18 Maggio 2026 -

JIM QUEEN (2026)
di Marco Nguyen e Nicolas Athané

«Ricky Martin sposa Kristen Stewart» è la breaking news dei telegiornali quando nella comunità gay parigina camp e ipercolorata immaginata da Jim Queen si inizia a diffondere l’eterosi, misteriosa malattia (sessualmente) trasmissibile che fa progressivamente diventare eterosessuali, capire improvvisamente la regola del fuorigioco nel calcio, desiderare figli e matrimonio in chiesa, e nel frattempo perdere un pezzo dopo l’altro la perfezione definita in ogni muscolo del proprio corpo palestrato. Un aperto gioco a esacerbare gli stereotipi di genere, divertito e autoironico ma non per questo meno intelligente e ficcante, con cui i francesi Marco Nguyen e Nicolas Athané, entrambi esordienti al lungometraggio animato, portano fra le Proiezioni di Mezzanotte del 79esimo Festival di Cannes un ritratto satirico, amorevole e dannatamente spassoso dei vari strati della scena omosex, innestando nella loro lotta identitaria per la sopravvivenza un manifesto politico e militante contro l’omofobia e l’eteronormativismo in cui il Pride è vera e propria battaglia rivoluzionaria, e il coming out un’arma che può spazzare via ogni nemico. Un film, il primo film uscito dallo studio d’animazione per adulti Bobbypills fondato nel 2017 con il ben preciso scopo di realizzare in piena libertà opere rigorosamente prive di censura, e già produttore (prima con Vermin, poi con Crisis Yung, infine con Dead Cell: Immortalis) di una manciata di irriverenti serie televisive, che si arma di una comicità sfrontata e fulminante per raccontare l’avventurosa nascita di una storia d’amore (omo)improbabile che è anche un (doppio) romanzo di formazione e una riflessione sull’identità queer e sull’orgoglio di essere se stessi, un provocatorio ribaltamento dell’omofobia in cui l’eterosessualità è una malattia da tentare di guarire e un orgasmo prostatico l’unica cura con cui salvare il mondo, una caricatura del Potere in cui una madre bigotta, iperprotettiva e intollerante nei confronti delle «depravazioni» è anche in capo al Ministero della Salute e molto più subdola e pericolosa di quanto il rapporto di dominanza e controllo sul figlio segretamente omosessuale, con tanto di intenzione di combinargli il matrimonio con una cugina «ma alla lontana», possa lasciare intuire. Ma soprattutto Jim Queen è una continua fucina di intuizioni corrosive e brillanti, magnificamente scorrette, in cui accendere il gaydar per trovare i propri simili e classificarli nelle varie sottocategorie, in cui annusare scarpe non per trovare risposte ma per dimostrare fiducia, in cui la gaystapo con i suoi abiti sadomaso e le sue iron maiden piene di cazzi di gomma rosa al posto dei coltelli perseguita gli eteropositivi con lo stesso stigma sociale che fu dell’HIV, in cui un drag show può diventare l’unica possibile via di fuga e in cui può bastare una punta di ferro in un bicipite per sgonfiare l’intero corpo di un culturista. Ci sono interi locali di gym bunny, (letterali) orsetti ed efebici twink a passare in rassegna le varie categorie del sottobosco queer, ci sono battute esplicite e allusioni sessuali di ogni tipo che non smettono nemmeno per un momento di inseguirsi, ci sono stanze segrete con intere pareti di dildo e party orgiastici per tossicodipendenti, c’è il tentativo di soluzione finale con cui la società eterosessuale cerca di distruggere definitivamente quella omosessuale, e c’è pure un unicorno arcobaleno (di Troia) con cui entrare nel palazzo nemico. Fino al ruolo centrale e ambiguo dei social, che prima distruggono una popolarità ma che poi sapranno riscattarsi fino a salvare il mondo, rendendo virale la confessione che rivelerà la più scomoda e colpevole delle verità (nazi)eterocolpevoli.

