Il Capitale che succhia letteralmante il sangue del Popolo, la tecnocrazia, la pubblicità, la mercificazione dei corpi, l’ipocrisia conformista e privilegiata del clero. Le fotocamere dei cellulari, le sempre più feroci speculazioni sul turismo e sull’espressione artistica, gli scroll social su TikTok quando non direttamente su OnlyFans. E poi ancora la post-verità AI generated, il razzismo serpeggiante, l’indifferenza che dilaga, la Russia, l’Ucraina, Trump, Musk e la lontananza della Palestina, la crescente nostalgia verso i tempi del collaborazionismo nazifascista di Antonescu e al contempo il finto scandalizzarsi di fronte al nudo. E il sacrosanto e pasoliniano diritto a non poterne più, e per questo di scegliere apertamente di provocare, di scandalizzare, di infastidire, di mettere letteralmente un cazzo (di pixel) in faccia (e quindi in culo, che è forse inevitabile sia la stessa cosa) ai falsi perbenismi moralisti della società. Ossessioni che innervano da sempre, e in particolar modo da Bad Luck banging or loony porn con cui lo sguardo di Radu Jude si è definitivamente (per lo meno nei lunghi) spostato dalla Storia all’oggi, il cinema iper-teorico, politicissimo e sempre spiazzante del puro genio rumeno, e che ritornano tutte insieme e sempre più radicali nel suo nuovo gesto artistico Dracula, satira più che mai caustica e iconoclasta che gira attorno alla tradizione del più famoso vampiro transilvano per dissezionare ancora una volta, con rabbia purissima, la contemporaneità in tutti suoi fariseismi e in tutte le sue contraddizioni. Un consapevole e monumentale film-saggio/film-dispositivo di quasi tre ore con cui Jude, fra cellulari, software e porno vintage, stratifica, estremizza e spinge fino alle loro più estreme conseguenze tanto i discorsi sociopolitici quanto quelli puramente formali dei suoi precedenti lungometraggi, da una parte follemente eterogeneo nel suo intreccio di (im)possibili storie e parodie (non necessariamente) legate insieme come in un personale La flor, e dall’altra coerentissimo e volutamente piatto nella pasta di un’immagine digitale che sembra sciatta e che invece è (grande) cinema così come potenzialmente lo possono essere (o non essere) tutti i video social e perfino le brutture generate dall’uso il più possibile primitivo e triviale dell’intelligenza artificiale. Un lavoro per iniziati che non ha alcuna paura dell’immagine né delle sue aberrazioni, e che fra aperte volgarità anche necessariamente gratuite e un’ironia forse mai così sguaiata e pungente parte da un prompt demenziale per giungere a un finale magnificamente rosselliniano nella sua strabordante malinconia, passando per l’inquadratura frontale di un immaginario meta-regista che mostra a pezzi il suo film non su Dracula ma su un attore che lo interpreta e che finirà semmai per essere braccato come Frankenstein, intervallandolo con una serie di sue richieste all’AI Judex 0.0 (nome in ogni dettaglio tutto fuorché casuale) installato sull’iPad di generare una serie di cortometraggi numerati e completamente differenti sul tema vampiresco transilvano, dallo spot che infrange apertamente il copyright dei grandi maestri al film d’amore, dal videoclip al dramma sociale, dal metacinema alla dicotomia (anticlericale) del Bene (apparente) e del Male (coincidente).
