«Il lavoro è una maledizione che l’uomo ha trasformato in piacere»
Emil Cioran, Al culmine della disperazione, 1934
Certo, c’è l’ipnosi vertoviana di un montaggio vertiginoso, sincopato fino ai limiti del subliminale e ampiamente al di là di quelli del trompe-l’œil. C’è il singolo gesto che diventa estetica, reiterazione, similitudine, associazione di idee, accostamento e quindi intreccio, mosaico, vera e propria sinfonia mesmerizzante di dettagli, movimenti, immagini, suoni e mestieri. C’è, alla base di tutto questo, il personalissimo e radicale riutilizzo di vecchi 16mm didattici d’archivio, realizzati per circa un trentennio dall’Agenzia Federale per l’impiego della Germania Ovest con lo scopo di formare le maestranze alla stregua di sostanziali tutorial prima dei tutorial, e ora elementi da decontestualizzare, spolpare e destrutturare in più e meno minuscoli frammenti attraverso cui far riemergere dalla grana il fascino quasi tattile della materia per riscriverne nel linguaggio ogni possibile senso. Eppure, a partire dal titolo, è piuttosto chiaro ed evidente come nei suoi dieci minuti ad altissima intensità Overwork voglia costruire, al di là della sua consapevole sperimentazione sulle forme e sulle possibilità del cinema, un discorso ben più complesso e assai più politico, sul lavoro e sulla sua natura spersonalizzante, sulla ripetizione talmente insistita da diventare progressiva alienazione e negazione della vita, sull’umanità prima ridotta a macchina da produttività e poi, già diversi decenni prima dell’avvento delle intelligenze artificiali, di fatto direttamente sostituita da macchine e tecnologie meno costose e più performanti. Una progressione limpida e intrinsecamente anticapitalista, presentata nel concorso della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro 2026 dopo più di un anno di passaggi illustri da Oberhausen all’IndieLisboa fino al Festival di Rotterdam, che come una nuova declinazione linguistica dei Tempi moderni chapliniani parte dalla placida serenità bucolica iniziale, fatta di alberi secolari e di animali in transumanza simbolo dei più antichi lavori dell’uomo, per giungere fino all’ingresso in una fabbrica che rimane impressa sulla retina nel rapidissimo alternarsi di due camera car, cancellando di fatto il bosco che scorre oltre il parabrezza del camion fra un albero che cade e l’illusione ottica della sua cementificazione. Del resto conosce alla perfezione il mondo, i gesti, i chiaroscuri e la natura inevitabilmente ambigua del lavoro, la francese da diversi anni di stanza a Colonia Céline Berger, fisica e per oltre un decennio ingegnere progettista nel settore microelettronico prima di scegliere di far convergere le sue competenze nella rappresentazione artistica – cinematografica e installativa, sperimentale e museale, plastica e figurativa, e in almeno un’occasione perfino tessile – proprio degli ambienti professionali, facendone il centro nevralgico della sua produzione sin dal 2010 delle testimonianze audio e della pila di diffusori di Release. Un percorso interdisciplinare, il suo, che come già anticipato dopo le parole, gli ambienti e gli oggetti si concentra questa volta sul gesto come simbolo e rituale, sull’impegno e sulla fatica, sull’insistita e stressante ripetizione della singola azione, sui ritmi sempre più frenetici di imposizioni e di aspettative (im)possibili, sui progressi tecnologici che di fatto ci rendono socialmente inutili e sempre più poveri, in un’analisi (necessariamente) mosaicale e (proprio per questo così) suggestiva che dal suo stato di trance grida apparente concitazione per sussurrare invece filosofia.
Quel lavoro che per i ragazzi affetti da severe forme di autismo di Every morning, every day (2022) era fondamentale occasione di normalità, necessaria routine e inserimento sociale, ritorna così in questo Overwork un qualcosa di per lo meno ambiguo, in chiaroscuro fra la fascinazione e l’esaurimento nervoso, fra la competenza e lo sfruttamento, fra la costruzione e la devastazione, fra la necessità (di guadagnare per vivere, di acquisire competenze, di trovare nel proprio mestiere la propria identità e il proprio status) e il ritrovarsi più o meno all’improvviso a non essere più necessari per un mondo esterno che corre inevitabilmente più veloce di noi. Sensazioni contrastanti che, come si diceva in apertura, Céline Berger traspone linguisticamente sullo schermo ricombinando (molto) liberamente sul tavolo di montaggio parti di quegli asettici documentari che lo Stato Federale tedesco produceva fra i Settanta e i primi Novanta per spiegare ogni dettaglio di ogni mestiere, eliminandone del tutto le voci fuori campo e le loro descrizioni per lavorare invece sul minimo particolare del minimo particolare, sulle matite, sui guanti, sulle cesoie, sulla materia da manipolare, sui fogli da piegare o da strappare, sui floppy disc da inserire nei vecchi computer, sulle vetrine da aprire e richiudere dei laboratori chimici. Su quel preciso e rapidissimo istante in cui una mano in primo piano compie un determinato movimento uguale o magari opposto a un altro movimento, intrecciato e iperattivo fra uno scavo e una minestra, fra una vite e un microscopio, o ancora fra un’operazione a cuore aperto e una lamiera da saldare. In una vertigine sinfonica di azioni, suoni e gestualità specifiche con cui apertamente spezzare, dilatare e annullare il tempo, attraverso le alternanze e con le ripetizioni, attraverso i materiali e gli strumenti, attraverso i colori accesi e spenti che diventano flicker di luce e pura suggestione da qualche parte fra il visibile e l’invisibile. Un aperto gioco, financo violento proprio come può essere violento il lavoro, con la sensorialità dello spettatore, bombardato dalle immagini fino a non poterne più distinguere i confini e mesmerizzato dallo strepitoso sound design a cura di Tristan Berger e Judith Nordbrock, che ripartono dai rumori diegetici per ricomporli in un sostanziale concerto industrial proprio come i fotogrammi costantemente si ricompongono in nuove giustapposizioni e in nuovi significati di progressivo straniamento. Puntelli sonori di un discorso che non ha bisogno di parole, ma solo di immagini di trenta, quaranta, cinquant’anni fa e del cesello con cui rimontarle in nuova forma e nuova vita; un discorso intelligentemente sospeso fra il senso di meraviglia e la critica, fra la celebrazione meravigliosa delle attività umane capaci di eccellere in ogni campo e il biasimo verso quel Sistema che, giorno dopo giorno, otto ore dopo otto ore, le sfrutta e le sostituisce come se i lavoratori nient’altro fossero che una proprietà transitoria, un bene di cui disporre fino a esaurimento per poi semplicemente liberarsene quando non lo si considera più utile allo scopo per il quale è stato addestrato. Una massa indistinta, o meglio un mosaico, di persone che sin dalla visita otorinolaringoiatrica iniziale e dalla soggettiva ‘industriale’ del cono acustico sono di fatto già macchine, e che non certo per caso nelle immagini non hanno mai diritto a un volto ma appaiono solo come un dettaglio, come una mano, come un singolo movimento, come una ben precisa funzione da reiterare meccanicamente fino allo spasimo, o per lo meno fino al prossimo progresso tecnologico che – dalla padella alla brace – li renderà definitivamente inservibili pezzi da museo. Sempre ammesso, e assolutamente non concesso, che non lo abbia già fatto. E pure da parecchio tempo.
Marco Romagna