17 Maggio 2026 -

LE JOURNAL D’UNE FEMME DE CHAMBRE (2026)
di Radu Jude

C’è Il diario di una cameriera di ieri e c’è l’Europa di oggi fra gli “Skype-kids” affidati alle nonne in Romania e le madri che fanno le neo-serve (anche se suona meglio chiamarle “collaboratrici domestiche”) a Parigi. C’è l’ignoranza ipocrita e capricciosa di una borghesia che si crede progressista e che invece è sempre uguale a quella apertamente classista e arrogante del passato, e c’è il palcoscenico di un teatro sociale che si innesta e si riflette in parallelo nella vita quotidiana fra violenze psicologiche e neo-deportazioni. C’è l’ormai consueta ironia irresistibile e pungente con cui ancora una volta Radu Jude apertamente ridicolizza il conformismo e le storture della società, e c’è di nuovo il suo esplicito disseminare le immagini e i dialoghi del film delle citazioni dei testi e dei relativi autori di riferimento, con cui ulteriormente stratificare la sua personalissima versione aggiornata di Le journal d’une femme da chambre, presentata a Cannes 2026 fra gli applausi entusiasti della Quinzaine des Cinéastes, di ulteriori possibili collegamenti e parallelismi con lo stato al tempo stesso ridicolo e opprimente delle cose. Una nuova e originalissima «variazione» sul tema del celebre romanzo di Octave Mirbeau – non certo a caso il testo, sadico e crudele, che la protagonista Gianina (Ana Dumitrascu) scelta nel ruolo di Célestine perché «non attrice e proprio per questo più vera» sta provando giorno dopo giorno su quel palcoscenico che vorrebbe essere il suo unico reale momento di libertà e di svago, e che invece nient’altro è che una proiezione metaforica, che non ha più bisogno di deviazioni sessuali ma di nuove e ancora più subdole doppiezze, della sua vita e della sua frustrazione quotidiana nelle dinamiche ingentilite nella forma ma mai mutate nella sostanza di servi e di padroni – che inevitabilmente passa per il mostruoso dall’aspetto gentile già della versione di Jean Renoir e per l’antifascismo esplicito e ferocemente antiborghese già di quella di Buñuel, ma pure per il Nosferatu di Murnau e per le grida silenziose e disperate di Abbas Kiarostami che scorrono sulle televisioni, e poi ancora per la vita di denuncia della ‘sopravvissuta’ Marceline Loridan e per le «tristi» fiabe tradizionali rumene che, fra morte e disperazione, trasformano lo squallore di un rudere in castello e gli acquitrini abbandonati in una magica Valle delle Lacrime per innestarsi non nei sogni ma negli incubi dei bambini. Un intreccio di ispirazioni e di riflessioni (già) profonde che permette al geniale autore nativo di Bucarest di aggiungere un tassello ulteriore e preziosissimo (e come sempre incazzato, senza alcun tipo di sconto o compromesso) alla sua straordinaria filmografia di impietosa fotografia geopolitica della contemporaneità, che dopo le follie porno, la fine del mondo, le variazioni rosselliniane di Kontinental ’25 e la destrutturazione frammentaria (e volutamente fastidiosa, unica e magnifica proprio perché ai limiti dell’indigeribile) del mito di Dracula come vampiro che si ritrova vampirizzato dal Capitale, lungo un arco narrativo di poco più di tre mesi segue qui, con scansione diaristica e invece questa volta più che mai lineare e godibile per tutti, le giornate di una madre forzatamente migrante e appunto cameriera presso una famiglia di Bordeaux, spartite fra il lavoro, il palcoscenico e le videochiamate con quella figlioletta di nove anni da mantenere in Romania e che continua disperatamente, sul muro come i carcerati, a contare le settimane e i giorni che la separano dal ritorno della mamma.

