Vadim Baranov è un personaggio fittizio, ma non del tutto. Spin doctor, eminenza grigia, regista di teatro sperimentale prima e di reality TV generalista e offensiva poi, è l’immaginaria voce dietro le quinte di Vladimir Putin, il cervello alla base delle strategie propagandistiche. Una persona capace di sussurrare qualcosa e renderlo legge, tattica, atto. Interpretato qui da Paul Dano, di rado in veste di protagonista e naturalmente bravissimo, Baranov è uno di quei personaggi che esce dallo schermo, che vive la propria presenza cinematografica in quell’uncanny valley tra verosimile e completamente finto. Varca al di fuori dalla verità e analizza in modo documentario la Storia della Russia post-URSS pur raccontando la sua storia personale con filtri narrativi, che fanno passare per fluido e naturale quello che è un disegno più grande e complesso di ogni percezione spettatoriale. Il film, presentato nel concorso dell’82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è tratto dal romanzo eponimo di Giuliano Da Empoli, pluripremiato, di cui è stato radicalmente modificato il finale su richiesta di Paul Dano, che ha deciso di dare una conclusione più secca, amara, nichilista (e cinematografica) al destino di Baranov. Le riflessioni di un autore non-russo ma che ben conosce la Russia si mescolano fluidamente in una narrazione in cui l’unica funzione è proprio la presenza (e la vita, e la personalità) del protagonista, nucleo ideologico del Paese più esteso del mondo e suo testimone conformato e inetto allo stesso tempo. Un protagonista che coincide con la Storia al punto di perdere la sua umanità, preferendovi lo stacanovismo, l’ideologia, la dialettica, la retorica. Il mago del Cremlino è un film di quasi 3 ore di durata, parlatissimo, veloce e montato con perizia, grazie a una regia fluida che fa dimenticare di star guardando un film. Demoniaco, intrecciato e disintrecciato dalle continue tesi e antitesi del suo pensiero, il mago del Cremlino non è Putin, naturalmente, ma Baranov stesso. Si mimetizza nello schermo, nel ruolo ambiguo e “salvabile” del protagonista, e avvolge il film in un’illusione oltre le forme morali e politiche, un’illusione di formalità umana, disinnescato da ogni idea e frase portata dal protagonista nel dibattito costante del film. La sua narrazione è un monologo, il racconto a un interlocutore giornalista che trarrà qualcosa da quest’ascolto. Forse un romanzo, forse un film, forse un’ennesima illusione. Ma sicuramente, alla base dell’idea, un personaggio storico reale, Vladislav Sturkov, il vero spin doctor di Putin, trasmutato mediante il volto da bambino di Paul Dano in una maschera senza tempo e senza età, atipica, illeggibile come il viso di un conformista che segue la direzione senza pensarci.
Firma la regia l’autore francese Olivier Assayas (co-sceneggiatore con Emmanuel Carrère – sì, proprio lui, che ha anche un cameo), sguardo idiosincratico ma capace di incontrare l’apprezzamento di intellettuali e pubblici normati, abile di film in film a passare dal noir al dramma realista, dal thriller feticista alla storia di fantasmi, dagli intrighi spionistici ai divertissement letterari. È un regista che si concede sperimentazioni e metacinema, sogna forme e movimenti di macchina spericolati, che fingono libertà impulsiva dietro una pianificazione linguistica elegante e colma di sorprese. Nel caso del Cremlino (il cui film più simile nella filmografia dell’autore potrebbe essere Wasp Network, anch’esso qualche anno fa in concorso a Venezia), e complice, probabilmente, la produzione Disney+, l’impalcatura è americanizzata ulteriormente, con savoir faire pseudo scorsesiano, rispetto alla maggior parte dei lavori di Assayas, che spesso soprattutto nelle produzioni anglofone si è attenuto, con la sua abituale ecletticità, agli stilemi e al montaggio solo narrativo tipico del cinema industriale (le cui logiche sono parodizzate splendidamente nella serie di Irma Vep). Effettivamente immaginare Il mago del Cremlino sui piccoli schermi della piattaforma ha senso, del resto il film è costantemente parlato e per questo potenzialmente esperibile quasi come un audiolibro, da tenere come sottofondo, come una piccola lezione di Storia; che ironicamente comincia la sua storia proprio dove Sokurov, nel suo Director’s Diary visto a Venezia pochi giorni fa, aveva lasciato la presa della sua documentazione, cioè all’inizio degli anni ’90 dopo l’elezione di Boris Eltsin. Il mago del Cremlino ne risulta il sequel (involontario) di puro intrattenimento, che prova ad affrontare la figura di Putin, l’orso sovranista del KGB, misterioso ma non troppo, difficile da mettere alla berlina. Non è l’unico personaggio realmente esistito a far parte della narrazione, ma è senza dubbio il più ingombrante, anche perché il suo volto è quello di un Jude Law truccato e torvo ma riconoscibilissimo. Il tutto è incorniciato dalla narrazione di Paul Dano a un giornalista americano (interpretato da Jeffrey Wright), che sembra immaginare il tutto – e riferirlo a noi, pubblico – proprio attraverso la lente degli intrighi del cinema americano. Il punto viene rimarcato più volte: se nell’occidente i soldi equivalgono al potere, nella società russa è la vicinanza al potere politico assoluto a sancire la posizione socio-economica dell’individuo. In molti sensi questo è un Putin speculare al Trump di Apprentice di Abbasi, sono due interpretazioni mostruose, patetiche ma non ridicole, dei mostri al vertice del XXI secolo, ma entrambi i film esprimono con dolore e passione distaccata i punti di vista molto diversi dei rispettivi capi di Stato.
