Viene piuttosto semplice immaginare come, ai tempi della sua ideazione, l’embrione originario poi sviluppato in questo Butterfly jam volesse essere nelle intenzioni di Kantemir Balagov una sorta di controcampo al maschile di Tesnota. Un film con cui, dopo la parentesi in costume (e ancora una volta al femminile) ambientata nella Leningrado dell’immediato dopoguerra dell’opera seconda La ragazza d’autunno, ritornare a quella Nal’čik città natale del regista e centro nevralgico della Circassia, e da lì ragionare nuovamente e dall’interno su una ben precisa minoranza etnica – analizzandone però questa volta la mascolinità – attraverso le sue dinamiche familiari e sociali di dominanza, sottomissione, virilità, forza e, soprattutto, (vergogna e paura di mostrare la propria) debolezza. È del resto lo stesso Balagov, prima nelle note di regia e poi dal palco della Quinzaine des Cinéastes che presenta in apertura il suo film sulla Croisette di Cannes 2026, a specificare come nel bel mezzo del processo di scrittura l’invasione russa dell’Ucraina abbia cambiato radicalmente la sua vita e di conseguenza il progetto, trasformando lui in aperto oppositore delle politiche (non solo belliche) di Putin fino all’esilio (più o meno) volontario negli Stati Uniti, proprio in quella comunità circassa del New Jersey nella quale (e sulla quale) riplasmare il film, e inevitabilmente Butterfly jam in una co-produzione europea ambientata e girata negli USA con cui raccontare, nel rapporto padre/figlio messo in scena, una storia (anche) di migranti, di apolidi mai davvero integrati, di comunità più e meno chiuse, di identità sospese fra le radici e le prassi, apparentemente opposte e incompatibili, del quotidiano. Una stratificazione ulteriore che almeno in potenza avrebbe potuto portare il film di Balagov direttamente dalle parti del Little Odessa di James Gray, e che invece – tanto vale dirlo subito – finisce paradossalmente per sfilacciarlo, per depotenziarlo, per renderlo nettamente meno a fuoco rispetto al folgorante esordio dell’autore ma forse anche rispetto alla sua già meno riuscita seconda sortita, per fargli dissipare potenza e accuratezza nella ricerca di una doppia anima – o meglio, in un doppio punto di vista – che il regista russo sceglie di sottolineare ibridando la prossimità del ‘suo’ personalissimo modo di filmare volti e corpi già evidente nei lavori precedenti con scelte narrative e fotografiche che guardano invece (troppo) apertamente ai canoni dell’indie a stelle e strisce, alle scelte cromatiche tendenti al rosa pastello di Sean Baker e alle sequenze notturne di Andrea Arnold, alla grana pesante delle immagini in passo ridotto e alla coralità che gira attorno al romanzo di formazione del giovane protagonista, fino ai volti di Barry Keoghan e Riley Keough. Il risultato sono due idee di cinema che sembrano togliersi aria a vicenda, con l’insistenza sui primi piani che in qualche modo priva i luoghi di una geografia e i protagonisti di una reale spazialità facendo desiderare molti più campi lunghi, e con l’andamento ondivago (e in realtà molto spesso sempre uguale) di stilemi ormai pienamente codificati come quelli del (non più) indipendente americano che sfila via al talento di uno sguardo nerboruto quegli strappi emotivi necessari per trovare e poter restituire la giusta vibrazione dell’anima, finendo per immergerlo nel già visto (meglio) da immaginari altrui. E no, non può bastare un pellicano rosa, o peggio un cameo kitsch di Monica Bellucci, per riequilibrare le cose.
Poi, certo, rimangono i non pochi spunti di interesse, rimane l’inclinazione innegabile di Kantemir Balagov nella stratificazione psicologica dei personaggi e nella composizione di ogni immagine, rimangono le contraddizioni di un padre (immaturo) presente e futuro, rimane il tenero innamoramento di un figlio per una compagna di palestra, rimane il colpo di scena per molti versi scioccante della più inattesa fra le violenze (omo)sessuali, rimangono le specularità prossemiche fra lo sport e la tragedia, e rimane quell’indagine socioculturale sul popolo circasso (o meglio, su ciò che ne è rimasto dopo una Storia di genocidi e diaspore, e non è affatto un caso in tal senso che il padre sia nato in Russia, il figlio in America e la defunta madre fosse turca), come si diceva declinata questa volta in una mascolinità nella quale ogni fragilità umana è vista come una colpa che va necessariamente dissimulata con un senso di imbarazzo e inadeguatezza. Eppure, complici le aspettative che non possono che accompagnare ogni ritorno di chi ha già saputo fare (almeno) una grande opera, è difficile non ritrovarsi almeno parzialmente delusi di fronte a Butterfly jam. Un film che si apre svelando che il padre del ragazzo è appena morto, per poi tornare indietro nel tempo in un lungo flashback e infine ripartire dall’incipit verso una nuova consapevolezza e letteralmente una nuova vita, annacquando però le sue intuizioni e le sue riflessioni in una confezione di maniera, almeno a tratti artificiosa quando in un mondo di dolore sfiora il realismo magico e un po’ surreale fra orazioni funebri su commissione e pellicani nascosti in un garage, e in generale un po’ meccanica e forzata nel suo incastrare i pezzi di una specifica cultura lontana in un immaginario-altro. Anche il wrestling praticato come una giovane promessa dal sedicenne protagonista, a ben vedere, nient’altro è che il ridondare di una virilità fallocentrica di retaggio patriarcale che non può fare altro che arrendersi e imparare – a costo della stessa vita – ad accettare i propri limiti e le proprie debolezze, mentre discorso del tutto differente merita il piccolo diner in cui il padre chef, con l’aiuto del figlio, porta avanti la tradizione circassa cucinando «i migliori delens d’America» per una questione che è molto più identitaria e di cuore che economica, e che porterà alla decisione impulsiva di rifiutare l’offerta di un impiego a lauto stipendio in un altro ristorante che sarà all’origine del precipitare degli eventi, del reciproco rinfacciarsi la paura e colpirsi nel vivo, del litigio con il fratello che porterà alla tragica morte del padre. Della disperazione aggressiva di un figlio che, nel vivere e rivivere il trauma, crede di sentire il bisogno di un capro espiatorio e invece necessità solo di umanità e della capacità di perdonare, di una ragazza con cui condividere un desiderio e accettare il proprio smarrimento, della compagna del padre che torna a casa dall’ospedale dopo aver partorito una bambina a cui serve necessariamente trovare un nome. Di un volante fra le mani e dell’asfalto sotto le ruote, in marcia verso un possibile futuro, proprio come quella macchina per lo zucchero filato che sembrava non funzionare più e che invece adesso riempie il mondo delle sue soffici nuvole rosa. Elementi di un talento autoriale che rimane evidente, cristallino, innegabile. Ma proprio per questo, dopo sette anni di (ri)scrittura e chissà quanti aggiustamenti, passando per una guerra e per un cambio di continente, sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa di più.
Marco Romagna