Procede per analogie e contrasti Le journal d’une femme de chambre. Procede per esasperazioni e paradossi, per allegoriche esacerbazioni e stilettate feroci e fulminanti, per (in)consapevoli contraddizioni e per aperte provocazioni. Da una parte c’è il primo padrone feticista già raccontato da Mirbeau da rimettere in scena illuminati dai soli occhi di bue nel suo squallore e nella sua ridicola morte di contrappasso, e dall’altra c’è il ricordo fresco e personale di Gianina del razzismo e degli abusi dei precedenti datori di lavoro parigini. Da una parte c’è la scopa di saggina con cui simulare sul medesimo palco un «atto di pietà», e dall’altra c’è un ex-marito a sua volta costretto a migrare e che non tornerà mai più. Da una parte c’è l’antisemitismo di ieri, già al centro del romanzo e dell’adattamento di Buñuel ma pure della travagliata Storia della Romania, e dall’altra c’è il razzismo latente che si nasconde nella (falsa) accoglienza e nella (falsa) inclusione di oggi, in cui tutti sono uguali ma qualcuno è più uguale degli altri tanto più se stranieri. Da una parte c’è il figlio della coppia di benestanti francesi che tanto si credono progressisti, da vedere, andare a prendere, nutrire e contribuire a crescere fra studio, fiabe e giochi (con tanto di strepitoso slow motion al cellulare di una spettacolare parata mancata) ogni singolo giorno, e dall’altra c’è la piccola Maria rimasta a Bucarest e per lunghi mesi confinata su uno schermo, gelosa del bambino sconosciuto che si può godere la sua mamma, e disperata quando la promessa di tornare a casa per Natale dovrà slittare di qualche giorno perché, anche di fronte alla caduta di un’anziana madre ora ingessata e da accudire fra le mura domestiche, la famiglia «impazzirebbe se dovesse rinunciare a sciare», e di fatto proprio come i padroni precedenti la obbliga a restare fra promesse economiche e piccoli ricatti morali. L’ennesima bassezza egoistica, magari chiesta con educazione ma non per questo meno classista nel negare all’ultimo momento alla propria lavoratrice un diritto ormai ampiamente acquisito e preventivato, calpestando le speranze di una bambina fino al (tentato) tragico epilogo che arriva per telefono dal fuori campo, con cui Jude ancora una volta mostra per quella che è una borghesia impreparata quanto altezzosa, evoluta nel pensiero e nei modi rispetto al passato ma proprio per questo ancora più subdola, che non sa distinguere la Moldova dalla regione rumena della Moldavia e che, «visto che sei dell’Est», convoca un’imbarazzata Gianina alla tavolata con gli amici per interrogarla sulla geopolitica del conflitto russo-ucraino su cui stanno discettando fra imperdonabili banalizzazioni, imprecisioni e frasi fatte ripetute a pappagallo – «La sinistra è tutta putinana», tuonerà a un certo punto Vincent Macaigne, facendo eco a quelle amiche che hanno deciso di amare e sostenere acriticamente Zelensky «perché è un gran bell’uomo» –, salvo poi quasi offendersi del fatto che lei non sappia che cosa dire, apparentemente umile e incolta e invece con ogni probabilità ben più consapevole di loro delle complessità delle situazioni e della mancanza di risposte univoche.

Una zampata con cui Jude, fiero marxista oppositore delle politiche destrorse putiniane e da sempre dalla parte dell’Ucraina ma di certo non amante di tifoserie e semplificazioni, né tanto meno semplicemente russofobo (non è affatto casuale in tal senso l’accento sulla nostalgia di tanti rumeni nei confronti di Ceaușescu, ai cui tempi si stava uguale a questi di corruzione e iniquità «ma almeno era per il popolo» – si riveda in tal senso Do not expect too much from the end of the world), estende il suo attacco all’intero impianto retorico occidentale, alla divisione netta e semplificata fra buoni e cattivi con cui tutto diventa narrazione per slogan e autoassoluzioni, proprio mentre in televisione passano immagini in soggettiva di guerra in cui la realtà diventa assimilabile a un videogioco sparatutto, ed il compagno di scena della protagonista a teatro verrà tradito da un post sui social ed espulso improvvisamente per un’irregolarità dei documenti permettendo a Jude di spingere ancora più giù il pedale del surreale, con la meta-regista interpretata da Ilinca Manolache, travestita da uomo, costretta a sostituirlo per le ultime prove. Un (letterale) teatro dell’assurdo in cui mettere insieme webcam, cucine, videoselfie, salotti e palcoscenici, testi letterari e testi filmici, l’ipocrisia dell’inettitudine borghese che dai salotti di Parigi si permette di giudicare un altro Paese pretendendo di saperne sempre di più, e non certo in ultimo il rapporto agrodolce fra una madre e una figlia che il Capitale ha deciso di tenere lontane (argomento già affrontato dal recente On our own di Jurgiu, ma qui il punto di vista principale è dall’altra parte dello schermo e le stratificazioni sono infinitamente maggiori), nei giorni (magari spassosamente “finti”, di una sola inquadratura del tutto inutile) e nei mesi che passano fra la progressione e l’eterno ripetersi delle medesime ingiustizie. L’ennesima strepitosa, graffiante, frenetica, lucidissima radiografia tragicomica e iper-politica della contemporaneità (non solo) dell’Europa, con cui ancora una volta Radu Jude ragiona sulle deformazioni della società, sulle derive del Sistema nazionale e internazionale, sulla (necessità di) lotta di classe, sul senso stesso del (fare) cinema come riflessione e saggio filosofico. Sul ben preciso dovere etico, morale, umano di comprendere e di combattere i mostri che in questo Sistema si dissimulano, si autoassolvono e poi continuano a proliferare travestendosi da illuminati. O per lo meno di percularli, sapendo perfettamente di colpirli nell’orgoglio e con l’obiettivo dichiarato di fare loro molto male.

Marco Romagna

“Diary of a Chambermaid” (2026)
94 min | Comedy, Drama | Romania / France
Regista Radu Jude
Sceneggiatori Radu Jude, Octave Mirbeau
Attori principali Ana Dumitrascu, Mélanie Thierry, Vincent Macaigne
IMDb Rating 6.1

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