Che siano tempi di rigurgiti autoritari anche nel mondo occidentale, dove si credeva di aver fatto con ciò definitivamente i conti da decenni, inizia a essere una verità abbastanza allarmante. Per precisa dichiarazione dello stesso Kirill Serebrennikov, La scomparsa di Josef Mengele (2025) giunge a intessere discorsi e riflessioni fra passato e presente. Nella paura dell’altro, nella convinzione della superiorità della propria cultura su quella di altri, nell’esaltazione collettiva intorno a persuasioni farlocche, nella diversità ricercata fin nella conformazione genica dell’essere umano, risiede la culla della violenza generalizzata. A tutte le latitudini, ormai, fra Europa e America, emergono nuove forze, sostenute da un consenso popolare non indifferente, intente a difendere ossessivamente l’integrità e inattaccabilità della propria cultura e nazione. In questo senso Serebrennikov intende intrecciare il passato con il presente: non siamo certo giunti (e sarebbe proprio il caso di non arrivarci) all’emersione di nuovi dottor Mengele, ma i rigurgiti del presente trovano antiche reminiscenze negli esordi del nazismo tedesco, che si tradusse, nella sua forma più estrema e psicotica, nelle mostruose ricerche di eugenetica svoltesi ad Auschwitz e Birkenau.
Nei confronti della figura del dottor Mengele, Serebrennikov è fin troppo generoso. In cerca di qualche effetto perturbante, l’autore russo, al suo primo lungometraggio in lingua tedesca, dota in tal senso l’angelo della morte di una vera coscienza. È del resto un procedimento di restituzione narrativa della Shoah che già si è visto sugli schermi negli ultimi anni – La zona d’interesse (Jonathan Glazer, 2023) – il racconto di una normale mostruosità, tanto più mostruosa quanto quieta e quotidiana nel suo svolgimento. Che rende il tutto ancor più mostruoso. Ciò vale anche per lo Josef Mengele di Serebrennikov. Si è abituati a immaginarselo come un orco delirante. Nel film, presentato lo scorso maggio a Cannes e ora al 37esimo Trieste Film Festival giusto una manciata di giorni prima dell’uscita nelle sale italiane, Mengele è invece perfettamente lucido fino (quasi) all’ultimo giorno della sua vita. E in prefinale, in un pugno di sequenze oniriche, sembra pure covare qualche lontanissimo e rarefatto senso di colpa. Non fanno parte di lui, invece, il pentimento e il disconoscimento delle proprie idee. Ormai anziano, messo a confronto con il figlio Rolf, che si vergogna di lui fino alla nevrosi, Mengele ribadisce con veemenza le proprie posizioni di glorificazione del nazismo e del Terzo Reich. Sei ebreo?, Sei comunista?, ripete al figlio come un mantra, ogni volta che il ragazzo mette in discussione il suo passato. Più di tutto, Mengele si accanisce contro chi ha tradito il nazismo e si è riciclato. O, peggio, contro un’intera nazione che si sta riallineando a un nuovo ordine, stavolta democratico, in modo che capitalismo e quant’altro di simile non si estingua mai – interessanti, in tal senso, sono gli attacchi contro la classe degli industriali tedeschi, primi sostenitori del nazismo e subito dopo pronti a fare grande la nuova Germania postbellica.
