Non è assolutamente da ricercarsi nella sua sontuosa confezione tecnica e visiva, il problema di A new dawn. Del resto non stupisce affatto che Yoshitoshi Shinomiya, già da quindici anni animatore non solo per Makoto Shinkai, curi con evidente talento e precisione maniacale in ogni singolo fotogramma del suo atteso esordio alla regia di un lungometraggio, fra un assoluto fotorealismo di stampo miyazakiano e la sorprendente ricchezza di dettagli nei fondali e negli animali, fra la precisione millimetrica dei movimenti di macchina e la profusione apparentemente infinita di colori, fra il ritmo serrato del montaggio e il ben preciso sguardo di una regia che lavora di piani olandesi, cambi di fuoco e asimmetrie, fino a permettersi il lusso di una strepitosa sequenza che, un po’ come faceva Chi ha incastrato Roger Rabbit? con gli attori in carne e ossa ed i cartoni, fa coesistere nello stesso quadro l’animazione tradizionale dei personaggi e lo stop motion fisico del piccolo plastico della città sul quale studiano il loro piano. Un’intuizione, in realtà non l’unica ma senza dubbio la più memorabile, che in qualche modo rende ancora più evidente il sostanziale scollamento fra il continuo senso di meraviglia di ciò che il film riesce a far vedere e lo scorrere farraginoso e almeno a tratti confuso di una sceneggiatura non all’altezza nel supportarlo, troppe volte narrativamente incoerente (per non dire incomprensibile) nelle intenzioni e nelle motivazioni (ma per lungo tempo anche, banalmente, nelle parentele o meno) dei tre personaggi principali, e in generale incentrata su una metafora a grana tanto grossa da perdere il fuoco che vuole innestare in quei congegni pirotecnici, passione di vita di un padre improvvisamente scomparso, tanto il senso della famiglia quanto i rischi del cambiamento climatico, tanto una riflessione su radici, eredità e destino quanto una critica politica alla corruzione e all’urbanizzazione selvaggia contemporanea, tanto un discorso sulla memoria e sui legami d’infanzia quanto un grido d’allarme sull’invadenza dei social, finendo in definitiva per perdere il controllo sulle sue ambizioni probabilmente eccessive e saltare più volte di palo in frasca senza riuscire a portare a termine un ragionamento realmente compiuto, ma al massimo per lasciare qualche suggestione in mezzo a un generale senso di smarrimento. È da qui che nasce la delusione, bruciante e impossibile da ignorare anche di fronte all’indiscutibile bellezza che riesce a portare sullo schermo, nei confronti di A new dawn, titolo internazionale scelto a semplificare il giapponese 花緑青が明ける日に (Hana Rokushô Ga Akeru Hi Ni, che letteralmente vuole dire “I fiori sbocciano in sei posti”) con cui il film ideato, scritto, diretto e animato da Shinomiya giunge in prima mondiale nel concorso principale della 76esima Berlinale. Una delusione figlia di una volontà di dire troppo fino a un paradossale parlarsi addosso, e di una sostanziale frettolosità nel trattare dinamiche umane che avrebbero avuto bisogno di maggior tempo e di assoluta chiarezza per poter attecchire e ramificarsi in un disegno generale che pare avere troppi passaggi omessi e dati per scontati per potersi davvero ri-materializzare al di fuori della testa del regista.
Prima di tutto c’è una fabbrica tradizionale di fuochi d’artificio che vuole dire un’intera città, da secoli legata indissolubilmente a quell’edificio in mezzo alla foresta e a quel lavoro, e da quattro anni in pratica deserta e abbandonata in seguito alla chiusura e alla riqualificazione dello stabilimento ora ricoperto di pannelli solari in (breve) attesa della definitiva demolizione per fare spazio a una superstrada veicolare. Poi ci sono i due fratelli Chichi e Keitarō, figli di quello che ne fu il proprietario e l’anima, che fin dai tempi delle risse da ragazzini hanno preso strade opposte e apparentemente incompatibili, con il primo particolarmente ambiguo e dicotomico nel suo lavoro «da traditore» a Tokyo come pubblico ufficiale del governo ma ancora inevitabilmente legato al richiamo del sangue, e con il secondo che al contrario ha deciso con perfetta coerenza di resistere ad ogni costo per prendere sulle proprie spalle la storia e la dignità della famiglia, ultimo abitante rimasto in città a lavorare da solo sul sogno del defunto padre di realizzare, senza (più) la licenza e quindi in una piena illegalità piratesca, il leggendario fuoco d’artificio Shuhari. E infine in mezzo a loro c’è Kaoro, la migliore amica d’infanzia (anche se come si diceva in precedenza A new dawn ci mette un po’ troppo a chiarirlo) brevemente persa ma adesso ritrovata, vera e propria parte della famiglia pur senza legami di sangue a certificarlo. È su di lei che sin da subito Shinomiya posa lo sguardo, prima ragazzina che gioca con gli amichetti e assiste alle prime crepe nella loro fratellanza, e subito dopo giovane donna che, da studentessa a Tokyo, viene rimandata per due giorni con Chichi nella loro nativa Niura di fatto per aiutare nello sgombero, salvo (ri)diventare sin da subito alleata e complice di Keitarō nella sua missione di vita di portare a termine il desiderio paterno per amore, per giustizia, per un senso di colpa portato nel cuore sin da bambino, e per chiudere finalmente un cerchio senza avere più rammarichi e nostalgie. Una (letterale) chiusura col botto, ultimo fuoco come atto finale di un’ossessione ereditaria (e di un senso di famiglia ritrovato), a cui tuttavia A new dawn finirà per giungere a fatica e solo dopo essersi trascinato per tre atti di zoppie narrative assortite e sostanziali guazzabugli tematici, in cui si passa – ora senza capirne il perché, ora attraverso collegamenti forzati e rapporti causa/effetto che non tornano – da un fratello legato (male) proprio quando sembra iniziare a collaborare alle bandiere di un Festival clandestino di fuochi d’artificio, dalle forme della Natura a un morso sul naso, da una lettera contesa alle spirali di luce da qualche parte del cosmo, da un mortaio a un crisantemo, da una porta sfondata a un aumento di followers, da un occhio del ciclone nel quale fare esplodere i colori a un volantino da distribuire agli operai incaricati del disboscamento. Elementi di un film che parla di famiglia, di eredità morale, di ambiente, di tempo che passa, di eventi climatici estremi, di una casa come identità, di scelte dei genitori che ricadono sui figli, di libertà con cui resistere alle ingiustizie e all’oppressione, ma che nel suo voler accatastare troppe tematiche le lascia di fatto in superficie senza riuscire a dire quasi nulla, né tanto meno a raccontarlo. Poi sì, è indubbio che Yoshitoshi Shinomiya lo porti sullo schermo forte di un comparto tecnico impeccabile, visivamente spettacolare in ogni quadro e in ogni passaggio, ossessivamente dettagliato in ogni venatura del legno e in quasi in ogni singola foglia del bosco, semplicemente perfetto nelle rifrazioni della città che scorre sui finestrini dell’auto, e dall’armonia quasi stordente quando entra il sogno metaforico e i personaggi volteggiano nel mare o fra le stelle. Ma no, questa volta non può in alcun modo bastare. E a pensare che, probabilmente, gli sarebbe stato sufficiente farsi affiancare da un co-sceneggiatore più esperto e navigato, sale ancor di più il rammarico per la grande occasione che ha perduto.
Marco Romagna
