un ambiente che sarebbe dovuto essere protetto e che invece come tutti gli altri non può che finire per rivelare la vera indole della contemporaneità, e dall’altra ancora un villaggio turistico che fra la Natura trasformata in danarosa finzione e l’immancabile negozio di souvenir prima dell’uscita non può concepire che qualcuno che non ha pagato un regolare biglietto possa realmente essere all’interno dell’attrazione. Eppure quelle due sorelle (cronenberghianamente) Inseparabili, sempre vestite e pettinate uguali, compagne mai divise di ogni fantasia e di ogni singola esperienza anche amorosa e sessuale, connesse nella gioia e soprattutto nel dolore, nella colpa e nella virtù, nel sogno e nella magia, nell’invisibilità sociale (o peggio nella notorietà passeggera giusto per un lapsus detto all’unisono e una condanna) e nell’abbandono pure di genitori che si rifiutano di aprire la porta, sono proprio lì, vestite da spose, strazianti nella genuinità del loro costante ricercare l’irraggiungibile incassando un rifiuto dopo l’altro. Sognatrici ineludibilmente legate proprio come quelle coppiette di pappagallini inseparabili che osservano nella gabbia sin dalla sequenza iniziale, che nella loro simbiotica purezza e nel loro viaggio sopra e poi all’interno delle viscere della Terra, martellata dopo martellata (non può che venire in mente lo splendido Monte di Amir Naderi), incarnano e portano avanti l’utopia di poter arrivare prima o poi in un posto nel mondo senza più ingiustizie, senza più tradimenti, senza più abbandoni, senza più colpi di forbici inaspettati e senza più animali uccisi senza alcuna colpa dalla crudeltà e dai protocolli dell’uomo. Un posto in cui sia possibile l’amore vero da vivere insieme, come se potessero essere la fatica e l’abnegazione a farlo apparire per davvero come la luce in fondo al tunnel. Nella loro sconfitta, vincerà la loro natura, vincerà la loro visione, vincerà il loro puro e semplice essere loro stesse legate per la vita e forse anche oltre. Werner Herzog, mai e poi mai giudicante nei loro confronti ma al contrario profondamente empatico anche mentre assaltano un’automobile e danno fuoco a una cassetta delle lettere (ma su questo, da chi è andato a fare una serie di interviste a condannati nel braccio della morte per i crimini più efferati, non ci poteva essere alcun dubbio), le mette in scena fra i suoi consueti elementi documentaristici innestati nella finzione – che poi nient’altro sono che il perfetto corrispettivo della sua consueta invenzione dei documentari – lungo una parabola via via sempre più simbolica, magica, spiazzante e struggente, realizzando un film che c’è da scommettere in troppi (evidentemente rimasti a Salt and Fire e soprattutto Queen of the desert, unici reali passi falsi in una filmografia straordinaria) finiranno per dileggiare, e che invece porta avanti orgoglioso ed anzi spinge fino alle più estreme (e sublimi) conseguenze la poetica umanissima del regista bavarese, ancora una volta a contrapporre il conformismo e la centralità delle emozioni, e ancora una volta a scegliere senza esitazione alcuna il cuore e la malinconia di una lacrima.

Marco Romagna

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