La rappresentazione degli eventi è storica, e va passo dopo passo a ricostruire l’ascesa di Putin includendo anche immagini o ricostruzioni da TG dei vari passaggi della propagazione della sua immagine di potere nel corso dei decenni, dalle prime promesse di forte difesa militare alla sua rinomata routine quotidiana, passando per tradimenti di oligarchi e discussioni con Prigozhin. Oltre alla genialità dell’inquadratura finale (ripetiamo: pare merito di Paul Dano) e alla scorrevolezza degna di Demme o Friedkin con cui Assayas gestisce, pur abbattendo un minimo i costi rispetto alla norma, spazi affollati con decine di comparse (soprattutto nella prima metà, l’analisi degli anni 90 in Russia vista dal basso, senza Putin, in un puro approfondimento di contesto socio culturale), un grande interesse del film si può ritrovare nel parallelismo col capolavoro letterario “Noi” di Evgenij Zamyatin. Romanzo distopico degli anni ’20, non pubblicato in URSS fino agli anni ’80, influenzò persino Orwell con la sua concezione in soggettiva del ruolo dell’individuo nella società. “Noi” parla dell’annullamento del libero arbitrio, ragiona sull’esistenza civile col filtro della tecnologia (Zamjatin era in primis ingegnere navale), dell’alienazione rispetto al lavoro, dell’inevitabile paranoia derivante da un sistema di vita sempre meno privato e sempre più pubblico. È uno dei primi grandi testi antitotalitari, dopo Animal Farm la più famigerata delle storie contro il comunismo. È un romanzo esistenziale e al limite dell’irrappresentabile, ma è proprio a partire dalla passione per Zamjatin che Baranov e il regista americano si incontrano; ma soprattutto, è proprio grazie a una messinscena teatrale di “Noi” che Baranov diventa stimato nell’ambiente culturale-artistico, guadagnando una nomea che lo porterà in TV prima e vicino al potere centrale poi. È traviando il senso di un romanzo quanto mai esplicito nel proprio intento (di appello all’umanità) che può nascere una società del potere che è di per sé un tradimento ideologico, un’ennesima maschera – un nonsenso, non perché non abbia senso, ma perché il senso si è disperso nel passare dei decenni tra ricambi generazionali e percezioni dello Stato (ovvero: del Cremlino) in perpetuo mutamento. Insieme alla già più volte citata inquadratura finale e ai momenti su Boris Eltsin, la scena più bella del film è proprio quella sullo spettacolo teatrale che Baranov trae da Zamjatin, costituita perlopiù da un lungo movimento di camera in avanti che mostra il palco teatrale durante uno dei climax del romanzo. Baranov trasforma l’ipotetico palazzo infinito e trasparente in cui abitano i cittadini automizzati della distopia, in cui tutto è sempre visibile e la privacy non esiste, nello sfondo di un palco al cui centro, tuttavia, ci sono Baranov stesso con la sua compagna del momento (Alicia Vikander, sempre più diva fuori dal tempo), a interpretare l’Integrale e l’ambasciatore extraterrestre. Si baciano intensamente come se il loro show sperimentale fosse un classico romantico hollywoodiano. Il grande tradimento di senso è già insito in questo auto-posizionamento al centro (dell’inquadratura, del palco, dell’impalcatura di senso), che dimostra un narcisismo solo in apparenza contraddittorio con l’immagine inetta dello spin doctor. L’auto celebrazione del potere, o meglio ancora, sì, un posizionamento assoluto e centralizzato in un sistema frainteso e corrotto dai tempi e dai costumi: è questo il punto de Il Mago del Cremlino, lontano da essere tra le opere più intelligenti di Assayas (è anzi il suo lavoro più pop, convenzionale, normativo, e anche uno dei più prolissi) ma notevole, anche forse a causa dei suoi problemi, per capire i nostri tempi.
Nicola Settis
