10 Agosto 2025 -

L’OLÍVIA I EL TERRATRÈMOL INVISIBLE (2025)
di Irene Iborra Rizo

C’è la povertà sempre più dilagante, c’è il classismo, c’è la crisi del cinema, c’è l’essere orfani di un genitore, c’è il tenero rapporto con un fratello minore da proteggere mentre tutto nella vita quotidiana va a rotoli e perfino la madre depressa finisce in ospedale, c’è la cooperazione fra emarginati e minoranze etniche, e ci sarà pure una sollevazione di bambini che diventa vera e propria lotta di classe «no pasaran» delle case occupate contro il Sistema che le vorrebbe nuovamente sgomberare. Eppure è probabilmente dal rapporto diretto e forse inscindibile fra le insidie della vita e l’immaginazione che emergono i maggiori spunti di interesse di L’Olívia i el terratrèmol invisible, o Olivia and the invisible earthquake che dir si voglia. Non solo, all’interno di un’industria animata che negli ultimi anni sta rendendo Barcellona (in questo caso in co-produzione con Cile, Francia, Belgio e Svizzera) un polo mai così competitivo e di altissimo livello tecnico, il primo film di sempre in lingua catalana realizzato in stop motion con pupazzi di plastilina à la Barras tanto fluidi nei movimenti quanto straordinariamente espressivi nei loro occhi, ma un film che nel suo porsi all’altezza dello sguardo di un bambino finisce inevitabilmente per ragionare sul senso stesso del fantasticare – e di conseguenza dell’animazione, in cui tutto quello che si può pensare o sognare, anche una balena che salta dall’asfalto e che si tuffa nel pavimento di casa bagnando di spruzzi l’intera famiglia divertita, diventa perfettamente possibile – come sogno e come incubo, come intuizione e come minaccia, come improvvisazione e come fuga dal reale, come meccanismo (già) politico di (auto)difesa e come disperato atto d’amore fraterno. Un po’ come se il terremoto invisibile che scuote la protagonista dodicenne Olivia aprendole (letteralmente) di fronte le voragini esistenziali dell’età adulta e del capitalismo, e che le fa percepire la sensazione non solo metaforica di sprofondare in aperture del terreno da cui poi continuare a cadere verso l’abisso, nient’altro fosse che una parte inalienabile della sua sensibilità e della sua creatività, del suo talento in erba, di quel gioco agli eschimesi quando il riscaldamento smette di funzionare, di quell’aurora boreale perfettamente percepibile fra le mura di casa, di quel cartone da mettersi pazientemente a bucare perché una sola e semplice lampadina trasformi la stanza in un’intera volta stellata. Del suo essere già regista che cerca di controllare il mondo o per lo meno la percezione delle sue storture più crudeli da parte dei più deboli e indifesi, inventandosi di sana pianta le riprese di un film che non esiste con cui convincere il fratellino Tim di essere protagonisti di una finzione, non realmente caduti in disgrazia e sfrattati da casa ma attori (in)consapevoli che, fra tutte le peripezie del caso, devono portare avanti un racconto che sarà destinato a finire bene.

