Sono le ombreggiature a righe sui character design un po’ tremolanti dei volti a permettere di deformare ogni singola emozione dei personaggi in un’espressività antinaturalistica e inquietante, orrorifica, grottesca, espressionista, che si staglia sulla cupezza ricca e fotorealistica dei fondali con la sua estrema profondità esistenziale e in tutta la sua complessità narrativa. Uno stile che parte dalle riprese dal vivo e dal rotoscopio per poi elaborarlo in CGI guardando in maniera ancora più radicale dalle parti del tratto peculiare di Masaaki Yuasa, ma in modo diverso anche di Simone Massi, con cui il classe ’96 Kohei Kadowaki forte di una curiosa ma non inedita co-produzione nippo-francese che unisce due dei tre principali poli mondiali nell’animazione esordisce nell’anime per adulti con We are aliens, presentato alla Quinzaine des Cinéastes all’interno del ricchissimo bouquet animato che traversalmente attraversa la Croisette di Cannes in occasione della 79esima edizione del Festival transalpino. Un film affascinante e assai complesso, che parte dai chiaroscuri di un’amicizia d’infanzia per poi fare liberamente avanti e indietro nel tempo nell’osservare il trascinarsi delle più estreme conseguenze del suo tradimento per tutta la vita dei protagonisti, fra il bullismo di ogni livello e la sostanziale assenza dei genitori, fra la crudeltà dei bambini e la mancanza di protezione e aiuto, fra l’incomprensione della scuola e l’alienazione (classista) sociale. Fra la memoria che in qualche modo rimane nei luoghi come rancore su cui sognare una vendetta e il fantasma di un senso di colpa che è sempre più impossibile lasciare inascoltato. Elementi di un dramma (sociale e di formazione) turgido, sporco, violento, spietato, brutale, narrativamente e tematicamente spericolato nelle sue associazioni di idee e nei suoi eterni ritorni, che dall’inseguimento sull’acqua di un origami porteranno fino alla resa dei conti (im)possibile dell’età adulta passando per un ombrello rotto e per una statuetta lanciata dall’alto, per una lettera di scuse e per un silenzio colpevole, per una vita rovinata e per un sacchetto di plastica come arma allucinata di un (non?) delitto. Ma soprattutto, come si diceva, per l’aperto contrasto fra il realismo pressoché assoluto e dettagliatissimo delle ambientazioni e l’accentuazione esasperata e distorta dei personaggi e della loro espressività, che ammanta ogni singola sequenza di un qualcosa di sempre dissonante e proprio per questo sinistramente inquietante. Un po’ come se le contraddizioni delle parabole di vita di Gotō e Gyōtarō e dei loro differenti incrociarsi in più punti portassero i personaggi a un vero e proprio cambiamento fisico e materico che si plasma progressivamente sulle cicatrici del loro cuore e sul nero che ormai avviluppa le loro anime, mentre il mondo attorno a loro come sempre continua a ignorarli e ad emarginarli, a non proteggerli, a lasciarli soli e senza appigli nelle loro paranoie e nel loro percorso inesorabile e in continua metamorfosi dai pomeriggi a giocare insieme fino al baratro della depressione, del delirio, del rimorso, dell’odio, della solitudine in mezzo alla gente. Della mancanza di possibili alternative. Della morte, fisica oppure morale, psicologica, pubblica, privata, esistenziale, spirituale. Identitaria.
È la storia di un’amicizia che degenera in dramma e perversione, We are aliens. Un doppio trauma in altrettanti punti di vista, nettamente divisi dal titolo che giunge dopo quasi un’ora, in cui la rottura di un rapporto umano in terza elementare si riflette in una realtà mutevole e orrorifica, nella quale la continua invenzione visiva nient’altro è che la rappresentazione grafica di uno stato dell’anima, di un sottile degradare e deformarsi dell’idillio, e poi di quel momento impossibile da dimenticare nonostante un’intera vita di tentativi che sarà il punto di non ritorno, l’innesco della definitiva spirale di odio e persecuzione, la fine definitiva di ogni possibile innocenza. Con qualcosa, appunto, del koreediano L’innocenza – Monster nelle premesse narrative e nella coesistenza di tenerezza e crudeltà della vita, ma pronto sin da subito a scartare verso strade totalmente differenti, la sorprendente opera prima di Kadowaki si muove in territori che vanno dai giochi d’infanzia all’emarginazione dell’innocente accusato del tragico incidente innescato dall’altro, e all’affiliazione alla malavita (per lo meno temporanea, prima di essere salvato – forse – dall’amore in una vita apparentemente felice) del colpevole che ha taciuto mentre tutti addossavano la responsabilità al suo ex-amico e la polizia lo portava via. Passando per l’elemento fantascientifico al centro del titolo e invece nel film poco più che accennato e intelligentemente funzionale al discorso sulle dinamiche sociali, che si nutrono delle stranezze ossessive di Gyōtarō (il suo lento e paziente impegno nel lavarsi i denti, i suoi giochi bizzarri, la sua capacità di arrivare silenziosamente per spuntare apparentemente dal nulla) per bollarlo come diverso e quasi a prescindere a guardarlo con sospetto. Poi sì, è vero, lungo lo scorrere episodico, digressivo ed estremamente articolato delle due ore piene di We are aliens magari c’è qualche dettaglio inserito in qualche divagazione che sembra sfuggire alla comprensione immediata, e forse nella complessità della sua struttura narrativa – specialmente nell’inserire nelle dinamiche fra i protagonisti il terzo vertice Konatsu, prima ragazzina amica (più o meno) di entrambi e poi moglie e salvezza di Gotō – è effettivamente possibile rilevare qualche punto che rallenta per girare un po’ didatticamente attorno agli stessi concetti di necessità di inclusione oppure che sembra a tratti incepparsi per poi ripartire. Ma è un senso di smarrimento in qualche modo necessario nel suo fare parte della parabola del film e delle continue e sempre crescenti mutazioni ossessive attraverso cui passano i suoi personaggi, delle sensazioni contraddittorie e totalizzanti in cui appunto si perdono lungo le loro parabole di vita, della lente deformante della paranoia attraverso cui guardano il mondo dalle differenti prospettive del medesimo delirio esistenziale, e che Kadowaki puntualmente trasforma in intuizione formale, in sperimentazione visiva, in continua inventiva con cui non smettere mai di immaginare. In reale tentativo di ricombinare le possibilità infinite del cinema d’animazione – tutto ciò che la fantasia può concepire, molto semplicemente, non è detto che si possa girare in live action ma di sicuro si può disegnare – nella ricerca di una via originale e personalissima con cui inaugurare un’autorialità nuova, basata su un’animazione al contempo audace ed estremamente raffinata (basterebbe forse il dettaglio iniziale della città riflessa sugli occhi, illuminata dalla luna rossa…), ambiziosissima nella sua perfetta sovrapposizione di forma e contenuto. Il risultato è un film consapevolmente non per tutti, bestiale, potente, fatto di tradimenti e di macchie di sangue sulla neve, di ostilità generalizzata e di oggetti da spingere nella carne, di specchi concavi e convessi in cui vedersi già distorti e di barbare colluttazioni sotto la pioggia che si gonfiano e vibrano come pennellate di Van Gogh. Un film magari non del tutto perfetto ma straordinariamente inventivo, affascinante, forsennato, consapevolmente difficile e maledetto, e proprio per questo così prezioso e irresistibilmente seducente.
Marco Romagna