17 Maggio 2026 -

SOUDAIN (2026)
di Ryûsuke Hamaguchi

A detta dello stesso cineasta nipponico Ryûsuke Hamaguchi il libro epistolare You and I – The Illness Suddenly Get Worse, che raccoglie il carteggio tra la filosofa Makiko Miyano e l’antropologa medica Maoho Isono riguardo principalmente al tumore al seno della prima, è finito tra le sua mani appena dopo l’uscita di Drive My Car, suscitandogli profonda commozione. Concentrandosi prima sull’ampliamento di una sua installazione multimediale, che è poi diventato il film Il male non esiste  in Concorso alla Mostra di Venezia, il regista ha quindi fatto partire un lungo lavoro di preparazione per portarne l’adattamento sullo schermo, che ha compreso un soggiorno a Parigi dove aveva intenzione di ambientare la storia. Il risultato, in Concorso al Festival di Cannes 2026, rasenta il prodigioso. Soudain, questo il titolo finale di un’opera battente bandiera franco-giapponese (l’internazionale è All of a sudden), affida i due ruoli principali a due attrici che vi si calano magnificamente, la belga Virginie Efira (che ha imparato un po’ di lingua del Sol Levante per l’occasione) e l’attrice/modella giapponese Tao Okamoto, finora all’opera quasi solo in blockbuster occidentali come Batman vs Superman e serie di culto come Westworld e Hannibal, in aggiunta ad una collaborazione con il conterraneo Takashi Miike (Laplace’s Witch del 2018). E’ proprio con il lavoro fatto su di/con lei che si conferma la grandezza di Hamaguchi nella direzione attoriale; e la nostra riflessione parte proprio da loro due perché la macchina da presa le scruta con discrezione, ne segue i movimenti e ne ascolta le ragioni, ne fa la ragione principale d’esistenza di questa (lunga) riflessione sul senso della vita, sull’abitare una società non solo come singoli ma diventandone una componente capace d’incidere sulla stessa, sul potere dell’empatia tra esseri umani, sulla cura per gli altri. Marie-Lou e Mari, speculari fin dal nome e in tutte le caratteristiche dei loro personaggi: una francese che ha studiato in Giappone ed è rientrata nel Paese d’origine dopo il disastro di Fukushima, una giapponese che ha studiato in Francia e dopo Fukushima è tornata nella sua terra d’origine, un’antropologa che dirige una casa di riposo cercando d’importare metodi di cura innovativi e una filosofa che si è data alla regia teatrale. Unendo tutto insieme le loro conoscenze si completano a vicenda, e ne daranno prova nel momento più dialogato e insieme più intellettualmente stimolante.

