28 Agosto 2025 -

GHOST ELEPHANTS (2025)
di Werner Herzog

Sono i possibili discendenti di quel colossale Henry abbattuto a più di cent’anni di vita dal cacciatore ungherese Josef J. Fénykövi e noto per essere l’animale più grande mai visto da occhio umano, gli “elefanti fantasma” di Ghost Elephants. Un’ipotetica progenie alta più di quattro metri e dal peso di circa dodici tonnellate, circa il doppio rispetto agli elefanti maschi adulti ‘normali’, che a partire da quell’esemplare dal 1959 imbalsamato ed esposto nel National Museum of Natural History di Washington DC segna la grande scommessa dello zoologo-esploratore sudafricano (e influencer) Steve Boyes, ma che soprattutto permette a Werner Herzog e alla sua macchina da presa di mettersi ancora una volta in cammino all’inseguimento di una chimera, di un’idea, di un sogno che non c’è alcuna certezza che esista nella realtà. Di una nuova verità estatica ben più profonda di ogni possibile avvistamento e di ogni possibile dato di fatto, sospesa fra l’antropologia, la Natura e la più pura professione di Fede – nel cinema – così come lo è sempre stata fra l’assoluta realtà che emerge dai film di finzione e negli elementi inventati di sana pianta con cui il leggendario cineasta bavarese ha sempre puntellato (e così trovato il senso più profondo di ciò che racconta) la narrazione dei suoi documentari. Del resto pure nel Museo, a ben vedere, non tutte le parti esposte sono originali, con le pesantissime zanne d’avorio e lo scheletro del cranio che si vedranno conservati nei sotterranei, ancora più al sicuro, mentre a prendere polvere e luce sono le copie realizzate in altri materiali eppure alla vista perfettamente identiche. Ed è per questo che, più ancora che in altre occasioni, lungo lo scorrere di Ghost Elephants non conta in alcun modo che cosa sia reale e che cosa sia illusione, non conta se le riprese siano state realizzate con Herzog realmente presente oppure delegate ad altri e poi legate insieme dalla sua inconfondibile voce fuori campo, non contano né l’effettiva dimensione di un elefante filmato da uno smartphone né i risultati definitivi di un test del DNA sui campioni vecchi e nuovi. Quello che davvero importa è accettare il patto e crederci, «I believe in Werner Herzog», anche quando risulta improbabile pensarlo a ottantatrè anni realmente per quasi 200km di sentieri in sella a una moto da cross, a sua volta trasportata al di là dei guadi dei fiumi in nuovi Fitzcarraldo su piccole canoe. Quello che conta è lasciarsi travolgere da un documentario che è prima di tutto un avvincente film d’avventura, una strepitosa caccia al tesoro in cui l’unica possibile speranza per il futuro sembra stare nell’immutabilità dei riti e delle tradizioni, nel primigenio rapporto fra l’uomo e la Natura, nell’inseguimento di un’utopia fino quasi a rammaricarsi di un successo che elide quella magica attesa di Godot. Fino agli apici della cosmologia universale e filosofica herzoghiana, in cui anche un abisso etico come l’orribile Africa addio di Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi può per una volta assurgere a commovente slancio poetico, in cui anche una tavolata di uccelli morti «come mummie» in un laboratorio in cui letteralmente analizzare la merda può diventare implicito e illuminante discorso su scienza e tecnologia, e in cui anche uno scarabeo stercorario, in marcia spingendo la sua pallina, può a un certo punto della Storia essere diventato un animale sacro sul quale fondare un’intera civiltà che solo nel perpetrarsi ancora pura e lontana dall’Occidente capitalista può continuare a mantenersi in vita.