Non è un caso, in tal senso, che Irene Iborra Rizo decida di aprire il film proprio su una meta-inquadratura di Olivia al cellulare, in cui iniziare sin da subito a giocare al cinema (nel cinema) insieme al fratello e alla mamma attrice senza ingaggi proprio nel momento in cui il servizio elettrico taglia loro la luce per morosità. Come se, nella sceneggiatura co-firmata insieme a Júlia Prats e a Maité Carranza già autrice nel 2017 del libro per ragazzi La pel·lícula de la vida da cui L’Olívia i el terratrèmol invisible è tratto, la sceneggiatrice e animatrice catalana volesse sin da subito stringere un legame di identificazione con la sua piccola protagonista, specchiarsi nella sua purezza e nella sua inventiva, condividere con lei la capacità di creare un proprio mondo di luci, di ombre e di ricordi di sabbia in cui finalmente riuscire a vedere e quindi a (ri)plasmare, a mettere in scena per un fratello che non deve soffrire, a ingannare l’assistente sociale che aspetta progressi nell’arredamento della casa, e nel frattempo a organizzare porta per porta una vera e propria rivolta pacifica in cui il coraggio dei bambini più poveri sconfiggerà le pretese e i diktat degli adulti ricchi e prepotenti. Un congegno tematico e narrativo – centro nevralgico di un film che giunge nell’edizione 2025 della sempre fertile Locarno Kids a un paio di mesi di distanza dalla prima assoluta di Annecy e ancora in attesa di essere distribuito in Spagna e in Francia – che come già accennato passa attraverso le case occupate dalle vittime delle ipoteche e attraverso la solidarietà dei vicini di casa gambiani con cui trovare il modo per andare avanti insieme, attraverso il banco alimentare solidale in cui poter mangiare e attraverso le fontane pubbliche in cui lavarsi quando non c’è l’acqua in casa, attraverso la capacità di fingere e attraverso la capacità di arrangiarsi, attraverso un furto per amore e per la confessione di chi è troppo onesto e umano per poter accettare che il razzismo della società nel dubbio sospetti e punisca proprio chi ha la pelle più scura. Ma soprattutto attraverso il cinema d’animazione e la sua possibilità di rendere vivo l’inanimato, il sogno, l’immaginario, incanalandoli verso una vera e propria manifestazione popolare impossibile da contenere e da ignorare che chiama a sé la copertura mediatica per arrivare ovunque, mentre grida a tutta voce la frase-simbolo dell’antifascismo e antifranchismo spagnolo. Poco importa, quindi, che nel suo tendere la mano a un target di bambini L’Olívia i el terratrèmol invisible possa forse qua e là apparire eccessivamente semplificato in qualche complessità sociale, o che la sua sostanziale lotta di classe e generazionale rimanga troppo breve perché subito risolutiva, senza nemmeno il tempo di giungere alle vette espressive e di furia iconoclasta già toccate pochi anni fa da Sébastien Laudenbach e Chiara Malta nel loro magnifico Linda veut de poulet. Quello che davvero conta è la sua poetica a più riprese commovente nel disperato tentativo di proteggere un fratello dalla realtà, è la sua intrinseca militanza politica e anticapitalista per il sacrosanto diritto a un tetto sopra la testa, e soprattutto come si diceva è la sua capacità di tenere sempre al centro l’immaginario mentre avanzano le difficoltà economiche e la malinconia, mentre viene a mancare tutto ciò che è quotidiano e lo sfratto diventa esecutivo, mentre la nuova, squallida, temporanea (?) casa popolare occupata obbliga a una nuova scuola e a una nuova vita, mentre una madre che ha perso praticamente tutto non riesce ad alzarsi dal suo angolo e per i suoi figli lo spauracchio di essere spediti in una casa famiglia si fa sempre più concreto. Un immaginario necessariamente fertile, vivido, (meta)cinematografico, in cui mai e poi mai potrà mancare la speranza di potersi sciogliere nella stretta di un nuovo abbraccio, vincitori e cresciuti mentre le crepe del terremoto invisibile finalmente si richiudono di fronte ai piedi per non riaprirsi mai più. Pronti ad affrontare la vita per quello che il destino ha deciso di riservare, orgogliosi e forti perché consapevoli, uniti, ogni giorno resistenti, e soprattutto sempre capaci di sognare ancora e ancora, trasformando ogni difficoltà in fantasie che vagano libere e in puro senso di meraviglia, in immagini impossibili eppure già sublime visione. Come il salto di una balena, semplicemente bellissima nel suo etereo candore, che volteggia elegante sopra la città.

Marco Romagna

“Olivia and the Invisible Earthquake” (2025)
Animation | N/A
Regista Irene Iborra
Sceneggiatori N/A
Attori principali N/A
IMDb Rating N/A

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