Ma andiamo con ordine: Marie-Lou (Efira) sta cercando d’importare nella casa di riposo che dirige un programma innovativo chiamato Humanitude, che si concentra sulla difesa dell’umanità dei pazienti cercando di allontanare il più possibile la loro oggettificazione a corpi pesanti che vanno “solo” spostati, lavati, nutriti, e che insegue il mantenimento della verticalità e del movimento dell’anziano con difficoltà deambulatorie come obiettivo primario. Divorziata, vicina ad una crisi nervosa per la frustrazione che il lavoro le porta, vede dal tram un ragazzo autistico che vaga per la città, scende e lo segue fino ad un parco, mettendosi poi con lui al riparo da un improvviso scroscio d’acqua. Il nonno del ragazzo presto li raggiunge: è un attore giapponese impegnato da protagonista unico in un monologo scritto e diretto dalla regista Mari Morisaki (Tao) e basato sul lavoro di Franco Basaglia, psichiatra fautore principale della chiusura del manicomi italiani. Marie-Lou va ad assistere allo spettacolo, trovandosi davanti ad un testo recitato in giapponese con sottotitoli in francese e che fornisce agli spettatori strumenti musicali, per lo più percussivi, utilizzabili a piacimento nel corso della rappresentazione. Libertà, dunque: nello spazio scenico continuamente ridefinito con una serie di sedie, nella ricezione spettatoriale attiva, negli interventi del ragazzo autistico libero d’interrompere e condizionare a piacimento quanto accade in scena. Lo sganciamento totale da ogni costrizione predefinita è un qualcosa che già ci sembra accomunare le protagoniste, quand’ecco che, dopo lo spettacolo, le due rimangono insieme e passeranno tutta la notte a camminare, parlare, conoscersi. Un’ora abbondante di cinema (non possiamo quindi parlare di tempo reale ma la percezione è quella) intellettualmente e figurativamente stimolante, con la camera di Hamaguchi che precede le attrici con lente carrellate, lunghi piani sequenza che aggiungono all’abusato concetto di regia invisibile quello di ascolto attento. Le due Marie partono dal loro vissuto e, con una plastica e funzionale riproposizione del  metodo deduttivo, salgono uno scalino dopo l’altro, fino ad arrivare ad una sintesi critica del mondo capitalista declinata in senso marxista, esplicando la natura predatoria del Capitale, la necessità di un fuori che serva a mantenere intatto lo stile di vita del dentro, la Natura intesa in senso novecentesco come serbatoio infinito di risorse, il concetto (più recente di quanto si creda oggi) di risorse fossili e rinnovabili, con un didatticismo di stampo rosselliniano che arriva alla sintesi massima su una lavagna, con schemi e linee guida. In questa lunga notte apprendiamo anche della malattia terminale di Mari, un cancro al quarto stadio ormai incurabile. E le due non si lasceranno più.

Hamaguchi cerca (e trova) la poesia registica per infiocchettare il mare di parole, e i suoi stacchi naturalistici riescono a trovare la poesia senza scadere mai nel poeticismo, spesso unendo il basso e l’alto. Un esempio su tutto: le due protagoniste, tornate brevemente in Giappone, sono sedute su un colle negli istanti immediatamente precedenti l’alba e stanno per consumare due scatole di noodles istantanei, che ormai conosciamo anche qui da noi, si preme, si agita la scatola e poi si aspettano due minuti e mezzo perché il calore si sprigioni e renda il “piatto” caldo e mangiabile. In quei due minuti e mezzo il sole sorge, e la porcheria industriale viene consumata mentre tutto intorno s’irradia un bagno di luce solare appena spuntata da dietro un crinale, questo sì in tempo reale. Non tutti i centonovanta minuti di durata sono a fuoco allo stesso modo magari, e nella seconda parte qualche ridondanza viene fuori, ma tanta è l’emozione che questo non inficia minimamente il risultato finale, eccellente e commovente: in un mondo cinico e individualista, Hamaguchi chiede tempo e cerca di non lasciare nel racconto nemmeno una piega o un’ombra, il film è il suo certificato di partecipazione a quanto dicevamo qualche riga più su, ad un modo di stare al mondo che sta perdendo senso. Toccarsi, parlarsi, capirsi, sottolineare le differenze linguistiche per poi abbatterle, e magari far riflettere noi italiani sull’unicità del termine manicomio mentre tutte le altre lingue declinano diverse accezioni di ospedale psichiatrico senza fare sintesi. E poi, dopo l’inevitabile, far di tutto perché le persone valide rimangano tra noi, eternando idee e gesti, tramandandole. Un film che è una carezza e insieme un pugno, che richiede tempo e pazienza perché è quella la modalità di comunicazione scelta, spiegare e rispiegare, mostrare e occultare, innervare la Settima Arte con tutti i contributi intellettuali, visivi ed emotivi possibili. Grande, grandissimo cinema: l’abbiamo mica già detto?

Donato D’Elia

“All of a Sudden” (2026)
196 min | Drama | France / Japan / Germany / Belgium
Regista Ryûsuke Hamaguchi
Sceneggiatori Ryûsuke Hamaguchi, Maho Isono, Léa Le Dimna
Attori principali Heidi Becker-Babel, Virginie Efira, Tao Okamoto
IMDb Rating 8.0

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