Forse è per questo che sembrano in qualche modo tutti più o meno consapevolmente in via d’estinzione, in Ghost Elephants. Da una parte c’è la cultura ancestrale dei boscimani San della Namibia che danzano in trance per farsi possedere dagli spiriti degli elefanti, ultimi straordinari tracciatori nel cogliere e interpretare ogni minima vibrazione da parte degli animali, e dall’altra c’è il re leopardato della tribù dei Luchazi angolani diffidente di fronte a tecnologie che non conosce ma saggio e gentile, che fornirà le guide locali (e i cacciatori d’antilopi) con cui proseguire oltreconfine il viaggio verso sull’altopiano di Kalahari. Da una parte ci sono (?) i super-elefanti (fantasmi) fra gli elefanti che a loro volta potrebbero essere già estinti oppure nemmeno esistere, nuova evoluzione della specie di cui trovare evidenze scientifiche o magari errore genetico di gigantismo mai più ripetuto che il colonialismo trasformò al tempo in esiziale record sportivo, e dall’altro c’è il cinema unico e irripetibile dell’ottuagenario Werner Herzog perfettamente consapevole di come lo scorrere inesorabile del tempo gli stia inevitabilmente riducendo il numero di residue frecce all’arco, mentre l’82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (che non lo ospitava dal 2009 della storica doppietta Il Cattivo Tenente – Ultima chiamata New Orleans e My son, my son, what have ye done?, unico caso nella storia dei Festival di regista con due film in competizione nella stessa edizione) sceglie di rendergli onore con il Leone d’Oro alla carriera consegnato ieri sera da Francis Ford Coppola e, appunto, con la collocazione nel ricco Fuori Concorso di questo suo (non) ultimo (anzi solo il primo di ben quattro nuovi lavori che IMDb dà in arrivo) e magnifico Ghost Elephants. Un film come si diceva d’avventura su un esploratore e un film giocoforza di fantasmi su un elefante che forse esiste e forse no. Un film antropologico e intrinsecamente politico sulle differenti culture primigenie dell’Africa meridionale e sullo sguardo ancora colonialista e schiavista di un mondo che si dice “civilizzato” e che per questo si sente superiore. Un film sull’universo, che dal particolare ancora una volta tende all’intero cielo, al destino, all’ordine che tutto regola nel passare del tempo. Un film su un desiderio, su una speranza, su un’ossessione a cui dedicare se necessario un’intera vita. Ma soprattutto un film fatto, ancora una volta, di figure nel paesaggio microscopiche nella vastità del mondo, della Storia e delle stelle, che lasciano (e seguono) tracce del loro passaggio fra fonetiche schioccanti e guardiani degli alberi, fra frecce avvelenate e vermi potenzialmente letali, fra alberi segnati dalle zanne dei pachidermi e carcasse di carri armati abbandonati dai tempi della Guerra Civile. C’è un ragno velenoso ricoperto dei suoi piccoli a loro volta velenosi che gira indisturbato per il campo base, e c’è il miracoloso ralenti subacqueo da qualche parte fra L’ignoto Spazio profondo ed Encounters at the End of the World, trasformato quasi in carillon dal tintinnio delle musiche, in cui apertamente sognare insieme alle possibilità del cinema l’ingresso in acqua degli elefanti. Ci sono gli ormai consueti Cuncordu e Tenore de Orosei che da circa vent’anni accompagnano i viaggi cinematografici del regista bavarese ipnotizzando tutto il mondo con il loro canto corale tradizionale sardo, e ci sono le tribù più sperdute sui sentieri più selvaggi, inesplorati, senza più strade né ponti, a cui fra diamanti bianchi in volo, viaggi a piedi, apocalissi nel deserto, grotte, grizzly (men) e periodici ritorni alla lava dei vulcani Werner Herzog, con immagini proprie e altrui, ha consacrato il proprio cinema e la propria stessa vita. Che poi, a ben vedere, nel suo caso sono esattamente la stessa cosa. Due facce della stessa medaglia sovrapponibili o per lo meno perfettamente incastonate l’una nell’altra, da sempre e per sempre intrecciate e inscindibili in una delle autorialità più personali e preziose di tutti i tempi.

Marco Romagna

“Ghost Elephants” (2025)
98 min | Documentary | United States
Regista Werner Herzog
Sceneggiatori Werner Herzog
Attori principali N/A
IMDb Rating N/A

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