23 Gennaio 2026 -

SORELLA DI CLAUSURA (2025)
di Ivana Mladenović

C’è il senso di inadeguatezza, c’è l’instabilità sociale e lavorativa, c’è un amore insensato e impossibile che diventa (platonica?) ossessione, c’è il complesso dell’impostore che offusca un potenziale talento, c’è lo spazio (forse) per la magia e (sicuramente) per l’immaginazione, e c’è la più ironica e beffarda disillusione quando ci si rende conto che (anche) il mito e (folle) amore di una vita nient’altro è che un avido e squallido accumulatore di denaro, «come Jackie Kennedy Onassis attratto solo dai miliardari». C’è la Romania che nel 2007 entra nell’Unione Europea per sperimentare quasi subito l’inizio della crisi economica del 2008, schiacciata sotto il nuovo regime del Capitalismo che, a quasi vent’anni dal suo insediamento, si rivela magari diverso nelle forme e nella sua facciata di apparente libertà ma in definitiva non meno iniquo o corrotto del precedente sotto Ceaușescu, e c’è il suo rapporto inscindibile (culturale, sociale, storico, politico, commerciale, come vedremo identitario, non solo per la doppia nazionalità della regista) con i Balcani della prospiciente Serbia che solo un anno prima, passando per guerre e soluzioni-ponte, si era definitivamente staccata dal Montenegro completando il percorso di dissoluzione (a sua volta nel Capitale) di quella che era stata la ex-Jugoslavia socialista. E poi ci sono le differenti moralità e libido di un sistema e dell’altro, i costumi del prima e del dopo, una pur tardiva liberazione sessuale come grimaldello d’emancipazione femminile e un orgasmo come transazione con cui cementificare un rapporto di lavoro, o magari una goffaggine che diventa (in)attesa impotenza e imbarazzati silenzi nel montare della nuova tossicità di nuove ma non realmente inedite ossessioni. C’è un aperto e insistito giocare con un’ironia e con un’aperta parodia che danza consapevolmente sul confine fra il kitsch e il sublime, fra il credibile e l’illogico, fra la verità e un desiderio al quale è bellissimo credere fino in fondo anche se si sa già perfettamente che non è reale, o forse semplicemente fra un attempato cantante balcanico ormai ridicolo e la sua immagine oltre-Danubio di seduttore (di portafogli) come vertice di un triangolo contraddittorio di sesso, soldi e potere mediatico. Ma soprattutto in Sorella di clausura c’è un’amicizia più forte anche della morte, per la quale non serve aspettare la dedica esplicita dei titoli di coda per capire come Ivana Mladenović, al suo ritorno dietro la macchina da presa sei anni dopo il già sorprendente Ivana the Terrible, con il personaggio di Vera Pop voglia non solo ricordare ma in qualche modo riportare in vita la disinibita popstar Anca Pop – a sua volta specchio dei due Paesi con la sua fuga dalla Romania in Jugoslavia e infine in Canada, per poi tornare solo dopo la fine della dittatura – e la sua sessualità brandita come arma contro il falso perbenismo del mondo intero. Una vera e propria reincarnazione dell’attrice co-protagonista nel ruolo di se stessa del film precedente (e autobiografico) dell’autrice, ripescata senza vita dal Danubio pochi giorni dopo la fine delle riprese in seguito a uno strano incidente automobilistico, per farla rivivere almeno per un po’ in una quasi omonima provocatrice star di musica e televisione parallelamente proprietaria di uno shop erotico, che entrerà in contatto con l’impacciata protagonista Stela per diventarne occasione, mentore, contraltare, a un certo punto forse anche nemesi punitiva, ma poi improvvisamente ricordo agrodolce, disperata mancanza, inaspettato affetto. Insegnamento di vita – «scopate!» – scritto sulla sabbia.

