21 Febbraio 2026 -

ANYMART (2026)
di Yusuke Iwasaki

Da una parte c’è la medesima comicità assurda, caricaturale e impassibile di Aki Kaurismäki, dall’altra c’è la critica sociale anticapitalista e antiborghese di un Ruben Östlund non cinico ma al contrario disperatamente proteso a ricercare l’empatia che il mondo sembra aver perduto. Dall’altra ancora, le stesse atmosfere horror inquietanti e dilatate di Kiyoshi Kurosawa, destinate a crescere fino al punto di ebollizione (sociale) per poi definitivamente deflagrare nel lucido cinedelirio violento e iconoclasta di un Takashi Miike o forse in questo caso più specificatamente del Sion Sono di Cold fish. Una perfetta coesistenza iper-cinefila di generi e di istanze linguistiche apparentemente opposte fra la sit-com e lo splatter con cui Yusuke Iwasaki, già da qualche anno regista di pubblicità per i network televisivi nipponici e quindi suo malgrado ben consapevole dei peggiori interstizi economico-capitalistici delle produzioni audiovisive, cristallizza in questa brillante e politicissima opera prima AnyMart il suo grande passo verso il grande schermo e la finzione cinematografica. Un film, presentato in prima mondiale nel Forum della 76esima Berlinale e fra poche settimane in uscita in Giappone, in cui stando alle sue note di regia virare nell’esasperazione e nel paradosso più grottesco la sua esperienza personale di figlio che ha visto il padre progressivamente irrigidirsi e inumanizzarsi dopo essere diventato il proprietario di un piccolo minimarket, cambiato e in qualche modo fagocitato dalla sua attività e dalla necessità di farla sopravvivere nelle imposizioni (a)morali ed economiche più ciniche e spietate delle regole del mercato, per ragionare da lì tanto sulle storture alienanti del Capitale quanto sulle forme del cinema, tanto sul coraggio di pensare con la propria testa come vero e proprio atto di autoaffermazione identitaria e di ribellione quanto sulle conseguenze (im)possibili e più imprevedibili di questo atto all’interno di una società impostata sull’omologazione e sull’inflessibilità inscalfibile di regole spesso assurde e sbagliate. Un mondo di dettami illogici in cui è considerato preferibile buttare via il cibo scaduto che concedere a un dipendente di portarlo via e di mangiarlo, mentre un taccheggiatore viene lasciato libero di rubacchiare perché sarebbero peggiori il danno di immagine per averlo redarguito e le trafile burocratiche da affrontare per i rimborsi rispetto a quello economico del furto dal valore di pochi yen. Ma soprattutto un mondo in cui tutti sono sostanzialmente automi spersonalizzati, addestrati come robot nel ripetere sempre le stesse parole rassicuranti e gli stessi gesti funzionali al lavoro e alla fedeltà dei clienti senza il minimo margine di iniziativa o di errore, e quindi pedine perfettamente intercambiabili e sempre sostituibili per cui dimettersi, essere licenziati oppure morire sono per il datore di lavoro esattamente la stessa cosa, un gelido «ha smesso» da cui far partire un nuovo casting al cui “vincitore” fare indossare la medesima uniforme e impartire il medesimo standard di comportamento e di pensiero. Yusuke Iwasaki, intelligentemente, sceglie di denunciare tutto questo attraverso una satira feroce e via via sempre più violenta, sanguinosa, consapevolmente esacerbata, in cui la presa di coscienza nient’altro è che il definitivo erodersi dei confini fra la comicità e l’orrore come due sfaccettature (im)possibili di uno stesso soffocante dramma sociale, che poi nient’altro è che la quotidianità.

