«Come uomo e come regista, potrei dividere la mia vita in due parti. La prima: quando non avevo ancora perso la mia amata figlia. La seconda: dopo la sua scomparsa», esordisce a cuore aperto il lituano Sharunas Bartas nelle note di regia con cui il suo Lagūna, partito dalla costa sul Pacifico di Oaxaca in Messico, si affaccia sull’altra Laguna, quella di Venezia, per sbarcare fra gli eventi speciali delle Giornate degli Autori 2025 annesse all’82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Eppure, per quanto quel 7 aprile 2021 in cui l’amata figlia e attrice ricorrente Ina Marija Bartaitė venne falciata in bicicletta a soli 24 anni dalla folle corsa in auto del figlio di un importante politico lituano segni uno spartiacque tanto nel percorso di Bartas tanto in quello del film iniziato insieme e adesso, dopo lungo e doloroso silenzio dell’autore, diventato tutt’altro proprio nel girare attorno a quel lutto e a quell’irreparabile mancanza, Lagūna non è in alcun modo un film di morte e nostalgia, ma esattamente al contrario di rinascita e d’amore. Un film che attraverso i luoghi ed i ricordi sembra trovare una residua presenza, una rinnovata corrispondenza di sensi, un nuovo specchiarsi di una figlia nell’altra, più piccola e con una memoria solo parziale della sorella perduta, mentre i luoghi, le parole e le esperienze le avvicinano, e un padre regista con il ricordo della prima e l’amore per la seconda si riaffaccia a una nuova vita (o per lo meno a una nuova voglia di vivere) e forse a un nuovo cinema, scritto, diretto e interpretato in prima persona da qualche parte fra il documentario, la finzione, la sincerità dei sentimenti e l’osservazione poetica. Del resto la stessa Ventanilla, villaggio caro a Ina Marija che lo considerava il proprio piccolo paradiso personale e vero e proprio co-protagonista del film in cui Sharunas Bartas si mette alla ricerca di una sua scia, è intrinsecamente simbolo del ciclo della vita, con la sua spiaggia-santuario di tartarughe marine che depongono numerose le loro uova nella sabbia in attesa del rinnovarsi del miracolo della schiusa, e con le centinaia di specie animali che lì convivono protette dalla comunità di pescatori. L’autore lituano, in viaggio con la sua piccola Una, gira per quei luoghi alla ricerca di quella stessa sensazione di libertà dal mondo urbano che tanto aveva fatto innamorare la primogenita perduta, fra mangrovie, cocodrilli e natura incontaminata, fra i momenti di tenerezza con la figlioletta e un’iguana con cui riuscire a interagire, fra i riti del culto dei morti locale e il volo degli aironi. Ma pure fra i piatti preparati dagli autoctoni e i giochi dei bambini, fra i pezzi di cocco e le anziane che rimpiangono di non avere mai avuto la possibilità di studiare, fra le nottate di fronte al fuoco e lo spirito comunitario per fare fronte ai danni dell’ennesimo tifone. Un’esperienza sensoriale fatta di sprazzi di commovente bellezza, di tramonti e di tensioni superficiali sugli specchi d’acqua, di insetti e di martin pescatori, di farfalle e di connessioni umane che si rinsaldano sempre più forti nel lume fioco di una lampada a petrolio.
È prima di tutto un flusso di coscienza e una confessione, Lagūna. Un percorso personale e familiare di elaborazione del lutto, e forse di guarigione, mirabilmente sospeso fra il sublime dell’osservazione e la strabordante sincerità dei dialoghi complici e dolcissimi fra un padre e una figlia. Un rapporto d’amore e di infinita tenerezza che inevitabilmente cresce e si stratifica cercando insieme di superare una mancanza grande e totalizzante come la perdita di una figlia e di una sorella, in un viaggio in cui cercarne le tracce non tanto nella memoria dei luoghi quanto nel loro senso più primigenio, nella loro vita al di fuori del tempo e della frenesia della (cosiddetta) civiltà, nella loro capacità di restituire un mondo più puro, fatto di fasi della Natura e di occupazioni primarie sempre identiche. Fra il rosa della laguna e il blu del mare, passando per il verde della giungla e per il nero della notte, Sharunas Bartas cerca una personale terapia cinematografica di ritorno alla vita (e quindi inevitabilmente ancora una volta al cinema) con cui guardare a una sorta di ordine del mondo in cui tutto ha una sua funzione all’interno dell’ecosistema, proprio come una grande famiglia di piante, animali ed esseri umani che attivamente collaborano a un qualcosa di più grande di cui fanno parte, apparentemente immutabile nella sua ciclicità e nella condivisione delle sue regole e dei suoi frutti. Con gli scoiattoli che mangiano le ghiande e con le acciughe che “fanno il pallone” in superficie quando il predatore riemerge dagli abissi, con le palme che offrono riparo agli uccelli e con i coccodrilli che partono per la caccia all’ora del tramonto, e inevitabilmente con gli uomini che quotidianamente (ri)scoprono i propri sentimenti, la propria sincerità, il proprio reciproco appartenersi. In quella commozione di un padre quando la figlioletta gli accende dolcemente la candelina di compleanno su un muffin, in quegli sguardi di un’anonima coppia messicana che attraversa la laguna in canoa, e poi in quel progressivo avvicinarsi di una bambina che guarda un bambino da lontano facendo le boccacce e che poi si ritroverà ad appoggiare dolcemente la testa su una sua spalla, guardando insieme verso il futuro e la vita che continua. Senza più paura di quel pericolo senza forma né consistenza che potrebbe nascondersi nel buio, ma al contrario perfettamente consapevole di che cosa voglia dire tenere in mano una farfalla, un’iguana, un cucciolo di tartaruga, accarezzarli con tutta la benignità del mondo e poi riconsegnarli alla Natura e alla loro esistenza. Con la stessa gentilezza di Ina Marija, definitivamente ereditata per portarla avanti e propagarla ancora, conscia che non si può morire per davvero finché si continua a vivere nei ricordi e nei cuori di chi rimane, in una foto, in un altarino, in un luogo, in una preghiera, in una canzone, in un tramonto, in un sentimento. In un sogno ad occhi chiusi oppure aperti, con cui ribattere al dolore e alla tragedia della realtà con la purezza palpabile e genuina di un amore condiviso ed eterno.
Marco Romagna
