5 Settembre 2026 -

PRIMETIME (2026)
di Lance Oppenheim

Prima del film, fu il meme. Da un giorno all’altro ovunque in rete Robert Pattinson emerge da una tenda arancione al limite di una scala, vestito elegante ma non troppo formale, capello perfettamente pettinato, regge in mano un pratico blocco appunti. «Big night plan», esordisce guardando fisso un uomo paralizzato dalla paura nel salotto di una casa, e poi se ne esce con la battuta iconica, «You see how it’s look right?». Il web impazzisce per la nuova sfumatura di accento che l’attore britannico ha saputo intonare per interpretare questo ruolo, per Pattinson è un momento di assoluto protagonismo, da mesi è negli occhi di tutti per ruoli di rilievo in alcuni dei titoli più chiacchierati delle passate stagioni. Cavalcando un fandom sempre più influente, è in cerca di una prima candidatura agli Academy Awards. In Primetime di Lance Oppenheim, presentato nel concorso principale dell’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è protagonista assoluto nel ruolo di Chris Hansen, il creatore di To Catch a Predator, format tv investigativo programmato su NBC dal 2004 al 2007. La struttura del programma era molto essenziale e geniale in un senso diabolico: con la collaborazione delle forze dell’ordine veniva allestito un set per adescare pedofili, contattandoli online per organizzare incontri con attori che si fingevano minorenni. Conquistare il pubblico stressando i limiti del diritto individuale e aizzando senso di vendetta e giustizia sociale dal tono vagamente supereroistico: finalmente è arrivato il buono a catturare i cattivi, sbattendo i pedofili in carcere in diretta televisiva farà un buon servizio alla nazione e contemporaneamente potrà battere Lost negli ascolti della prima serata. Una prefigurazione inquietante del clima ideologico e politico di tante nicchie culturali del web di oggi, che stanno cambiando repentinamente il panorama comportamentale, e di conseguenza morale e etico, del nostro vivere quotidiano, alimentate da un regime di ipervisibilità che aveva i suoi primordi proprio nei primi anni del 2000.

Vogliamo vedere meglio, vogliamo vedere tutto, vogliamo «zoommare sui pori» degli altri, assistere allo spettacolo delle nostre piccole o grandi indecenze private, spogliarci di ogni dignità a favore di camera trasformando il complesso della vita in uno spettacolo continuamente esposto agli occhi e al giudizio degli altri, all’analisi minuziosa dei comportamenti, all’ingrandimento sproporzionato delle nostre idiosincrasie e dei pruriti della nostra coscienza fino a quando, negli interstizi della trama di pixel di questa immagine di noi che ormai ha perso ogni referente umano, compaia finalmente l’inconfessabile, quello che mai avremmo voluto portare alla luce e alla ribalta. Primetime è un film sui formati video e su dispositivi di osservazione che diventano strumenti di sorveglianza (ma lo sono sempre stati in potenza) a servizio di un regime di sovraesposizione mediatica a servizio di uno show costante. Un setting drammaturgico votato alla ripetizione, ripetizione che allena anche il peggiore dei gesti, a tutela della nostra irresponsabilità, perché più una cosa si può ripetere più può sembrare e sembrarci naturale. Soprattutto se sei un grande («you are great» è una delle battute più ripetute del film, unica espressione di affetto possibile nel cameratismo infernale dello show), se a fare quella cosa ti applichi con una pietosa ossessività nerd che non può che restituire un’immagine grottesca e inquietante delle menti dietro lo spettacolo dell’intrattenimento perpetuo. In questo, la performance di Pattinson è encomiabile per la sua precisione millimetrica, sfugge dalla facile pantomima per incarnare l’effettiva monodimensionalità del personaggio Chris Hansen, un prodotto perfetto del capitalismo mediatico per cui un volto di successo somiglia a qualcuno con una paresi facciale che deforma il viso in un sorriso perpetuo dagli occhi lontanissimi. Chris Hansen ha una famiglia di facciata, immancabile amante giovane appena dietro l’angolo, la mente schizofrenicamente votata alla vittoria sempre e comunque, alla vampirizzazione della realtà per farla gocciolare di contenuti spedibili, capitalizzabili. La Bat-caverna di questo supereroe dei media è una buia cabina regia con tanti schermi accesi su stanze di una casa vuota dove si attende che il cattivo cada nella trappola. Nei monitor video il mondo appare privato di dimensionalità e di contrasto, è nitido, osceno fino all’astrazione, liscio, sotto controllo, mentre fuori dallo studio televisivo Lance Oppenheim racconta un mondo avvolto in una notte perenne, tratteggiata a tinte fosche, colori acidi, ombre aggressive e pesantissime, un deserto oscuro. È sempre notte, altrimenti non avremmo bisogno della luce dello schermo per accendere le tenebre della quotidianità come la luce interrompe lo spaventevole buio nella camera di un bambino con un colpo di interruttore. Improvvisamente, non c’è più paura. Improvvisamente, i mostri sono andati a dormire o sono finiti in galera o sulla sedia elettrica.

Ci resta comunque un’impressione di incompiutezza e di un sorvolare il proprio contenuto senza mai davvero affrontarlo, altrimenti non ci si sarebbe accontentati dell’eterna metafora americana della “Balena”, dell’ossessione personalistica (maschilista e fallocentrica) inseguita fino all’auto annullamento per cui il successo si scrive con le stesse lettere della sconfitta. I predatori cacciati dallo show dell’NBC non sono la Balena Bianca di Melville, sono solo un contenuto che spacca, qualcosa che funziona, sono gli orsi polari di Lost. Lo stesso Chris Hansen all’interno di Primetime non è un corpo adatto per le metafore, è precisamente quello che sembra: un uomo dei 15 minuti (o secondi? o decimi di secondo?) di celebrità che ce l’ha fatta tenendo lo sguardo fisso a un orizzonte di contenuti, lavoro, denaro, che ha inventato un prodotto di successo oltre ogni categoria comune di umanità e civiltà, piegando al proprio interesse etica e moralità («le nostre definizioni di cattivo sono molto diverse», afferma in un momento del film parlando a un attore che manifesta un qualche scrupolo di fronte alla programmazione dello show), e la sua postura sembra premessa latente delle rivendicazioni del free speech contemporaneo e delle chiamate pubbliche ai vigilanti e alla giustizia privata nelle strade. In fondo Chris Hansen non è una figura dell’ossessione e della paranoia, ma l’incarnazione della schizofrenia capitalistica, non può essere un’ammissione di colpa a abbatterlo, nel regime spettacolare della sorveglianza totale non ci può essere alcuna presa di coscienza ma solo un collasso sistemico, uno oblio di tutte le camere e di tutti gli schermi fino all’assenza di segnale.

Leo Canali

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