13 Maggio 2026 -

IN WAVES (2026)
di Phuong Mai Nguyen

«Il dolore arriva a ondate, e surfarle è l’unico modo per sopravvivere». Letteralmente, con la tavola a cavalcare l’oceano, quanto metaforicamente, con la matita e con un sentimento mai sopito, con la fantasia e con una promessa troppo importante da mantenere, con un talento da esprimere e con una ferita sul cuore ancora aperta e forse impossibile da rimarginare. Nasceva così, radicalmente mutata lungo la sua lunga realizzazione dalla vita e dallo strazio, la graphic novel d’esordio del giovane AJ Dungo In waves, pubblicata nel 2019 e poi edita in Italia con il titolo A ondate. Un fumetto inizialmente concepito durante gli studi artistici dell’illustratore e surfista statunitense con l’idea di raccontare il leggendario innovatore del surf Tom Blake sostanziale fondatore della sottocultura californiana, ben presto ampliato per includere l’ancor più leggendario Duke Kahanamoku e l’intera storia della disciplina intrecciata a quella politica, culturale e spirituale delle Hawaii, e infine diventato tutt’altro in seguito al precipitare degli eventi, scegliendo di trasformare i personaggi storici in schegge di memoria e approfondimento in parallelo che fanno da sfondo a un racconto intimo, autobiografico, poeticissimo, stratificato, antirazzista, apertamente teorico e intrinsecamente metaforico, al tempo stesso dolce e struggente nella sua esplicita missione di tenere viva nei proprie disegni e nelle proprie storie una compagna di vita portata via giovanissima da un cancro. Un melodramma (ma anche un romanzo di formazione, anche un decalogo di ossessioni, anche un discorso identitario e culturale, anche un’acuta e accorata riflessione sul senso dell’arte, anche un volo d’angelo sulla libertà dell’adolescenza e sulle più amare disillusioni dell’età adulta) fatto di (scoperta del) surf e di (scoperta dell’)amore, di illustrazioni e di complicità, di fasi della vita e di morte che diventa ricordo e nuovo ed eterno rivivere in uno slancio artistico, con cui tornare all’origine delle proprie passioni ineluttabilmente legate a lei, Kristen, incontrata (o forse sarebbe meglio dire scontrata) per caso a sedici anni in una discoteca e da quel momento colpo di fulmine, musa ispiratrice, fondamentale ragione di vita. Maestra di tavola e di sentimenti della quale comprendere e condividere la filosofia esistenziale fra l’attesa di un’onda e la scarica di adrenalina nel riuscire a dominarla, per farsi sollevare e letteralmente volare sulla sua cresta. Tanto che di fatto non è servita quasi alcuna modifica, al di là di un character design giusto un po’ più definito rispetto a quelli originali, più adatto al movimento ma allo stesso modo estremamente semplice e pulito, e di un’esplosione abbacinante di colori in luogo delle tricromie del fumetto, per adattare In waves al grande schermo e al cinema d’animazione per adulti. Una trasposizione fedele e rispettosa di una graphic novel che, a partire dal flipbook iper-stilizzato che il protagonista AJ realizza per l’amata Kristen agli esordi della malattia, passando per la GoPro con cui i surfer documentano le proprie acrobazie ma anche per i disegni “vivi” che il protagonista febbrilmente continua a produrre, era già rigogliosa di immagini (meta)cinematografiche, con cui la regista franco-vietnamita Phuong Mai Nguyen forgia il suo magnifico lungometraggio d’esordio nell’alveo di quell’industria animata francese che anno dopo anno sembra alzare sempre più la sua asticella qualitativa e quantitativa fino a occupare oramai trasversalmente il Festival di Cannes (in questo caso come apertura della Semaine de la Critique 2026: primo film e già prima folgorazione) come un’ondata, giustappunto, oramai impossibile da ignorare anche per i più iperciliosi e prevenuti.