Del resto «in un discount tutti vanno e vengono senza che nessuno sia realmente interessato», si dirà chiaramente all’interno di AnyMart. Un luogo-non luogo in cui non è affatto un caso che i vivi sembrino morti nella loro apatia meccanicizzata di acquisti e di assistenze alla vendita, mentre i morti possono rimanere ancora e forse per sempre a vagare lungo i corridoi e fra i banconi dell’anonimo supermercato, tra l’insistenza tragicomica e macchiettistica di un jingle iper-kitsch che risuona come costante musica d’ambiente e la metafora sociale che si fa progressivamente incubo body-allucinatorio nel quale vedersi inglobati nelle vaschette confezionate e negli oggetti del negozio, e poi (in)colpevoli attori di una divertita e folleggiante esasperazione pulp – questa volta esacerbata non più nella dialettica della commedia ma in una striscia di sangue tragicomica e apertamente parodistica nelle modalità delle morti – che trascina fino alle più estreme e (im)possibili conseguenze il punto di rottura di quell’equilibrio fragile e ipocrita su cui basa le sue regole e i suoi ricatti il capitalismo. Un sistema a cui magari bastano un briciolo di autodeterminazione e di pensiero individuale per sgretolarsi dalle fondamenta, eppure così maledettamente determinato nel suo autosalvaguardarsi da riuscire ogni volta a ri-perpetrarsi ciclico e spietato, per ricominciare ogni volta da capo a schiacciare individualità e ambizioni umane in nome di un presunto ordine necessario e incontrovertibile, di una presunta efficienza in cui, fra la comodità di un pasto pronto e la perfetta aderenza a un rigidissimo regolamento, ritrovarsi all’improvviso ad aver perso ogni vitalità, massificati e (in)felici. Una metafora che Yusuke Iwasaki fa passare non solo dalla circolarità stilistica e inquietante delle carrellate noise speculari che aprono e chiudono il film in due differenti supermercati dopo essere passate attraverso l’aspetto più apertamente ridicolo della tragedia, ma anche dal sorriso falso e forzatissimo di quell’insistente agente immobiliare prima deformato dal grandangolo del videocitofono e ora inquietante presenza in giardino subito al di là della portafinestra, oppure dalla (breve) parabola del ristorante di fronte (e del ristoratore, giù dalla finestra) costretto a scegliere fra conformarsi o perire, o ancora dalla sufficienza con cui viene liquidato e mandato via dal supermercato un uomo travestito da supereroe con tanto di maschera, altra piccola/grande deviazione dalla norma e quindi altro elemento che la società preventivamente rigetta e censura. È del resto l’arrivo di un’altra grande/piccola variabile impazzita a far saltare per aria il sistema del supermercato, con quella personalità e quelle ambizioni della nuova cassiera Ogawa che portano il Sakai incarnato con volto imperturbabile da Shōta Sometani (non certo casuale che in giapponese il termine さかい, appunto sakai, significhi sia limite, sia confine, sia frontiera) a svegliarsi dal torpore di vicedirettore figlio del proprietario e suo successore designato, per scoprire la propria personalità e le proprie ambizioni, evidentemente lontane ed evidentemente ben più umane del gelo imposto dal sistema ormai incarnato da quel padre incartapecorito dal proprio ruolo. Ma per scoprire anche come il Giappone contemporaneo, semplicemente, non le voglia contemplare, così come non vuole contemplare tutto ciò che non è perfettamente omologato. Una parabola che AnyMart fa passare attraverso generi e declinazioni linguistiche differenti fra pianisequenza dialettici e repentini jumpscare, lunghi montare della tensione e (amari) sogni in ralenti come nuvola rosa; da un sacchetto di immediata polemica (sur)reale all’oscurità della furia omicida e suicida con cui il Sistema si autodifende da ogni forma di ribellione, mentre le telecamere di sorveglianza vedono tutti senza realmente guardare nessuno dalla ritualità quotidiana del giuramento dei dipendenti fino alla frenesia di genere fatta di genitori/proprietari ricoperti di sangue, friggitrici, teste nel frigo e varianti del seppuku. Come un’offerta di eredità il cui rifiuto è forse l’unica possibile salvezza per l’uomo, ma solo ammesso e non concesso che in questo mondo una salvezza sia realmente possibile. In realtà parrebbe di no. E perché a questo punto non buttarla in caciara e riuscire a riderne per esorcizzarla almeno un po’? – sembrerebbe voler dire Iwasaki. Perché non trasformare il film stesso in un (in)aspettato, anarchico, corroborante atto di sovversione?

Marco Romagna

“Chirudo” (2026)
88 min | Horror | Japan
Regista Yusuke Iwasaki
Sceneggiatori N/A
Attori principali Erika Karata, Masahiko Nishimura, Shôta Sometani
IMDb Rating N/A

Articoli correlati

76. Berlinale – Internationale Filmfestspiele Berlin_12-22 Febbraio 2026_Presentazione di Marco Romagna
SHOT REVERSE SHOT (2026), di Radu Jude e Adrian Cioflâncă di Marco Romagna
YELLOW LETTERS (2026), di Ilker Çatak di Marco Romagna
TOKYO TAXI (2025), di Yôji Yamada di Marco Romagna
PELELIU: GUERNICA OF PARADISE (2025), di Gorō Kuji di Marco Romagna
HEYSEL 85 (2026), di Teodora Ana Mihai di Marco Romagna