Radu Jude, sfoggiando una straordinaria creatività che non ha paura di sporcarsi le mani con il kitsch (quando non il trash) più estremo e scurrile, gira ancora una volta a costi bassissimi con un iPhone e in back to back con il precedente Kontinental ’25 già premiato alla scorsa Berlinale, portando in concorso al 78esimo Locarno Film Festival il suo secondo lungometraggio dell’anno e uno dei suoi lavori in generale più integralisti e talebani. Un film, Dracula, che è consapevolmente post-cinema (viene in mente, pur nelle enormi differenze, il lavoro che sta compiendo negli ultimi anni Harmony Korine), iper-complesso, dialogatissimo e splendido proprio per come sceglie di porsi in maniera il più possibile respingente fra i consueti riferimenti culturali altissimi e le aperte, irriverenti, duchampiane, prese per il culo dello spettatore. Un film in cui in una (doppia) narrazione unitaria si innesta un mosaico episodico di frammenti che deflagrano come schegge (tutto fuorché) impazzite (e anzi lucidissime) di immaginario, e in cui fra riprese rubate fra i passanti per strada e teatri di posa più o meno palesati in quanto tali, l’obiettivo dichiarato è di distruggere e riplasmare nell’orrore dell’Occidente contemporaneo l’intera mitologia del conte succhiasangue. Riutilizzando all’infinito e in più ruoli gli stessi attori (particolarmente poliedrica e preziosa la ormai consueta e magnifica Ilinca Manolache già al centro di Do not expect too much from the end of the world), o magari addirittura innestando intere schiere di cartonati a sostituire le comparse per simboleggiare una collettività ormai appunto di cartone, insensibile, forse oramai insalvabile nelle sue continue e sempre più devastanti derive etiche e morali. Un percorso necessariamente a ostacoli in cui Jude ritorna a ragionare sulle ossessioni più brucianti e a utilizzare le nuove tecnologie per interrogarsi ontologicamente sui pericoli delle nuove tecnologie, come in una sorta della summa del suo percorso in cui non ha lo spazio per salvarsi praticamente nessuno, né una sanità ormai diventata illusione, menzogna e puro business né una Chiesa che allo stesso modo predica bene e razzola male, e neppure il Nosferatu di Murnau e il Dracula di Bram Stoker di Coppola (in reenactment AI perché ancora coperto da diritti d’autore) potranno sfuggire al colonialismo fagocitante di ogni immaginario perpetrato dalla pubblicità e quindi dalla propaganda. Non è certo un caso in tal senso che questa volta lo stesso Radu Jude decida di apparire personalmente fra il pubblico della casa di Dracula da cui il redivivo Conte bambino verrà cacciato dagli speculatori, come in una firma hitchcockiana su un film che potrebbe potenzialmente fare da spartiacque nella sua carriera ma anche per farsi inquadrare in prima persona come parte integrante, senza alcun palchetto sopraelevato da cui guardarla, di quella comunità contemporanea distratta dai video sul cellulare, che fra un tatuaggio del vampiro sulla nuca in cui lasciare come baffi gli unici capelli e non-morti riemersi da qualche vecchia pellicola ai quali nemmeno il dottor Caligari accetterà di curare i denti finirà per essere in qualche modo felice di condividere la colpa in un sostanziale Orient Express di paletti e sangue da cui nemmeno i bambini che vogliono andare a dormire potranno essere esentati. Il resto sono sputi, canini affilati, versioni possibili e impossibili della stessa leggenda, maschere di pezza e sguardi straniti, prostituzioni impotenti e (biblici) alberi di cazzi, pentacoli di fuoco e metafore a grana grossissima, continui cambi di tono e di genere fra tette che è impossibile non toccare e chissà quanti pompini (non) nascosti sotto le gonne. Ma anche storie d’amore oltre la morte, in cui ribaltare definitivamente la tradizionale “colpa” femminile del vampirismo di recente rilanciata dal nuovo e orrido Nosferatu di Eggers in una vera e propria ipnosi perpetrata dell’uomo succhiasangue, che poi a levargli la maschera non potrà che essere proprio quel Savonarola che più di tutti tuonava contro il maligno per dissimulare nel suo lancio della prima pietra il marciume irreversibile di un intero mondo. Un film in cui «il progresso sembra più grande di quanto effettivamente non sia», e in cui non ci si può che ritrovare vicini a un padre proletario che rimane dietro una ringhiera perché si vergogna a presentarsi alla recita scolastica della figlia ancora in divisa da netturbino, mentre il Sistema, l’unico vero vampiro, non si farà alcun problema ad allontanarlo ed emarginarlo ancora di più.
Marco Romagna
