Era probabilmente inevitabile, nel suo insistito navigare avanti e indietro lungo la Storia turbolenta di colonialismo e dittature militari più e meno dichiarate in quanto tali lungo lo scorrere delle generazioni delle Filippine, che prima o dopo il cinema di Lav Diaz approdasse alla figura emblematica di Ferdinando Magellano, e con lui al suo schiavo malese (e nel corso dei suoi viaggi fondamentale interprete tagalog) Enrique di Malacca, e necessariamente al re guerriero indigeno Lapu-Lapu ricordato per avere ucciso l’esploratore e ammiraglio straniero sulla spiaggia di Mactan, tanto controverso nella sua effettiva esistenza tutt’ora oggetto di dibattito, quanto in ogni caso primo leggendario eroe nazionale e simbolo stesso della resistenza filippina contro l’Impero spagnolo. Un progetto, Magalhães, ambiziosissimo e covato lungo quasi un decennio di studi e ricerche, che prende l’icona Magellano e, guardandola inevitabilmente dalla prospettiva di chi ha subito il suo potere coloniale e poi se ne è violentemente liberata, la ridipinge in sottrazione nel volto e nel corpo di uno strepitoso Gael Garcia Bernal come una sorta di controcampo uguale e opposto della devastazione imperialista: una figura stratificata e complessa come quella di un (anti)eroe malinconico e contraddittorio, oramai logorato nel fisico e nell’anima dal proprio stesso potere e da un profondissimo senso di vuoto, per cui il viaggio più ancora che spirito d’avventura e fame di scoperta forse è in realtà una necessità ancestrale di fuggire da se stesso e dal proprio depresso horror vacui, dai dolori sempre più intensi del fisico e dell’anima, dall’inumanità di fatto imposta a Magellano dal suo ruolo e dalla necessità di sedare nel sangue le ribellioni indigene e le cospirazioni del suo equipaggio, e infine da quel figlio nato e morto poche ore dopo in culla mentre era lontano. Elementi che Lav Diaz, nel suo ritorno al colore undici anni dopo Norte, the end of history, mette in scena con straordinarie cura e raffinatezza, dipingendo e lasciando deflagrare sullo schermo ogni singola suggestiva inquadratura in 4/3 come se fosse un quadro del Cinquecento, e costruendo sin dalla primissima immagine un film che è in primo luogo di corpi, maschili e femminili, nudi e corazzati, vivi e morti, dormienti e danzanti, assenti e disperati, tatuati e feriti, liberi e schiavi. Del resto a ben vedere, con le cicatrici e le piaghe mai rimarginate che non possono che continuare a portarsi dietro, per l’occhio di Lav Diaz le Filippine stesse sono sempre state inevitabilmente assimilabili a un corpo mutilato e ferito, apparentemente steso sul tavolo dell’obitorio e invece sempre vivo e dolente nei suoi temporali improvvisi e violenti, nelle sue donne che piangono e gridano nel corteo funebre dei figli, nei suoi disperati residui vagiti d’umanità. Un corpo, come infinite volte sottolineato dalla malattia psichica o somatica un po’ ovunque ricorrente nel fluviale cinema diaziano, il cui tentativo di cartografia storica e di conseguenza il discorso politico non possono che coincidere con un passaggio attraverso lo sguardo ma forse soprattutto il tempo, con i drammatici parallelismi lungo lo scorrere dei secoli e dei decenni, ma anche con le ore e i minuti delle dilatazioni temporali da sempre necessarie, pure nella ridefinizione stilistica degli ultimi anni che ne ha evidentemente asciugato le durate-monstre, a caricare l’intensità emotiva miracolosa e spesso ai limiti dell’insostenibile delle memorabili sequenze che hanno reso l’autore filippino uno dei più importanti e rivoluzionari cineasti degli ultimi trent’anni.
