Quando nel 2016 l’illustratrice britannica Isabel Greenberg ha rilasciato la sua seconda graphic novel, The one hundred nights of Hero, storia ispirata liberamente alle Mille e una notte, ha deciso di raccontare i personaggi che ha scritto, protagoniste femminili e comprimari maschili di una favola femminista, caratterizzandoli con il suo caratteristico stile scarabocchiato. Riquadri dalla composizione che cita gli affreschi medievali o le anfore dell’Antica Grecia ma infantili nel tratto: le vignette di Greenberg sono ispirate, la loro forma è infantile, anzi, fanciullesca, ma sempre espressiva, caratterizzata sin dalle scelte dei colori da un trasporto capace di trascinare l’immaginazione e l’immedesimazione della (pre?)adolescenza. La tematica fortemente adulta del testo diventa accompagnamento a un “racconto sui racconti”, meta-storia che parte dall’esplorazione di un suggestivo universo a scatola chiusa per entrare nelle ferite nella Storia del femminile. Il senso narrativo puramente visuale di Greenberg e il successo della graphic novel hanno portato a un adattamento cinematografico, ovvero: 100 nights of Hero, secondo lungometraggio di Julia Jackman (il terzo, Amicable, è già stato girato) e film più “pop” nella selezione della 40esima Settimana Internazionale della Critica nella 82esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, dove è stato presentato in chiusura fuori concorso. Il cast presenta alcuni volti giovani ma gettonati in questo periodo del commercio cinematografico anglofono: Nicholas Galitzine, Emma Corrin, la pop-star Charli XCX, e come protagonista la scream queen Maika Monroe; e in aggiunta, i cameo di Richard E. Grant e Felicity Jones, che interpreta la Luna. La narrazione epico/iperbolica con cui si apre il film, prologo fantasy fuori dagli schemi che urla i suoi simboli con colori sgargianti e visioni grottesche, è il momento più efficace: viene presentato un mondo governato dalle leggi di un demiurgo dalle fattezze umane, icona patriarcale sin dal nome (“Bird Man”), figura che riecheggia le censure clericali. Una donna è pressoché costretta a sposare il patriarca, in un flusso psichedelico di simboli fallici (ricami e maschere raffiguranti uccelli) che opprimono il tempo narrativo finché il montaggio riassuntivo non si interrompe dando inizio all’effettivo intreccio.
Cherry, nobile scacchista e falconiera, ha 101 giorni per produrre un erede. Viene data in sposa a Jerome, un capo militare, che dalla notte della luna di miele in poi, per qualche ragione non intende entrare in camera da letto a consumare il matrimonio. Lei stringe una forte amicizia con la cameriera, Hero, che nasconde più di un segreto. Jerome una sera ospita Manfred, un amico di vecchia data che paventa di essere un grande seduttore, e decide con lui di cominciare un gioco alle spalle di Hero e Cherry per testare la presunta fedeltà della moglie: il giorno dopo Jerome se ne andrà dalla sua villa per questioni di lavoro, e lascerà nella villa da soli la moglie e l’amico — se Manfred finisse in intimità con lei, vincerebbe la villa. Hero trova un metodo per impedire alle avance di Manfred di avere successo, ovvero raccontare favole per addormentarlo. Ma queste favole nascondono un messaggio che Hero vuole far arrivare alla donna che serve e ama. Il romanzo fantasy-fiabesco muta prestissimo registro in una farsa il cui sottotesto è evidente: il passato dell’umanità è sempre stato tartassato da forme di potere e forme di pensiero maschili, capaci di fomentare le più subdole forme di ignoranza e violenza e costituendo quella che a tutti gli effetti è una dittatura sessuale, che travalica i confini geografici e culturali. 100 nights of Hero si posiziona in un filone filmico odierno vicino alle forme di femminismo di terza ondata, esemplari progetti più o meno riusciti quali Barbie di Greta Gerwig (naturalmente), Don’t worry Darling, The world to come, The Handmaiden, e molti altri. Quali distopie senza forma o direzione, quali effettive riflessioni sul complesso incasellarsi delle relazioni tra sessi nel corso dei secoli, è inevitabile riconoscere che in 100 nights of Hero il rapporto tra lo spettatore e il film è implicato come un rapporto di condivisione, anche nell’estetica accomodante vicina alle patine di Netflix. Per essere una storia che guarda al mondo e propone una satira (che si prende molto sul serio) su dinamiche sociali sempiterne, lo sguardo di 100 nights of hero risulta purtroppo troppo piatto e ombelicale.
Certo è che Julia Jackman è capace di costruire una cornice convincente, soprattutto quando predilige la claustrofobia della villa in cui la storia è ambientata alla regia dei dialoghi, ma sembra perlopiù interessata al quadro. Le favole raccontate da Hero, la sezione del film di cui è protagonista Charli XCX, sembrano essere il sottotesto, ma sono invece il testo. La messinscena più ispirata da parte della regista non si trova nello pseudo-quadrilatero (pseudo-)amoroso colmo di intrighi ed equivoci che assilla la villa, nonostante la fotografia concentrata sui contrasti e sugli angoli della scenografia, ma nella fiaba. Che fiaba non è – bensì si rivela un vero e proprio racconto morale, sognante ma drammaticissimo, al punto che dopo che la favola finisce di essere narrata cornice e quadro sembrano entrare in simbiosi. La farsa finisce, e si rivela (con un certo didatticismo) il dramma e quello che può essere anche un’ispirazione per il futuro. Se la retorica nella parte conclusiva è convincente fino a un certo punto, è vero anche che l’incastro di storie (che parlano di donne che scrivono storie) dentro storie (scritte da donne) è un’ingegnosa trovata fumettistica che meritava una dimostrazione audiovisiva, sciogliendo l’allegoria nel tempo ipnotico di una visione invece che nell’approccio più controllato che si può avere col cartaceo.
Nicola Settis