Da una parte c’è Jim Perfect, palestrato influencer dai pettorali prominenti e dai glutei turgidi e allenatissimi, che si scopre malato di eterosi e che prima che diventi irreversibile cerca disperatamente una cura nella pioggia di defollowing e nella sua inevitabile crisi di identità. Dall’altra c’è il ventitreenne Lucien, il suo fan numero uno e forse l’unico che non lo abbandona nemmeno nel momento della caduta, che Jim avvicina per ingannarlo e letteralmente usarlo nel momento in cui scopre che dalla sua prostata parrebbe possibile sintetizzare la chloroqueer unico antidoto all’epidemia, salvo finire lungo le peripezie alla ricerca del misterioso dottore e del suo laboratorio per imparare da lui la gentilezza e inaspettatamente, per la prima volta nella sua intera vita, innamorarsi. Un rapporto che passa dalle sfide al karaoke e da infiniti luoghi di perdizione e di desiderio, da un bacio appassionato in ambulanza per bloccare un attacco acuto della malattia in cui si vuole disperatamente una donna, da una nottata insieme in barca e da un travestimento improvvisato, da un bicchiere drogato e da un insperato salvataggio, fino alla nascita di un vero e proprio fronte rivoluzionario che marcia compatto con le sue bandiere arcobaleno e la sua musica verso il Ministero per salvare Lucien dalle grinfie omofobe di quella sua potente madre arpia, e alla definitiva risoluzione – ovviamente non può che esserci di mezzo un culo – che farà guarire tutto il mondo. Una parabola narrativa che sembra puramente illogica, demenziale, assurda, e che invece al di là di un paio di (perdonabilissime) forzature narrative è molto ben soppesata nei suoi riferimenti e nelle sue metafore a grana rigorosamente grossa, e che Marco Nguyen e Nicolas Athané portano sullo schermo in animazione 2D con un occhio all’estetica di Rick and Morty in quel tratto semplice e privo di ombreggiature che si riempie di colori pastello nei character design dalle linee ora morbide e ora spigolose, e con l’altro al sarcasmo caustico di South Park, indirizzato verso una queerness provocatoria à la Bruce La Bruce, in quell’umorismo al fulmicotone che proprio come nella serie di Trey Parker e Matt Stone entra a gamba tesa sulla società e ne mette apertamente alla berlina le ipocrisie e i cliché, esasperandone le conseguenze fino a renderli apertamente ridicoli. Compiendo di fatto nel mondo gay la stessa operazione, comprensiva dei medesimi riferimenti per quanto totalmente parallela, indipendente e realizzata con un budget evidentemente più alto, che lo scorso anno avevano portato a termine in quello saffico le australiane Emma Hough Hobbs e Leela Varghese con il loro Lesbian Space Princess, di cui Jim Queen sembra in definitiva quasi un controcampo al maschile che al posto della pura fantascienza ha un senso di meraviglia e di scoperta, che al posto della labrys simbolo di emancipazione e potere ha una prostata antropomorfa simbolo dell’estasi, che al posto della corona ha un cubo in discoteca, e che al posto della manipolatrice che porterà fuori strada ha una madre villain che non vuole accettare l’omosessualità del figlio, al punto che non riuscendo a cambiare lui sarà disposta a (tentare di) cambiare l’intera umanità. Il risultato, un po’ commedia, un po’ musical, un po’ avventura, un po’ romanzo di formazione, un po’ rivendicazione politica e un po’ film d’amore, è un lavoro intimamente, ontologicamente e formalmente queer, incendiario nella sua trama e nei suoi propositi, coloratissimo e irresistibilmente divertente nei suoi dialoghi e nelle situazioni che immagina e che disegna. Un film provocatorio, insurrezionalista, (letteralmente) muscolare, profondamente anarcoide, che si innesta nello straordinario stato di salute dell’animazione d’Oltralpe e che apertamente se ne infischia di ogni possibile correttezza o compromesso travolgendo tutto ciò che trova lungo la sua folle corsa verso il diritto di essere semplicemente se stessi, di inseguire la propria identità, di capire e assecondare i propri desideri e i propri sentimenti senza più alcuna paura né vergogna, e finalmente di saperci ridere sopra.

Marco Romagna

“Jim Queen” (2026)
80 min | Animation, Adventure, Comedy | France
Regista Nicolas Athane, Marco Nguyen
Sceneggiatori Nicolas Athane, Simon Balteaux, Brice Chevillard
Attori principali François Sagat, Jérémy Gillet, Elisabeth Wiener
IMDb Rating N/A

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