Ecco perché, quando il 78esimo Festival di Cannes ha annunciato la presenza in Cannes Première di Magalhães ma soprattutto la sua durata del tutto inusuale per Lav Diaz e per il suo personalissimo linguaggio di “soli” 156 minuti, è sembrato sin da subito in qualche modo “strano” che un progetto cinematografico dagli obiettivi e dalle potenziali implicazioni così sfacciatamente monumentali potesse concentrare in così poco tempo l’epopea dell’ultimo decennio di vita e di viaggi del navigatore portoghese passato alla flotta spagnola, e scopritore dell’omonimo stretto fra i fiordi del sud del Cile durante quella prima circumnavigazione completa della Terra che personalmente non farà in tempo a completare. Un’impressione confermata dalla notizia, giunta in silenzio qui sulla Croisette, che la versione presentata in prima mondiale a Cannes sia in realtà un re-cut realizzato appositamente per poter rispondere all’invito della kermesse transalpina, che non senza qualche colpo d’accetta anche abbastanza vistoso condensa nella durata di uno slot festivaliero un lavoro che, quando sarà ripresentato nella sua interezza, dovrebbe estendersi più o meno intorno alle nove ore, e che ancora non si sa quando e dove sarà possibile vedere per come integralmente concepito. In ogni caso, anche il montaggio di questa prima versione breve è stato regolarmente co-firmato e approvato da Lav Diaz, presente e fortemente applaudito in Salle Debussy, e pur dovendo inevitabilmente lasciare qualcosa di narrativamente (e metaforicamente, e umanamente, e politicamente) intentato nelle sue robuste ellissi (dai motivi del cambio di bandiera di Magellano ai tanti episodi storici – la rivolta di una delle navi della flotta, la cospirazione che ha spinto Magellano a far giustiziare per ammutinamento due marinai e ad abbandonarne crudelmente altri due su una spiaggia deserta, e dall’altra parte le analogie e differenze fra i re e le tribù delle diverse isole filippine – che per essere realmente compresi, stratificati e contestualizzati al di là della suggestione hanno di fatto bisogno che lo spettatore ne conosca già la Storia), svela ancora una volta il talento, la potenza immaginifica strabordante e la capacità di stratificazione umanissima e mai e poi mai giudicante nemmeno nei confronti dei “nemici” di un cinema unico e preziosissimo, che questa volta sembra lasciare da parte gli elementi di genere e che invece nel dramma storico e biografico di avventura e di guerra (commerciale per l’Europa, di sangue e piombo e forzate conversioni al cattolicesimo per il Sud-Est asiatico da depredare chiamandola ‘civilizzazione’) fa riecheggiare ancora una volta quel potere marcio di proprietari terrieri e sbirri corrotti che hanno sempre fatto parte del cinema-mondo del regista filippino, e che soprattutto trova ancora una volta nelle dinamiche di sottomissione, ribellione, disperazione, orgoglio, dignità e lotta di un intero popolo, pur se giocoforza depotenziati rispetto a quando hanno realmente il tempo di caricare prima di tirare il grilletto, quegli inestimabili istanti di dolente vibrazione emotiva che da sempre lasciano attoniti e perduti davanti alle immagini e alle narrazioni diaziane. Come quando, ritornato in Portogallo dalla spedizione del 1511 sotto il comando di Alfonso de Albuquerque a Malacca, Magellano dovrà comunicare alle donne in attesa sulla spiaggia come i loro mariti non sarebbero mai più tornati, come quando nelle Filippine le madri seppelliranno nelle onde dell’Oceano i loro figli caduti in battaglia, e ancor di più nella morte finale del navigatore che attraversa l’intera spiaggia di Mactan ricoperta di cadaveri prima di adagiarsi esanime sulla battigia, in attesa che gli indigeni ne decapitino e ne tengano per sempre il corpo a guisa di – inutile, come dirà la Storia – monito per chiunque altro in futuro avesse provato a colonizzarli.
