24 Gennaio 2026 -

SILENT FRIEND (2025)
di Ildikó Enyedi

L’“amico silenzioso” è un ginkgo biloba in Germania. Quando, durante la più recente edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, pochi giorni prima della proiezione di Silent Friend, è diventato chiaro e palese ai più che il silenzio del titolo non è un silenzio esistenziale, ma uno naturale, reale e duraturo, quello del punto di vista da cui il film parte, ovvero, appunto, quello di un albero sempiterno, protagonista senza attore, già allegoria di qualcosa senza che il film sia neanche cominciato… ecco, già aveva iniziato a nascere una forma di scetticismo anche nel pubblico più ‘cinephile’. Il film di per sé non è stato troppo d’aiuto per chi già non era convinto, che è rimasto tale. L’idea di partenza sta in un presupposto vicino a concetti ed estetiche new age, e l’autrice, la settantenne ungherese Ildikó Enyedi, è una regista europea che divide molto il pubblico di nicchia che ne conosce l’esistenza; audience scarsa che è polarizzata non a causa di immagini e/o parole provocatorie, ma a causa di un ritmo che anela all’ipnosi e di una scrittura che si muove per astrazioni, collegamenti inconsci, incertezze. Enyedi ha del resto uno sguardo unico rispetto al panorama europeo, e anche se di recente ha trovato una forma di fama internazionale, grazie soprattutto all’Orso d’Oro alla Berlinale per Corpo e anima nel 2017, molto pubblico è ignaro o, appunto, difficile da persuadere. Certo, questi sono dettagli collaterali, attorno al film e non al suo interno, ma anche se idealmente si arriva a Silent Friend per vederlo/viverlo visceralmente, con l’idea davvero di un annullamento vegetale di visione, è inevitabile che il nostro cervello, nel tentativo necessario di decodificazione, si ritrovi a razionalizzare e a tentare di comprendere la visione con termini scientifici, psicologici/psichiatrici, filosofici… non è solo una poesia visiva, ma anche un incrociarsi di dialettiche, in un flusso di situazioni più o meno significative che può dare la parvenza di un girare a vuoto.
Ma per forza è soprattutto con la scienza e la botanica che i personaggi umani di Silent Friend, ora di ritorno su (piuttosto) grande schermo come film di chiusura del 37esimo Trieste Film Festival, parlano del mondo delle piante, sperimentano, scoprono il mondo comunicando col ginkgo biloba o tra di loro di fronte all’albero – e ciò è complice del nostro punto di vista, ristretto anch’esso naturalmente. L’essere umano non può empatizzare con la pianta, perlomeno non nel modo in cui può comunicare con un altro umano. Per cui, anche se ciò è inevitabile, lo sguardo di Ildikó Enyedi non è come quello di Zemeckis in Here: ove il più recente capolavoro assoluto del cinema americano (per la Battaglia di PTA aspettiamo ancora qualche anno prima di sparare sentenze) guarda la Storia e l’umanità con distacco e immedesimazione, allo stesso tempo tentando una superiorità dell’occhio rispetto alla storia e un’assoluta semplificazione umanista della rappresentazione e del rapporto cognitivo tra spettatore e personaggio sullo schermo, invece Silent Friend osa meno in termini di radicalità della messinscena, scomponendo il racconto in un montaggio scomposto e asimmetrico, in una sequela di storie che si alternano con punti di vista, fotografia, regia e dialoghi diversi. Tutte sono storie di “slice of life”, aneddotica tra la narrativa e la quotidianità: la vita di chi condivide lo spazio con l’albero, chi vi interagisce come fosse un nostro eguale.