D’altra parte, stando alle note di regia già pubblicate in occasione della prima mondiale nel Concorso Internazionale della scorsa Locarno, e ora ribadite in occasione del passaggio di Sorella di clausura nella competizione principale del 37esimo Trieste Film Festival, non solo l’evidente Vera Pop ma «tutti i personaggi del film sono ispirati da persone reali» (al punto che probabilmente non è un caso che sia proprio Miodrag Mladenović padre di Ivana a interpretare il musicista balcanico oggetto di infatuazione della protagonista) «ed è una storia sospesa fra realtà e sogno». La chiave con cui non distaccarsi dall’alveo della commedia (brillante, assurda, parodistica, degli equivoci) e così trovare un tono sempre apparentemente leggero anche quando la vicenda chiude il cerchio ritornando alla tragedia della morte, mentre la sempre più talentuosa autrice nata in Serbia e poi formata in Romania continua ad accatastare sul suo 16mm intuizioni visive, corpi, schermi, tagli di luce colorati, genitali, storture del Capitale e primi social media su vecchi Acer, come mattoni con cui allargare e approfondire i discorsi di un film lucido e intelligentissimo che nel suo parlare d’amori ossessivi e di rapporti umani sghembi racconta da più angolazioni una società in rapida mutazione e i suoi parossismi, e la difficoltà (o forse impossibilità) per gli esseri umani di restare al passo. Fra la sfera pubblica (di una parrucca, di un successo internazionale) e la sfera privata (di una fragilità, di un’ingorda ipocrisia), fra la quotidianità e la fiaba, fra una pagina di Word e un gel lubrificante fosforescente, fra una casa editrice e un patetico travestimento, fra un acquirente a cui aprire nudi e un Internet point, fra una rabbiosa gufata e la notizia di una caduta da cavallo. Fra una (tragica) prima volta, un poster a grandezza naturale e una ciabatta con cui imparare ad amare (o per lo meno ad amarsi nel)la propria folle, insensata, irrazionale ossessione. Tre capitoli «paranoici» e strabordanti di intuizioni agrodolci tanto divertenti quanto significanti e proprio per questo prettamente politiche, che giocano a fare cinema con la percezione del sesso e con il credere o meno nei sogni e nella magia per ragionare sulla società e sul Capitale, sulla campagna e sulla città, sull’economia e sulla tecnologia, sul potere mediatico e sull’incompatibilità di due mondi diversi che si sono dovuti necessariamente rimodellare fino a coincidere – forse davvero come quel coro di suore Sorella di clausura che tace per un anno e poi canta una volta sola come un usignolo, ma molto più probabilmente no. Già dalla scelta di affidare il ruolo della protagonista Stela alla (ancora una volta strepitosa) Katia Pascariu già interprete di Bad luck banging or loony porn, del resto, Ivana Mladenović sembra voler guardare verso il cinema di stratificazioni, analisi socio-politiche e provocazioni tutto fuorché gratuite di Radu Jude, con simili strade in cui captare simili discorsi da simili cittadini, con simile ironia anche caustica nel constatare l’inevitabile stato delle cose, con simile acutezza nel mettere in luce le contraddizioni, e proprio per questo con la stessa attrice a vagare insoddisfatta per una Romania ipocrita e crudele come il volto apparentemente gentile e democratico del suo sistema capitalistico. Qui impegnata a dar vita a un personaggio istruito ma struccato, arruffato, disarmonico, trasandato; trentaseienne un po’ ‘sfigata’ che ruba la pensione dello zio invalido per andare al concerto del suo mito e che somatizza fino al colpo della strega ogni sua illusione e delusione. Un’emarginata a cui non importa nulla di piacere e anzi conclamata come imbranata e disinteressata al sesso nonostante la sua folle e ossessiva infatuazione per quell’ormai anziano cantante balcanico visto per la prima volta da bambina in TV, e proprio per questo perfettamente (in)compatibile nell’incontro con l’opposta Vera Pop la cui intera identità pubblica ma anche privata (di emancipazione, di contrattazione, imprenditoriale, a suo modo di lotta di classe) si basa al contrario sulla seduzione, sulla sessualità esibita e sul saper provocare e cavalcare lo scandalo. Sono le pagine di gossip che insinuano che Vera sia la nuova e giovanissima fiamma segreta del musicista a far scattare la gelosia di Stela, ed è la piccata lettera in realtà infantile con cui la protagonista la minaccia di stregonerie sui social a portare a un incontro che non può che essere inevitabilmente anche scontro, incomprensione, consiglio sbagliato, magari destinazione non gradita, ma alla fine pure occasione di incontrare il proprio idolo e di abbandonare una vita di povertà e squallore, ingresso in un’altra famiglia, nuova fiducia e capacità di credere in se stessa; promesse mantenute (che poco importa portino all’ennesima disillusione) e un gruzzoletto (forse) da riportare a casa. Ma soprattutto una reale amicizia, e poi il dolore di una perdita prematura tragica e improvvisa a cui forse solo il cinema può rendere giustizia, ricordo, affetto residuo. Forse catarsi di chi c’è ancora, e non se ne potrà mai fare davvero una ragione.

Marco Romagna

“Sorella di Clausura” (2025)
Drama, Romance | Romania / Serbia
Regista Ivana Mladenovic
Sceneggiatori Momir Milosevic, Ivana Mladenovic, Adrian Schiop
Attori principali Katia Pascariu, Cendana Trifan, Miodrag Mladenovic
IMDb Rating N/A

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