22 Maggio 2026 -

LE VERTIGE (2026)
di Quentin Dupieux

È in fin dei conti perfettamente coerente e molto più ragionato di quanto ci si potesse aspettare il passaggio (d)all’animazione del cinema nonsense Quentin Dupieux con Le vertige, presentato a Cannes come chiusura della Quinzaine des Cinéastes 2026 e ulteriore sorprendente tassello di una pattuglia animata mai così numerosa – ben dieci i titoli passati trasversalmente fra le sezioni – e assestata su un livello incredibilmente alto. Un’ennesima variazione sul tema della consueta comicità surreale e scorretta del regista e dj francese, che questa volta parte dal rendersi conto che viviamo in una simulazione in cui nulla è reale, nemmeno noi stessi, e che trova nelle immagini effettivamente irreali ed evidentemente simulate di un’estetica scrausa da videogioco anni Novanta una costante stratificazione con cui giocare apertamente con forma e contenuto, a esplicitare e ad amplificare (e brillantemente a ridicolizzare, ça va sans dire) l’esacerbato impossibile delle situazioni e l’esasperazione parossistica, dannatamente divertente, di ogni dialogo. Poi, certo, c’è l’eterna questione dell’uovo e della gallina, in cui non è dato sapere se sia stata una volontà di Quentin Dupieux di realizzare un lavoro d’animazione ad avere plasmato la tematica del film, già lambita dall’autore ai tempi di Réalité ma qui declinata in maniera completamente differente per andare in tutt’altra direzione, o se al contrario a spingerlo verso il cinema animato sia stata l’intuizione di fare una propria versione sotto acido di Matrix (non a caso più volte citato nel film) in cui raccontare il mondo come irreale. Di sicuro c’è che la scelta di filmare i volti in performance capture per poi appiccicarli, bidimensionali e statici, su immagini create andando ironicamente e specificamente a cercare le modalità il più possibile goffe, inaccurate e rudimentali della versione gratuita del software generativo per videogiochi Blender 3D, e guardando direttamente dalle parti del primo The Sims per PC e Playstation 1 ben più che da quelle di Flow trasformare gli ambienti e gli attori (e pure se stesso, nei titoli di coda) proprio in quelle simulazioni approssimative che i personaggi stanno scoprendo di essere e di cui continuamente parlano mentre si muovono in un intero mondo di altre simulazioni approssimative, rappresenta per il sempre iperprolifico Dupieux e per Le vertige un’intuizione tanto linguistica, che ha bisogno di quell’estetica zoppicante e pixelata per dare un quasi paradossale senso al non-senso, quanto perfettamente funzionale nella possibilità di lavorare più o meno da solo e con tempi di realizzazione di una rapidità paragonabile se non addirittura superiore a quella del live action. È in questo senso che Le vertige – poco conta che ne sia padre o figlio – non può prescindere dalla tecnica con cui è realizzato, dalla (alta/bassa) definizione di quel virtuale videoludico che ancora tentava da lontano di imitare il mondo reale, mentre adesso pare piuttosto che sia sempre più il mondo reale – basti pensare alle (fastidiosissime) ref-cam ormai abitualmente appiccicate in soggettiva agli arbitri delle partite di calcio, a trasformare ogni calcio d’angolo in uno sparatutto – quello che tenta di imitare i videogiochi.

L’incipit è folgorante. Una deflagrazione di comicità assurda e (in)sensata che, se fosse riuscita a tenere lo stesso ritmo forsennato di battute e intuizioni anarco-situazioniste per tutta la durata del film, avrebbe riportato Dupieux direttamente dalle parti del suo cinema più geniale e irresistibile, quello mai più raggiunto e forse irripetibile nel dittico Wrong e Wrong cops. Importa solo relativamente, però, che con il passare dei minuti Le vertige rallenti un poco perdendo in parte la sua verve iniziale. Un po’, banalmente, perché si ride comunque tantissimo, pure se con un po’ di tempo in più per respirare, e un po’ perché l’idea forte alla base ha ormai attecchito, e ogni suo tassello e ribaltamento successivo è perfettamente funzionale a portare avanti un discorso che sarebbe assolutamente esagerato definire filosofico ma che, come (quasi) sempre in Dupieux, nella sua metafora di una società sospesa fra la virtualità dello schermo di un cellulare e la costante simulazione di un profilo social, non è in fin dei conti nemmeno così tanto superficiale. Un mondo, non a caso, fatto di bug di programmazione in cui i bambini nascono senza dolore in una frazione di secondo già puliti e privi di cordone ombelicale mentre gli uccellini di pixel rimangono glitchati all’interno di un tombino, o forse fatto di paradossali riflessi nell’infinito loop di uno specchio in cui nessuno può essere realmente se stesso ma sempre e comunque una copia (magari di una copia di una copia). Dupieux lo immagina, lo (pre)mette in scena e poi lo genera con i suoi consueti personaggi ostinatamente stupidi e con un campionario almeno a tratti particolarmente ispirato di situazioni e reazioni paradossali da cui farli passare, fra un campanello suonato alle 5:52 del mattino e la scoperta della più atroce delle verità, fra le liste di stranezze più importanti della nascita del primo figlio e le auto sfasciate per strada perché «tanto non esiste nulla», fra le carte di credito da regalare ai clochard (ovviamente convinti di essere presi in giro) e la richiesta di non farne parola con nessuno mentre non si riesce a fare a meno di dirlo a tutti quelli che si incontrano. Fino a quell’incontro che permetterà di svelare definitivamente il mistero (salvo magari finire sotto a un autobus), e poi al furto di un’idea e alle sue conseguenze con cui fare un salto di quindici anni, e in attesa del gran finale (anch’esso rigorosamente doppio e speculare) sul tetto aggiungere a un calderone che ne ha un po’ per tutti un ultimo e truffaldino ritrovato tecnologico che, senza bisogno di nominarla, attacca e percula in maniera meravigliosamente gratuita la Apple con le sue presentazioni dei prodotti, ben più da venditori che da scienziati, andate in scena (e quindi inevitabilmente simulate) fra gli anni d’oro di Steve Jobs e questi di Tim Cook. Il risultato è un gioco divertente e divertito – certo, si tratta pur sempre di un cinedelirio di Quentin Dupieux –, ma è anche un film con riferimenti e suggestioni consapevolmente a grana grossa eppure di gran lunga più stratificate e interessanti rispetto che in altre sue sortite, che nel loro sostanziale inventare una tecnica cinematografica ragionano nemmeno troppo implicitamente a livello teorico sul senso delle forme del cinema (non solo) animato, mentre in una vertigine di specchi negli specchi e in una corsa a perdifiato verso il parossismo, proprio guardando verso la realtà quotidiana e lo stato delle cose, ritrovano ancora una volta l’opposto e più che mai liberatorio non-senso dell’esistenza.

Marco Romagna

“Le vertige” (2026)
67 min | Animation | France
Regista Quentin Dupieux
Sceneggiatori Quentin Dupieux
Attori principali Alain Chabat, Jonathan Cohen, Anaïs Demoustier
IMDb Rating 7.5

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