Sono passati quasi otto anni con in mezzo altri due film, eppure un po’ come se non fosse mai davvero ritornato il giorno, dal 2018 di quel il progressivo imbrunire fra le lucine colorate delle BullBoys e la carbonella ardente del narghilè di Thunder from the Sea. Del resto, come potrebbe ritornare a splendere il sole proprio lì dove una tensione lunga più ottant’anni e (almeno) due Intifade si è esacerbata ed è definitivamente esplosa in genocidio? Come potrebbe mai ritornare la luce nel soffocante senso di colpa identitario di chi, fra i pochi lucidi e straziati nella follia collettiva, vede quotidianamente la crudeltà indifferente del proprio popolo che in nome di un dolore passato infligge baldanzoso e impunito altro dolore a un altro popolo innocente? Come potrebbe mai riaffacciarsi l’alba nella morte e nello strazio quotidiano di chi questo dolore lo subisce sotto le bombe di Gaza (e ultimamente pure del Libano, nuovo ostacolo da schiacciare nell’espansione criminale di Israele) così come nei territori occupati in Cisgiordania? È per questo che Far from the light of day, in prima italiana nel concorso alla 62esima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro dopo l’anteprima parigina a Cinéma du Réel e il passaggio a DokLeipzig, si configura sin dal titolo come una lunga notte senza apparente possibilità di fine. Una notte, l’ennesima, inevitabilmente insonne, spartita fra un mosaico di immagini fisse o in movimento che emergono dall’oscurità e una babele di pensieri che diventano parole (d’amore) a cuore aperto e ininterrotto flusso di coscienza, mentre Yotam Ben-David, israeliano dissidente già da anni in forzato (auto)esilio a Parigi, guarda il suo compagno palestinese Samer Selbak che dorme. Perfettamente conscio di come la purezza totalizzante del loro sentimento fra rappresentanti di due popoli in conflitto, nato «quando la rabbia nei tuoi occhi ha incontrato la tristezza nei miei», non possa che rinnovare in ogni istante passato insieme e in ogni gesto d’affetto un’intrinseca ma ben precisa dichiarazione politica, che all’odio ancestrale fra sionisti e palestinesi risponde con il desiderio e con la tenerezza di un reciproco appartenersi, del vegliare l’uno sull’altro, del convivere giorno dopo giorno il più possibile felici sopravvivendo in qualche modo all’orrore che puntuale si ripresenta nelle notizie di ogni bombardamento, in ogni sopruso di una parte e in ogni conta dei morti dell’altra.
Inizia con un fischio quasi impercettibile nel buio, Far from the light of day. Un elemento in qualche modo fisico, penetrante, quasi tattile nella sua frequenza che smuove direttamente l’interno del corpo proprio come lo fanno i sentimenti e la coscienza, e non a caso destinato ad aumentare gradualmente verso il finale in cui lentamente ricomincerà a fare capolino la prima luce che precede l’alba, rendendo sempre più concreti i brandelli di carne e di pelle di Samer che, una foto dopo l’altra, emergono dalle lenzuola proprio come un martire palestinese spunta dal suo sudario. Anni e anni – insieme – di scatti notturni, che Yotam Ben-David si è ritrovato sulla memoria dell’iPhone dopo altrettante notti di sospensione e di riflessione a guardare con tenerezza lui e il cane abbracciati, e ora unica possibile chiusura di quel flusso ininterrotto dei suoi pensieri e delle sue parole che scorre come una lettera d’amore e di guerra (così lontana, così vicina) dallo schermo di un computer nella notte all’astrazione degli specchi d’acqua, dai lampi come bombe nel cielo ai riverberi dell’unica fonte di luce da un treno in corsa, da un lenzuolo raggomitolato a una goccia di pioggia che bagna la lente dell’obiettivo, come a evocare l’orrore e il dolore lasciandone rigorosamente fuori dal campo la pornografia giornalistica per lavorare semmai sull’immagine come puro veicolo di rifrazioni emotive, e infine di vicinanza fisica e di una delicatezza dolce e inevitabilmente tormentata, prima lui e poi insieme allo specchio, fino alla commovente carrellata finale verso gli amanti abbracciati nel letto. Il resto è una riflessione lucidissima, al tempo stesso tenera e straziata, sulle reciproche identità e sulle reciproche cicatrici, che parte da un senso profondissimo di scoramento e di impotenza per riempirlo progressivamente della passione e della premura reciproca di due corpi e di due coscienze che si amano e che si desiderano, come una quotidiana resistenza (omo)erotica a un mondo che li vorrebbe esattamente all’opposto machi e nemici, come un sistematico rifiuto di un rancore razzista imposto e generalizzato, forse come l’unica possibile pacificazione per lo meno personale. Sempre che possa esistere davvero una pacificazione nel momento in cui la notte non si riesce a dormire, soffocati dal peso delle responsabilità di uno Stato canaglia che Yotam Ben-David, da cittadino che ha preferito una vita apolide da esule, esplicitamente accusa senza alcun tipo di sconto e senza alcuna possibile giustificazione morale, preciso e consapevole, straziato e incazzato come forse neppure Amos Gitai e Nadav Lapid hanno mai osato essere, e al contempo dolcissimo nell’affetto domestico e familiare, nella ricerca di una normalità che possa far tornare la luce, in un amore condiviso e più forte di qualsiasi odio.