Per una figura che più volte lungo il racconto sembra delinearsi come un puro e semplice esecutore professionale, sia pure di ordini aberranti e disumani, il marchio dell’incancellabile vergogna, destinata a passare tristemente alla storia, risiede tutto nell’indicibile e irrappresentabile della sperimentazione condotta su corpi appositamente messi a morte. Siamo oltre la tortura, siamo alla riduzione dell’uomo a cavia, attraverso ricombinazioni e contaminazioni dove la curiosità scientifica lascia il posto all’abbietta perversione della psicopatia. Particolarmente interessato ai gemelli e alle deformazioni fisiche, accanito soprattutto nell’utilizzo di prigionieri romanì, l’anziano Mengele di Serebrennikov mette a tacere la propria esaltazione nazista soltanto quando è messo di fronte a quanto accadde nel suo reparto di eugenetica a Birkenau. Il silenzio, la vergogna. La scomparsa di Josef Mengele osa l’inosabile, giunge alla rappresentazione del laboratorio, dei suoi corpi smembrati ed eviscerati. Serebrennikov arriva a questo con una doppia cornice di straniamento; innanzitutto, per un film in gran parte dominato dal bianco e nero dedicato alla sezione postbellica del racconto, si passa al colore per i frammenti ambientati nella Germania nazista. Anche per gli esperimenti di laboratorio condotti sui corpi umani si passa al colore, piazzando però un secondo filtro al racconto tramite la simulazione di un filmino amatoriale realizzato da zelanti addetti al campo di concentramento. Così, le accurate (e praticamente intollerabili) sequenze dedicate alle sperimentazioni si rifugiano nel mockumentary, distanziando la materia e denunciando al contempo l’esaltazione nazista intorno alle distorte magnifiche sorti e progressive intraviste nel radioso futuro del Terzo Reich.
Quella di Mengele, del resto, è stata un’intera generazione convinta che non fosse possibile alcun esito alternativo al trionfo di Hitler. Soltanto così è spiegabile l’aver perpetrato crimini contro l’umanità di tale portata senza temere la minima ritorsione da parte della Storia. La sensazione di megalomane impunità deriva dal delirio di onnipotenza, nascosto dietro il mantello protettivo del presunto invincibile nazismo. Se quindi Serebrennikov solleva questioni corpose con immediati (e un po’ grossolani) rinvii ai recenti umori internazionali, d’altra parte La scomparsa di Josef Mengele sembra restituire assai meno di quanto promette. Come spesso capita con il cinema di Serebrennikov, la confezione preziosa, oltre i limiti dell’estetizzante, nasconde una riflessione dal respiro piuttosto corto, alla quale si cerca di porre rimedio con vivacizzazioni narrative abbastanza meccaniche. Fra un salto temporale e l’altro, fra un bianco e nero e colore in alternanza, si approda dalle parti di un accademismo sui generis, che suona una sola nota (o quasi) da inizio a fine, facendosi forte di buone prove attoriali (notevole la performance di August Diehl nel ruolo principale) e di una certa persuasività narrativa. Ma il film non propone poi molte (né inedite) stratificazioni, e non gli sono sufficienti ben 135 minuti per sollevare qualche riflessione realmente e profondamente perturbante.
Tratto da un romanzo non-fiction di Olivier Guez, che dunque si frappone come ulteriore filtro fra la realizzazione del film e la figura del criminale nazista, La scomparsa di Josef Mengele cerca una via stilistica sui generis che tuttavia non sembra disporre della necessaria potenza e pregnanza di riflessione per giungere davvero alle origini del Male, e del nazismo quale sua tragica incarnazione contingente. Presentando il film a Cannes lo stesso Serebrennikov, che a suo tempo ha avuto in Russia problemi giudiziari di matrice politica, aveva convocato la figura di Putin come profilo di autocrate che in epoca attuale assume su di sé i tratti autoritari di un despota. La storia rischia di definirsi dunque idealmente come un eterno ritorno. Di un’opera come La scomparsa di Josef Mengele si percepiscono certo la necessità e l’urgenza, anche sul piano della mera testimonianza storica per le nuove generazioni. Tuttavia, a una messinscena elegante e d’effetto non risponde una reale e corposa profondità di tratto e di approccio. Regna un certo spirito di semplificazione, che riduce il film alla cronaca di una turpitudine umana senza pari nella storia, relegando la riflessione sul nazismo a qualche verità né nuova né particolarmente significante, e tutta confinata a continue parentesi narrative di pieno e conclamato didascalismo.
Massimiliano Schiavoni