Ed è proprio qui che Lav Diaz si lancia in un’interpretazione finale ardita, che re-identifica Lapu-Lapu e quindi la resistenza filippina in un inganno, in una leggenda ancestrale con cui ritornare alla mitologia, alla religiosità mista a superstizione pagana e alla vita primordiale in comunità con la Natura, attraverso cui non si può prescindere dalla violenza per costruire faticosamente la propria libertà. Quella stessa violenza che Magalhães, nella sua minuziosa ricostruzione a partire dalle vele con la croce dell’ordine di Santiago di ogni dettaglio della vita e del viaggio reso noto dai racconti di Pigafetta, preannuncia sin dal già accennato incipit, con la donna indigena nuda che fugge terrorizzata per le foreste di Malacca dopo avere visto per la prima volta un uomo bianco, perfettamente conscia di come «la promessa degli antenati», o forse sarebbe meglio dire in questo caso la minaccia, fosse arrivata sotto le bandiere portoghesi; quella stessa violenza che per tutto il film sarà inevitabile compagna del viaggio di Magellano tanto nell’Occidente ‘civile’ sia nella cultura-altra dei popoli orientali, tanto nei rapporti spesso burrascosi con le corone e con i propri uomini quanto negli scambi forzati di doni con cui pone il dominio sulle terre delle spezie; quella stessa violenza che è già intrinseca nell’imposizione di una lingua, di un credo e di una cultura, e che non potrà che ritornare sempre e comunque indietro. Passando per le zattere di giunchi e per gli uomini e gli animali che si guardano attraverso il fumo dalle due parti del fuoco, per il sole che in pochi secondi diventa uragano e per il processo-farsa con cui condannare a morte per immoralità i due marinai colti in inequivocabili atteggiamenti omosessuali, passando per il fisico sempre più debilitato di Magellano portato a braccia dai compagni con quella gamba in cancrena che lo lascerà zoppo per tutta la vita e per i tentativi di stupro perpetrati dai suoi uomini ai danni delle donne indigene, passando per la frustrazione sempre più estenuante di un viaggio che non sembra mai (più) vedere terra, per l’ipocrisia coloniale di far passare l’avidità dei regnanti come legittimazione religiosa anti-islamica e anti-eretica (magari proprio mentre ci si ritrova a confessare i propri peccati mortali) e per le sublimi apparizioni fantasmatiche e sfumate di quella donna amata che il navigatore sarà destinato a non vedere mai più, lasciata a casa con il pancione e morta durante il viaggio a poca distanza dal neonato. Elementi di purissima poetica diaziana che il gigantesco autore filippino, anche autore della fotografia, mette in scena fra tagli di luce caravaggesca e sguardi dal buio verso l’immensità dell’Oceano Pacifico attraverso gli oblò e l’intreccio di funi delle caracche, in un’esplosione di colori all’imbrunire che, tanto più in un film che è anche e forse soprattutto sulle derive e sulle oscurità del potere, non può che ricordare Pacifiction, ma per molti versi anche La mort de Louis XIV e in generale il trittico che compone con Història de la meva mort e Liberté, del catalano Albert Serra qui produttore, e che anche in una versione inevitabilmente parziale del progetto come quella presentata a Cannes, per molti versi monca proprio in quella gestione dello spazio e del tempo con cui il cinema di Lav Diaz ha sempre portato avanti le sue istanze più brillanti e più potenti, non smette nemmeno per un istante di catalizzare lo sguardo verso lo schermo con un fascino magnetico e irresistibile, con un potere immaginifico perfettamente significante nelle sue coincidenze e nelle sue brillanti divaricazioni fra forma e contenuto. Non resta che immaginare quello che sarà possibile vedere solo in futuro, fra l’arrivo di Magellano a Siviglia (di fatto tradendo quel suo Portogallo che lo aveva tradito) e i rapporti precedenti fra le isole di Cebu e Mactan dei loro sovrani Humabon (che si convertirà per poi tendere un’imboscata) e Lapu-Lapu (che, vero o leggendario/mitico che sia, al contrario non accetterà mai il dominio), e poi fra la necessità militare di trovare una rotta economica che non fosse già battuta da arabi, inglesi, spagnoli, veneziani o genovesi e il ritorno delle dilatazioni temporali necessarie per restituire finalmente fino in fondo sullo schermo la fatica del viaggio. Per stratificare ulteriormente e fino al capolavoro assoluto quel discorso politico e sociale con cui il già bellissimo Magalhães, attraverso la figura storica del suo protagonista, scandaglia le due facce di un male, il colonialismo, che non può che portare all’odio e all’azzeramento reciproco, e in cui forse nemmeno ci possono essere reali carnefici, ma solo vittime dall’una e dall’altra parte un Sistema irrimediabilmente putrescente.
Marco Romagna