È la stessa insegnante del giovanissimo AJ a notare il suo precoce talento. «Non conta l’estetica, non conta ciò che è bello: i tuoi disegni sono espressivi», gli dice apertamente, mentre un tronco apre i suoi nodi nel legno alla pura fantasia e una ciocca di capelli mossi dal vento può perfettamente diventare un’onda dell’Oceano. Analogie simboliche ed impressioni/espressioni emotive che si ritrovano negli audaci raccordi di montaggio con cui Phuong Mai Nguyen, sorretta da un comparto tecnico eccellente per fluidità e scelte cromatiche, sceglie di strutturare la sua versione animata di In waves, alternando il bianco e nero delle origini sciamaniche del surf (per lo meno fino a quando anche lì un’onda non diventerà tsunami, magari proprio a rappresentare la cultura ancestrale polinesiana espressamente vietata dal puritanesimo degli Stati Uniti prima protettori e poi confederati, ennesimo esempio di ingerenza occidentale che snatura e distrugge punti d’equilibrio millenari per forgiare una società fondata su un Capitale da spillare in questo caso ai turisti) ai frammenti di otto anni di vita insieme che non possono che passare dal senso stesso di surfare come liberazione, come scarica di adrenalina, come apice del sentirsi vivi, come vera e propria affermazione culturale; e poi dalla malattia e dall’amputazione, dall’apparente guarigione (con tanto di ritorno sul surf con la protesi) e dalle drammatiche ricadute, dalla chemioterapia e dalla perdita di ogni speranza. Dalle rinunce lavorative per rimanere vicino a lei e dalle omissioni con cui non farlo preoccupare, dal doversi mostrare forti e positivi per poi scoppiare a piangere appena nessuno guarda, e poi ancora dal tenersi per mano fino all’ultimo istante, con l’apice commovente e poetico di quei petali lanciati nel Pacifico e quei disegni – ora anche animati – con cui farla rivivere per sempre nel suo sorriso e nella sua forza interiore. Senza mai scivolare nel pietismo o nel ricatto emotivo, ma al contrario riuscendo a raccontare un amore con amore, tragico eppure bellissimo, relativamente breve eppure infinito, commovente e allo stesso tempo dolcissimo. Un amore fatto di sbirciate sui social e di attese senza fiato della risposta al primo messaggio, di sorrisi idioti di fronte a uno schermo e di corse nella notte, di sguardi che si incrociano e di primi baci furtivi prima che tornino i genitori, di amici in comune e di condivisione, e poi di una vicinanza che non è mai pietà ma puro e semplice sentimento, in salute e in malattia, nella gioia e nel dolore, mentre il corpo progressivamente si logora e non risponde più alle terapie. Un amore in cui prendersi cura l’uno dell’altro, dal vero e proprio battesimo pagano/surfista con cui lo skater AJ vince per sempre la sua innata paura dell’acqua fino al bagno nella vasca a Kristen oramai costretta in sedia a rotelle e bombola d’ossigeno, tenuta lontana dalla sua passione identitaria da un destino crudele. Un amore talmente grande che anche il dolore della perdita e del distacco paradossalmente può essere un ultimo regalo, un’opportunità inattesa, la definitiva ispirazione con cui dare inizio a un percorso artistico. Per affrontare ancora una volta di petto la morte, per raccontarla, per riviverla, per esorcizzarla, per cercare un (im)possibile senso di catarsi. Per sviscerarla così schiettamente da (sognare di) annullarla. Dopo, mentre scorrono i titoli di coda, non resta che tentare invano di asciugarsi gli occhi, cercando per lo meno di non singhiozzare troppo forte.

Marco Romagna

“In Waves” (2026)
90 min | Animation, Drama, Romance | Belgium / France / Vietnam
Regista Phuong Mai Nguyen
Sceneggiatori Fanny Burdino, Samuel Doux, AJ Dungo
Attori principali Lyna Khoudri, Rio Vega, Paul Kircher
IMDb Rating 6.0

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