Le storie sono tre: nel 1908 seguiamo la vicenda della prima studentessa femminile (interpretata da Luna Wedler, insignita sul Lido col Premio Mastroianni per la migliore interpretazione emergente) dell’università della città tedesca che ospita l’albero; e poi, negli anni ’70, in mezzo alla controcultura e alla depressione post-sessantottina, seguiamo un giovane studente che abita di fronte all’albero con una coinquilina che fa esperimenti di botanica e prosegue gli esperimenti di lei in sua assenza; nel passato più recente, nel 2020 del lockdown da pandemia di Coronavirus, seguiamo invece uno scienziato di Hong Kong (interpretato dal mitico Tony Leung), a sua volta affascinato dagli esperimenti che si possono fare sulla pianta con le tecnologie odierne, per i quali chiede l’ausilio telematico di un’esperta francese (interpretata da Léa Seydoux, già musa della regista ungherese nel precedente A feleségem története, qui uscito come Storia di mia moglie, che passò per Cannes nel 2021).
Il limite e difetto principale del film di Ildikó Enyedi è il didascalismo della prassi del testo. Per quanto sia efficace la recitazione di Luna Wedler, l’episodio di inizio ’900 è un didattico episodio storico, che commenta con raziocinio il sessismo patriarcale del mondo agli inizi della modernità. Non è la prima volta che l’autrice affronta il tema — in quello che potrebbe essere ancora il suo miglior film, il suo debutto con la “fiaba novecentesca” My Twentieth Century (1989), una lunga sequenza è dedicata a una lezione universitaria di un docente di anatomia autoprofessatosi femminista, che invero non fa altro che descrivere sotto punti di vista pseudo-scientifici la supposta inferiorità della donna rispetto all’uomo, sotto le grida di protesta di ascoltatrici che speravano di trovare nella sua conferenza qualcosa con cui concordare. La scena di My Twentieth Century era tuttavia molto raffinata: il resto del film parla di tutt’altro (è un tentativo espressionista, vicino al realismo magico, di ritrovare nella nascita dell’elettricità, della fotografia e del cinema la magia che si è persa con decenni di razionalizzazioni filosofiche, tecniche e scientifiche), e in quel momento l’unico a parlare è proprio il pessimo docente. È lo sguardo della protagonista dell’esordio di Ildikó Enyedi a esplicitare lo sguardo del film, più di qualsiasi parola. E il problema è che questo non accade, per lo meno non altrettanto, nell’episodio “meno botanico” e più “antico” di Silent Friend, che invece procede con semplicità parlando solo di quello che c’è di fronte alla macchina da presa (la studentessa, i suoi docenti, i suoi compagni di studi), senza raccontare qualcosa di indicibile che l’immagine può implicare senza rappresentare.

Questa critica, sia chiaro, rimane un commento parziale, un’avvertenza che prescinde dalla natura del resto del film, dal suo fascino, dalle sue mille possibili stratificazioni. Un album pionieristico della musica elettronica, Mother Earth’s Plantasia di Mort Garson, si poneva una finalità simile a quella di Silent Friend: approssimare un punto di vista che non è né della pianta né con la pianta, ma una sua via di mezzo. Dove Mort Garson ha usato il sintetizzatore per trovare ambienti sonori innovativi e moderni, col pretesto di fare musica «per piante e persone che amano le piante» [sic] con suoni e vibrazioni apprezzabili dalla flora raccolti appositamente secondo studi botanici, Ildikó Enyedi vede invece l’essere umano non come protagonista ma come osservatore, interferenza, compagno, esattamente come vede il ginkgo biloba. Mettere in scena l’essere umano rispetto all’albero è un lavoro di sottrazione, mentre mettere in scena l’albero stesso è un lavoro di aggiunta e approfondimento scientifico. Quello che fanno tutti i personaggi (ma quelli di Leung e Seydoux in primis) non è un lavoro di immedesimazione ma di contemplazione, non di comprensione ma di meditazione; sono tentativi di connessione che superano la mera dialettica, e modalità di scienza che sfidano la semplicità del fattuale. La verità panteistica a connetterci alle piante però non è un punto di vista, ma un’idea… un fatto scientifico che può essere astratto o, viceversa, un’astrazione che può integrarsi con le più recenti teorie scientifiche. E questa connessione, reale ma che ci può parere fantascientifica, è piuttosto punto generativo (nelle immagini della regista e della sua crew) di psichedelia, e (quindi) di spiritualità. Del resto, usando le parole della regista, «il (nostro) film non vuole parlare al posto delle piante. Perciò, questi diversi strati di tempo non sono raccontati dalla prospettiva della pianta. [Il film] riguarda il desiderio […] di comunicazione, e i diversi tentativi goffi degli umani di cercare una connessione con esse. Mi sarei sentita arrogante a mostrare la prospettiva delle piante. Desidererei solo puntare l’attenzione sul fatto che questi esseri complessi sono qui: comunicano, hanno una vita sociale, e anche se siamo lontani dalla loro attenzione, loro osservano le nostre vite». Non il punto di vista dell’albero dunque, quanto un punto di vista collaterale all’albero, imprescindibile, un’esperienza di vita animale e vegetale unite nell’unico fine. Un cinema da vivere. E se può essere arduo appassionarsi a Silent Friend come ci si appassiona a un grande classico del cinema narrativo o a un oggetto di culto del cinema sperimentale, ovvero come ci si appassiona a qualcosa che usa il cinema come archetipo o che rende tale il mezzo-cinema, è vero che il mistero che Ildikó Enyedi vuole scoprire e approfondire è uno che ci circonda ogni giorno. La scelta possibile è solo una. Rimanere in se stessi o arrendersi all’ipnosi e tentare l’immateriale?

Nicola Settis

“Silent Friend” (2025)
147 min | N/A | Germany / France / Hungary
Regista Ildikó Enyedi
Sceneggiatori Ildikó Enyedi
Attori principali Tony Leung Chiu-wai, Luna Wedler, Enzo Brumm
IMDb Rating N/A

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