3 Settembre 2025 -

THE SMASHING MACHINE (2025)
di Benny Safdie

Ansia irrespirabile, un’America mai vista, corpi e volti di attori A-list usati per un progetto più ampio, esperienziale, e al contempo povero. Queste sono solo alcune delle caratteristiche dei quattro film di finzione che Benny Safdie e suo fratello Josh hanno scritto e diretto assieme, solitamente col supporto creativo del montatore e co-sceneggiatore Ronald Bronstein (anche protagonista del loro esordio Daddy Longlegs). Sono tra i registi statunitensi più interessanti degli anni ’10 di questo secolo, complici anche una conoscenza intensa della storia del cinema internazionale e dei vari aspetti tecnici e non del filmmaking – Benny per esempio è anche fonico, e soprattutto attore, anche in progetti dei più colossali registi mainstream come Nolan in Oppenheimer e PTA in Licorice Pizza. Se Josh nelle interviste è sempre stato il più riservato dei due, e almeno in apparenza il meno eclettico (quindi forse il più meramente “regista”), Benny è idiosincratico, esuberante, dotato di un volto assurdo, buono ed espressivo che ha reso presto la sua presenza nella scena cinematografica un qualcosa di speciale. Se con Heaven Knows What si sono elevati dal cinema indipendente standardizzato con uno dei più brutali droga-movie concepiti oltreoceano, con Good Time i fratelli hanno raggiunto lo status di culto confezionando un intensissimo film di genere, e hanno superato ulteriormente l’asticella con Uncut Gems, una delle sceneggiature più solide e intelligenti del cinema americano degli ultimi (svariati) anni. Il loro era (o è) un cinema di satira sottile e gradassa tensione, i loro quattro film esistono in uno spazio tra l’immateriale e il realistico, e la loro regia perlopiù a mano è classica e moderna nel contempo. Ora i fratelli si sono separati, dopo troppo poco tempo forse (i Coen prima di tentare l’autonomia hanno fatto cinema assieme per 40 anni), e hanno deciso di fare i loro esordi alla regia con soggetti su carta apparentemente simili: la storia di un wrestler e quella di un campione di ping pong. Benny ha scelto Dwayne Johnson, ex-wrestler noto come The Rock, mentre Josh (il suo film si intitolerà Marty Supreme) ha scelto Timothée Chalamet. Entrambi volti-cinema iconici a prescindere dalle scelte della loro carriera, un po’ come Pattinson in Good Time e Sandler in Uncut Gems; volti “riabilitati” con un ruolo opposto a quelli più memorabili, in film messi in scena con uno sporco e grezzo verismo sotto stupefacenti. Sembra quasi che sia stata impostata una sfida a chi farà un film più bello, e su carta sembra che entrambi vogliano (e forse non possano indipendentemente) raggiungere gli apici che erano riusciti a trovare nella prima sequenza di opere collaborative – soprattutto Uncut Gems che è diventato immediatamente oggetto di interesse di appassionati e non.