Cerca di risalire lungo le generazioni fin su alle cause del conflitto Yotam Ben-David, chiedendosi apertamente come sia stato possibile che la decisione innaturale di un popolo storicamente nomade di stanzializzarsi a causa delle persecuzioni subite lo abbia infine spinto a perseguitare a sua volta un altro popolo legittimo e naturalmente stanziale, costringendolo prima all’esilio e poi alla pulizia etnica. Un discorso che parte dalle rispettive nonne – la propria che nel sionismo trovò un posto sicuro nel mondo dopo il dilagare dell’orrore nazista, contrapposta a quella di Samer costretta a vivere in una grotta dopo essere stata espropriata della casa e forzatamente allontanata durante la Nakba del ’48 – e che affronta la Storia di Israele e della Palestina nei suoi effetti quotidiani, nei migliori amici diventati da un giorno all’altro i più velenosi fra gli avversari, nella violenza razzista «sputata fuori dalle truppe di clienti che bevono caffè ghiacciato da un bicchiere di plastica», e poi ancora nei bombardamenti a tappeto, nell’aperto disprezzo del diritto internazionale, nel cinismo con cui Israele, continuando ad autoassolversi e a professarsi unico depositario della miseria e della pietà, nega non solo le proprie colpe criminali nel causare sofferenze a un altro popolo, ma perfino lo stesso dolore altrui. Un atto che il governo e la stragrande maggioranza che lo sostiene compiono quotidianamente e in maniera sfacciata, totalmente alla luce del sole, mentre per la verità, per il senso di colpa, per la tristezza e per l’amore sembra non rimanga che ritagliarsi questo spazio Far from the light of day, appunto notturno ed esiliato, e al tempo stesso astratto e concreto, oscuro e illuminante, appena bisbigliato eppure tanto dirompente nelle sue forme linguistiche quanto fragoroso nel suo messaggio politico e sentimentale. Ventisei minuti sublimi e per molti versi epocali, con cui riscrivere dall’interno la Questione Palestinese in una resistenza amorosa e in una confessione personale che è quella (a lungo mancata, e ora invece definitiva) di un intero popolo, e dal proprio punto di personale (relativo) equilibrio raccontare quel confine emotivo inevitabilmente frastagliato fra la tenerezza e la rabbia, fra il desiderio e il dolore, fra la tristezza di una colpa identitaria e la gioia quotidiana di chi convive innamorato. Eppure agli occhi puri di Bambi, il cane che in quanto cane non dà(va, sic) alcun peso alle questioni geopolitiche degli uomini, i padroni Yotam e Samer sono sempre stati semplicemente una coppia che si ama. «Abbracciati sull’orlo del baratro», certo, ma è proprio il loro abbraccio quello che conta, il loro odore, la loro complicità, il loro guardarsi e reciprocamente sentirsi. Quella loro unione di anime e di corpi che, giorno dopo giorno, permette a entrambi di trovare la forza di sopravvivere nel deflagrare dello strazio.
Marco Romagna