In un certo senso guarda ancora alle ragazze che saltano nel tempo, Mamoru Hosoda. Anche se questa volta, più che di “un” salto nel tempo (e nello spazio, e nella possibilità, e nel paradosso), si tratta del salto fra la vita e la morte, verso un limbo che non è né paradiso né inferno ma semplicemente lotta per continuare a esistere ancora per un po’, e magari potersi giocare una seconda e inaspettata possibilità di giustizia e di vendetta. Un non-luogo che al di sotto della visionarietà del suo cielo di spuma di mare presidiato dalle saette di un drago-Zeus è inevitabilmente intreccio di tutte le epoche, di tutti i luoghi e di tutte le culture, in cui il passato e il futuro coesistono al punto che una principessa danese di fine Cinquecento e un infermiere nipponico di oggi possono incontrarsi e cambiarsi a vicenda), ma in cui le dinamiche di potere, tradimenti e soprusi continuano identiche a quelle della vita terrena, sono ancora i fantasmi, le abitudini, la mentalità e le idiosincrasie del passato a comandare le azioni, ed è ben più flebile la speranza di potere prima o poi aspirare all’eternità che la certa consapevolezza che morire una seconda volta vorrebbe dire definitivamente smaterializzarsi nel nulla. Eppure non è tanto un film sulla vita e sulla morte, questo nuovo e interessante Scarlet con cui, a quattro anni dal (per ora unico) deludente Belle e a sette dall’invece poeticissimo e magnifico Mirai, il regista d’animazione giapponese torna al lungometraggio e alle sue storie di ragazzi (in questo caso una ragazza, la Scarlet del titolo) e di padri (questa volta più che mai fantasmatici ma in qualche modo coadiuvati nel loro ruolo di guida spirituale da un sostanziale fratello acquisito), di diversità e di combattimenti, di avventura e di scoperta delle vibrazioni dell’anima. Presentato nel ricco fuori concorso di Venezia82, Scarlet vuole semmai essere un film sul dilemma morale, che in tempi di nuovo e sempre più orribilmente bellici sposta di una generazione e riscrive completamente l’Amleto shakespeariano per tendere un ponte ad altezza adolescenti fra le classi sociali e fra i popoli, invitando apertamente ma senza reali didascalismi, al massimo con qualche ripetizione di troppo, a rompere le catene di odio e di vendetta, a «riempire il vuoto nei cuori» con l’umanità e l’altruismo, a re-imparare a fidarsi del prossimo e soprattutto a perdonare gli altri e forse soprattutto se stessi, per scegliere invece la via della cooperazione, della giustizia e del reciproco amore da consegnare alle generazioni successive. Una necessità di «perdono», ultima parola del re Amleto mentre la congiura del fratello usurpatore Claudio lo giustiziava innocente di fronte alla figlia, che attraversa come una cometa quasi l’intera narrazione, prima da interpretare e poi da comprendere, prima da introiettare e poi da mettere in pratica nel più inaspettato dei ritorni alla vita, fra un attacco e l’altro dei predoni del deserto (o forse dei banditi che assaltavano le diligenze nel Vecchio West) e i vari Voltimando, Cornelio, Gertrude, Rosencrantz e Guildenstern che non sempre agiscono come ci si aspetta, fra il puro cappa e spada e l’immancabile coppa di vino avvelenata, fra il sangue, le lacrime, gli sputi in faccia e i cerotti, fra la bruciante ossessione dell’infermiere Hijiri per aiutare il prossimo e l’intero villaggio che dopo aver guardato con sospetto la sua scienza medica del futuro ben presto ne scoprirà i benefici, smettendo di soffrire per lo meno dopo la morte.
Fra la drammaturgia classica, l’epica cavalleresca, il coming of age, le regole samurai e un rapido salto onirico nel futuro (e nella computer grafica con cui ritornare, pur senza la medesima brillantezza di vent’anni fa, alle riflessioni d’autore sul digitale già dei tempi dei Digimon), Mamoru Hosoda fa del suo Scarlet un continuo confronto fra ieri e oggi, fra un Occidente che sembra Oriente e un Oriente che sembra Occidente, fra la legittimità della vendetta di un’eroina à la Kill Bill e l’apertura segreta della porta per il Paradiso, fra un viaggio nella luce (magari per arrivare proprio a un monolito, seppur bianco anziché nero) che non può che ricordare 2001 Odissea nello Spazio e lo sguardo a La La Land con cui almeno per un attimo, dopo un’intera vita consacrata alla rabbia, cantare e ballare in strada felici in una società moderna e capace di vivere in pace. Un film di tormenti esistenziali fra una spada in mano e il riemergere della pietas umana, in cui Dio (o chi per lui) può tranquillamente avere le fattezze di una saggia donna anziana che sembra quasi tradire un’affinità elettiva (o più probabilmente al contrario l’ennesima frecciatina allo Studio Ghibli, “reo” di aver silurato Hosoda ai tempi de Il castello errante di Howl diretto infine da Miyazaki) con le statue-vecchiette del recente e sempre miyazakiano Il ragazzo e l’airone, in cui l’amore per il prossimo può far rifiutare di accettare la (propria stessa) morte e in cui ogni sogno, ogni peripezia, ogni scontro fisico, ogni asciugamano caldo e ogni piccolo o grande colpo di scena suggeriscono a Scarlet sempre nuove sfaccettature del senso del vivere e del definitivo trapassare nel nulla come foglie nel vento. Mentre le dune di sabbia del deserto lasciano spazio ai villaggi, alle città, all’acqua, al fuoco e alle (scalinate nel cielo sopra le) montagne, ma soprattutto agli incontri con comunità di anime ogni volta differenti in un reciproco avvicinarsi, comprendersi, farsi da scudo, curarsi, assorbire e vivere le differenze di tempo e cultura fra i due protagonisti, e poi magari scoprire di potere ancora cambiare in meglio il futuro ripudiando l’idea stessa della guerra, come altri se stessi dai capelli più corti non più inquinati dall’odio e dal dolore, dall’ipocrisia e dai pentimenti di facciata, dagli egoismi avidi degli uomini ignobili. Poi sì, ripensando alla profondità, agli assunti e alla rutilante narrazione dei primi e straordinari lavori di Hosoda, co-scritti fino a Wolf Children con Satoko Okudera, potrebbe non essere così peregrino rimpiangere la presenza a fianco dell’autore della brava sceneggiatrice che sembrava in grado di dare un qualcosa in più al suo cinema, eppure Scarlet sembra comunque avere i connotati di un ritorno in carreggiata dopo una lieve sbandata, pressoché impeccabile nel comparto tecnico di visioni, forme e colori che nascondono ogni (eventuale) limite di budget nelle sfocature e nell’efficace semplicità del character design, ma soprattutto, al netto di qualche lieve e forse necessaria ripetitività e di qualche perdonabile soluzione fulminante e “fortunata” per la protagonista di troppo, nuovamente efficace e ficcante nella narrazione, nei simboli, nella potenza espressiva. Come un nuovo The Boy and the Beast al femminile con cui educare non più alla guerra ma al contrario all’amore e al perdono, magari un po’ a distanza di sicurezza dalle migliori versioni di Hosoda ma perfettamente calibrato sul target al quale si vuole rivolgere nella sua ibridazione di generi e nella velocità con cui cambia le ambientazioni, e pienamente consapevole della necessità di urlare ciò che ha da dire prima che rischi di essere troppo tardi.
Marco Romagna
