«L’amour est un oiseau rebelle
Que nul ne peut apprivoiser,
Et c’est bien en vain qu’on l’appelle,
S’il lui convient de refuser.
Rien n’y fait, menace ou prière;
L’un parle bien, l’autre se tait,
Et c’est l’autre que je préfère;
Il n’a rien dit mais il me plaît».Georges Bizet, Carmen, Habanera
C’è il personaggio inedito del giovane Salvador che tiene insieme le fila e porta avanti la narrazione, c’è Belen con cui riscrivere la Micaëla già aggiunta da Georges Bizet e i librettisti Henri Meilhac e Ludovic Halévy negli anni Settanta dell’Ottocento per adattare al palcoscenico dell’opéra-comique l’originale romanzo di vent’anni prima di Prosper Mérimée, e c’è quell’arrotino e indovino cieco che come una sorta di Tiresia anticipa all’inizio della vicenda quella profezia di morte e di dolore che il racconto tradizionale affidava all’atto terzo e ai suoi tarocchi, per ragionare sull’avventurosa possibilità (o impossibilità) di cambiare un destino che sembra già scritto. Eppure, pur semplificata in qualche sottotrama e modificata in qualche personaggio per rivisitarla nella contemporaneità culturale e nei linguaggi necessari al cinema d’animazione, sono di fatto sempre gli stessi il senso e lo spirito della la storia che Sébastien Laudenbach, di ritorno dopo aver realizzato Linda e il pollo insieme alla compagna Chiara Malta su una sceneggiatura della co-regista romana a quel classico che già ai tempi dell’esordio gli aveva fatto scegliere proprio Le jeune fille sans mains dei fratelli Grimm per dare inizio al suo percorso autoriale di reimmaginazione e in(de)finitezza, racconta nella sua personalissima, ipercolorata e sognante versione della Carmen. Una storia tragica e sublime di libertà e passione, di seduzione e di gelosia, di musica gitana e di corride, di repentine fughe e di dolorosa ineluttabilità della morte, che il regista e animatore francese, ispirandosi liberamente a Bizet proprio come Bizet si era ispirato liberamente a Mérimée, fa rivivere in un’evoluzione ombreggiata e se possibile ancora più minimale e sbalorditiva del suo ormai inconfondibile stile di disegno abbozzato fra (mono/bi/tri)cromatismi impossibili, linee spezzate e contrasti fluorescenti, con più di un occhio alle manipolazioni, alle molestie e ai femminicidi che ancora quotidianamente affollano le cronache fino a quel (post-)finale inedito e incantato nel quale proprio dalla catastrofe fare (ri)nascere la cooperazione e la memoria, rinnovare uno spirito comunitario, e in onore dell’amica perduta dare un senso al suo sacrificio trasformando tutti insieme i soldi sporchi di sangue della taglia per la cattura dell’assassino don José e un rudere nel centro di Siviglia in una casa condivisa per donne e orfanelli, fra le cui mura sentirsi finalmente protetti dalla violenza e dalle ingiustizie del mondo. Una prospettiva femminista, seppure narrata attraverso le avventure di un personaggio maschile deciso ad ogni costo, con l’aiuto di una donna e due piccoli ladruncoli, a salvare la bella Carmen e i suoi splendenti occhi verdi dalla sua vaticinata condanna, attraverso cui Laudenbach ripercorre lateralmente e quasi in parallelo la vicenda già al centro dell’immortale opera di Bizet per rinnovarne i personaggi e le tematiche, ri-sognandola in quel suo stile grafico vibrante e costantemente intriso di un senso di meraviglia fanciullesca che sembra non-finito, e che invece prorompe magmatico ed emotivamente ricchissimo proprio in quegli apparenti vuoti e in quell’impressionismo dei fondali, in quelle linee a carboncino e nelle pennellate di quei colori magnificamente innaturali, in quelle forme libere dei personaggi e nelle loro silhouette che ballano, vivono e muoiono per rivivere per sempre.
Il risultato, presentato in prima mondiale da Laudenbach fra i convinti applausi della Quinzaine des Cinéastes come ennesimo e magnifico tassello del mosaico d’animazione contemporanea (non solo, ma principalmente) francese da ricostruire vagando per le sezioni del 79esimo Festival di Cannes, e già destinato fra poche settimane a bissare e ulteriormente accrescere il suo successo ad Annecy, è semplicemente un trionfo per gli occhi, capace di inventare in ogni singola pennellata su ogni singola tavola un proprio personalissimo mondo. Un film straordinariamente elegante, magnetico e ammaliante proprio come la sua iconica e oramai tradizionale protagonista, che lavora a decostruire e ricomporre in frammenti il capolavoro di Bizet al punto che anche la musica, da ovvio epicentro del linguaggio operistico (in testa l’immancabile e celeberrima aria per mezzosoprano La Canzone de Habanera che con un esplicito riferimento al suo primo verso completa il titolo originale del film di Laudenbach, Carmen: l’oiseau rebelle, e che nello scorrere della nuova trama sarà il leitmotiv che a partire da un bagno nuda nella notte e da una voce da usignolo segnerà l’irresistibile fascinazione del giovane protagonista nei confronti della zingara Carmen e la sua immediata predisposizione a dare la vita per lei), diventa scheggia, indizio, suggestione, ulteriore riferimento spurio da prendere e da ricombinare liberamente con le (tante, innumerevoli) armi di seduzione che Laudenbach sfoggia sullo schermo. C’è una scintilla della mola dell’arrotino che diventa il segno di gesso con cui vedere prendere forma ai vaticini che anticipano il futuro sulla lavagna dei sogni, e ci sono i dolori passati e le mancanze che ancora sembrano vagare per quella vecchia miniera abbandonata, ora quartier generale della piccola banda di Belen, in cui anni prima hanno trovato la morte i loro padri. C’è un fiume che cambia ogni volta colore nel suo impetuoso scorrere e riflettere il cielo, e c’è l’arena cittadina in cui sfidare (al desiderio) i tori che sfidano i toreri. C’è l’esercito con i suoi continui soprusi e c’è un gineceo notturno di danze e nacchere intorno al fuoco. C’è uno spettacolare inseguimento fra i tetti e le strade e ci sono barcaioli dalla forma indistinta con cui raggiungere l’altra sponda del fiume. C’è la consapevolezza che «il destino è il destino: fa schifo», e c’è l’eroica illusione di poterlo cambiare – «niente coltello, niente profezia». E inevitabilmente c’è la libertà femminile, l’uso consapevole della bellezza e del corpo da parte di Carmen per lusingare e poi sfuggire, il suo farsi notare per scommessa con le amiche dal toreador nell’arena, che diventa insostenibile per la possessività tossica dell’amante respinto che piuttosto che accettare la sconfitta e la perdita preferisce uccidere. Ma soprattutto c’è il talento sempre più palpitante che la racconta. Un talento chiarissimo, luminoso, magico, che ancora una volta si cristallizza in uno stile figurativo nel quale ogni immagine è un’eterna sorpresa di luce e materia, come una pura impressione al contempo onirica e tattile in cui, in qualche modo, avere la sensazione di riuscire forse per la prima volta a guardare, e non semplicemente a vedere. Certo, qua e là potrebbe essere necessario dover passare attraverso qualche lacrima.
Marco Romagna
