Sei un giovane fotografo che di solito non ama troppo la mondanità, ma decidi di andare ugualmente a una festa. Ti guardi attorno – panoramica a 360° – e a un certo punto eccola – zoom – una donna misteriosa che ti fissa dalla porta del locale. La segui, ti sembra di averla già vista da qualche parte. Ti porta in un camerino, e lì vuole fare sesso con te. Perché no, che sarà mai? E invece sarà tutto: al tuo risveglio non sei più nel tuo corpo, sei nel corpo di lei. Dopo una breve fase di contesto parte così L’inconnue di Arthur Harari, in concorso a Cannes 79. Il film in competizione destinato più a far discutere, a polarizzare, a interrogare un po’ tutti. Perché è chiaro che, sulla scia dell’ormai evoluta New French Extremity, si tratta di un film che interroga la pelle, i volumi del corpo. Nella fattispecie, la carne di Léa Seydoux (ingrossata dalla gravidanza reale appena conclusa ai tempi delle riprese) e la faccia di Neils Schneider (completamente, assolutamente irriconoscibile). Quindi un film di terrorismo sensoriale ed epidermico, che viaggia sopra e sotto la pelle (o “nella pelle”, come nel titolo di un film di Marina de Van vecchio più di 20 anni ormai), in grado di immettere lo spettatore in un labirinto perturbante a partire da domande semplici.
Può infatti sembrare, a dirla così, che il film si fermi al suo concept e da lì non possa che girarci attorno, come in un Freaky Friday arthouse per le bocche buone degli spettatori cinéphile; e invece il nucleo narrativo evolve e apre a sempre nuove possibilità – che vanno a corrispondere ai nuovi incontri che David, nel corpo di Léa Seydoux, fa lungo la sua strada – in cui bisogna capire come funzioni questa identità che è diventata una malattia sessualmente trasmissibile. Si fa fatica a decrittare la natura di questo abisso: è paura o è un sogno tiresiano? Vale la pena trasformare la propria vita in un thriller o è una nuova possibilità offerta dal mondo, dalla natura, del tipo che “doveva andare così”? Non lo sa neanche lo spettatore, lasciato a se stesso nel limbo di una messa in scena astratta, che come nei grandi film ricorda tante altre cose ma alla fine è solo uguale a se stessa.
La prima ricerca fotografica di David, che ritrae un angolo di strada per metterlo a confronto con una vecchia fotografia d’epoca, è già The Man Who Left His Will On Film (1970) di Nagisa Oshima; il sesso come arma virulenta (i fantasmi dell’AIDS? Anche, non solo) è subito It Follows (2014) di David Robert Mitchell; il vagare intorpiditi dai dubbi subito dopo aver capito che la propria identità non è allacciata senza se e senza ma al proprio corpo apre a spiragli di Cinéma du Look, con Holy Motors (2012) di Leos Carax a fare cucù neanche tanto subliminalmente. Si potrebbe continuare (Blow Up, La bête, Under the Skin), ma alla fine rimane solo la ricetta finale, un’intensa indagine tanatologica che mette in discussione la densità della nostra stessa identità, se sia fuggevole, se sia intercambiabile, se provocherebbe inevitabilmente danni qualora potesse essere scambiata tra di noi come con le figurine. Il body swap è infatti per Arthur Harari (Premio Oscar per la sceneggiatura di Anatomia di una caduta) fattore scatenante per una meditazione queer sull’assenza dell’Io, sulla sua porosità (in se stesso, non rispetto al sociale), su quanto non solo sia frammentato (e lo è già dal Novecento) ma su quanto sia proprio asportabile come un ascesso.
Se il film si fermasse al suo concept, o anche alla sua evoluzione narrativa (che si concentra sulla tramissione, sul confronto con altri “contagiati”, sulla reazione degli “altri”), sarebbe solo un aneddoto simpatico, ma Harari (che già era a Cannes nel 2021 ad aprire Un Certain Regard con Onoda, 10 000 nuits dans la jungle) vuole trasformare il mondo delL’Inconnue in un limbo, e quindi in un’esperienza innanzitutto sensibile. Così, come fa David all’inizio del film, Harari fotografa i corpi dei suoi personaggi e li sottopone a un confronto rispetto a loro stessi in un altro momento del tempo: riusciamo a vederne l’anima, ormai cambiata, solo dagli sguardi? Dalle loro smorfie, dai loro movimenti? Oppure il sesso riporta comunque quei corpi alla loro funzione originale, di “membra che sentono” a prescindere da chi le abita?
La cosa importante, e che determina la natura di questo limbo perturbante e bellissimo che è L’inconnue, è che non esiste origin story, non sapremo mai perché, c’è solo l’abisso delle conseguenze. La malattia mentale, l’adattamento, la possibilità di mettersi alla prova e dirsi “cambiati”, date le nuove strambe circostanze. Tutte possibilità mai dettate da una ricerca raziocinante, ma dalla semplice tensione superficiale delle pelli. Un modo di far terrorismo sensoriale che non è lampeggiante, furibondo, stroboscopico, ma è piuttosto dato dalla sospensione, e dal rifuggire le aspettative. Non sapremo mai perché – forse risponderemo alla domanda e quindi? Fatto sta che 2 ore e 20, fra viaggi, indagini e tentativi di riscrivere la propria storia, non si capisce come riescano a scorrere così affascinanti, “leggere” come un sogno. Harari ci dice che la metempsicosi del film va di pari passo con l’ipnosi, e che bisogna capire quanto, in questa metafora “coatta” della transazione di genere, il sesso sia padrone delle nostre scelte esistenziali di vita più profonde. E cosa vuol dire sperimentarlo, questo sesso, per risolvere un mistero (l’identità si può “ritrasmettere”?) o anche solo per “vedere che succede”. Che forse il perturbante di questo scambio assurdo di corpi non possa addirittura generare i presupposti di un’empatia altrimenti impossibile?
Le indagini del thriller, in L’inconnue, funzionano con foto, cellulari, ricerche su Google – già a partire dai titoli di testa, zoom infinito sull’occhio di Seydoux fotografata in negativo – e più gli indizi sembrano portare ai loro risultati più sale la tentazione di volersi abbandonare a questo nuovo stato di cose. Di accettare di non essere nessuno. Alla fine è alta la tentazione di voler chiedere ai personaggi di provare questa nuova esperienza, abbandonando una vita che non era affatto soddisfacente; lì però a interrogarli c’è la memoria, l’affetto per i propri cari (qui c’è addirittura un cammeo di Radu Jude, nella parte del padre di una “contagiata”), l’attaccamento alle case, alle cose. Fa paura, ma può essere che, se accettassimo di non essere nessuno, e se dimenticassimo, saremmo più liberi?
Marco Grifò