The Smashing Machine, presentato in concorso all’82esima mostra del cinema di Venezia, non può quindi che essere visto in un clima di grandi aspettative, nel senso più agonistico del termine: come Mark Kerr, protagonista del film (e lottatore realmente esistito) appunto interpretato da The Rock, pesta ed è pestato nel ring, Benny sta lottando col fratello nell’industria, ormai, di Hollywood, e sembra già nelle ripetute sconfitte del suo protagonista prevedere un’amarezza nella competitività – questo se vogliamo dare una lettura meta-cinematografica, non troppo improbabile, riferita al reale vissuto dell’autore, invece che analizzare l’opera per quello che è al di fuori del contesto biografico di succitate aspettative. La competitività, del resto, per Mark Kerr stesso, almeno quando ci è presentato all’inizio del film, è una questione quasi inesistente: non ha mai perso una lotta. Il corpo massiccio di The Rock è capace di imporsi come pochi altri nello spazio dell’inquadratura a prescindere dalle capacità attoriali, e certamente il regista ne è consapevole e ci gioca, ma non è il suo interesse principale.
La domanda che The Smashing Machine sembra porsi è: cosa può fare un uomo abituato a vincere per sopportare la sconfitta? Nel corso di pochi anni di carriera raccontati con passo sostenuto, il film rispetta di rado il significato del suo titolo, concentrandosi il minimo indispensabile sul percorso di Kerr da wrestler freestyle a lottatore UFC, e preferendo quasi sempre il volto ai bicipiti, la vita privata al campionato di lotta. Anche la vita privata può essere del resto una lotta, tra la lotta con se stesso che è la dipendenza (nel caso di Kerr, antidolorifici oppiacei) e le complessità di una relazione con tanto affetto e poca comunicazione. Emily Blunt interpreta la ragazza di Kerr, e circa metà del film è impegnata a sciorinare il più possibile la loro relazione tramite dialoghi volutamente basici al limite dello sciatteria. Domande serissime la cui risposta è un’espressione svogliata, porte distrutte, tentativi teatrali di suicidio – le scene di Blunt e Johnson insieme sono il cuore del film, sempre in bilico tra il patetismo della soap e il genuino melodramma. A Benny non interessa l’avvolgimento totalizzante nell’angoscia, principale cifra stilistica delle sue collaborazioni col fratello, quanto la gestione dei tempi di scena rispetto al vero senso dell’opera. Perché altrimenti la regia si farebbe più caotica e asciutta proprio nelle scene di lotta di un film di lotta, e intensissima quando Kerr/Rock è nella stessa stanza con la persona che ama? Safdie prova a guardare più a Cassavetes che al suo operato precedente entro le regole del cinema di genere; vuole raccontare un personaggio dall’interno e non dall’esterno, o perlomeno provarci il più possibile con questo protagonista duplice (il vero Mark Kerr ai tempi in cui è ambientato il film – fine anni ’90 inizio anni ’00 – era una celebrità, una persona-immagine, e lo è soprattutto anche The Rock oggi più che mai). Forse il prodotto finale assomiglia a un’operazione come quelle di Sean Baker, ormai interessato all’umanizzazione del sex work più che a qualsiasi altro tema (in film che, come quelli dei fratelli Safdie, hanno sempre attori hollywoodiani mischiati con non-attori presi per strada), ma con la sua propria personalità, i suoi tempi, la sua fragilità. Memorabile, per esempio, il piano sequenza alla fine della prima sconfitta di Kerr, che segue The Rock in ascensore e fino al camerino in un crescendo di tensione che in qualsiasi film di pugilato sarebbe culminato in una porta o un mobile che viene distrutto a pugni – e invece, il nostro (non-)eroe si siede e comincia timidamente a piangere. Ma ci sono altri momenti di cinema notevole, senza dubbio, tra cui lunghi montage musicali in cui Safdie si concede di utilizzare integralmente o quasi il brano a prescindere dalla durata (con My Way di Frank Sinatra e i quasi 10 minuti di Jungleland di Bruce Springsteen) e un post-finale ironico che ci mostra il vero Mark Kerr oggi, dopo ogni conflitto, dimenticato e indimenticato allo stesso tempo, invece delle solite piatte didascalie su quello che è successo dopo ciò che è narrato.

The Smashing Machine tiene al proprio ritmo interno, mantenendo un tempo denso ma pacato (c’è chi direbbe “sedato”) per tutta la sua durata, con l’evidente fine di destrutturare il film sportivo e rinvigorirne la portata emotiva, asciugato da qualsiasi epica, anzi riducendo al grado zero l’enfasi – e così andando anche controcorrente alla tesi di The Wrestler di Aronofsky, che già proponeva un esperimento analogo. È un lavoro più romantico e amaro, nichilista verso la serietà letteraria della biografia agiografica ma strabordante empatia per i personaggi. Dopo aver co-sceneggiato la serie The Curse con il regista/attore/documentarista/comico canadese Nathan Fielder, Safdie ritorna su quei binari: la ricerca di una connessione emotiva con due persone che credono di essere insieme nella “stessa barca”, ma ogni volta che si trovano da soli assieme sembra che non potrebbero essere più lontane. Coppie più squilibrate che tossiche. Come possiamo capire, amare, seguire ciò che ci appare distante, fermo, idiota?
Come ci si alza per ripartire dalla più cocente delle sconfitte?
Lo si fa fuori dal ring.

Nicola Settis

“The Smashing Machine” (2025)
Action, Biography, Drama | United States
Regista Benny Safdie
Sceneggiatori Mark Kerr, Benny Safdie
Attori principali Emily Blunt, Dwayne Johnson, Whitney Moore
IMDb Rating N/A

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