16 Maggio 2026 -

BLAISE (2026)
di Dimitri Planchon e Jean-Paul Guigue

Grottesco, corrosivo, ferocemente sarcastico, maledettamente divertente nei suoi personaggi improbabili, nelle sue situazioni nonsense e nei suoi dialoghi assurdi portati sempre fino all’eccesso, al paradosso pleonastico, alle conseguenze più estreme e (im)possibili dell’equivoco. Ma soprattutto Blaise, storia di un ragazzo sfigato e della sua famiglia disfunzionale basata sulle omonime strisce di Dimitri Planchon e realizzata dallo stesso fumettista francese in co-regia con Jean-Paul Guigue, è sin dalla tecnica con cui è animato un oggetto orgogliosamente alieno, che ha sicuramente visto South Park e Beavis and Butt-head ma che fa in modo di non assomigliare a nulla, e che dopo la sostanziale prova generale del primo adattamento animato realizzato nel 2016 per il piccolo schermo di ARTE (trenta episodi da tre minuti, che seguivano il medesimo andamento in sei tavole del fumetto) sviluppa ora le tante idee e i tempi comici forsennati in una narrazione espansa, magari a tratti digressiva nella sua coralità ma in definitiva unitaria e coerente per ottantadue indipendentissimi minuti, presentati sulla Croisette di Cannes 2026 nella sezione parallela di ACID e verosimilmente destinati a diventare nel giro dei prossimi mesi un piccolo cult. Da una parte c’è l’effetto straniante del fotorealismo pressoché assoluto dei volti bidimensionali e kitsch dei protagonisti, che quasi a simulare un cut-out di fotografie e di elaborazioni in 2D prendono (digitalmente, parzialmente, scattosamente, il più possibile sciattamente) vita nelle loro discutibili acconciature e con le loro orecchie a sventola perfettamente frontali e simmetrici sugli sfondi abbozzati e con pochissimi dettagli. Dall’altra c’è il continuo e insistito nonsense delle loro quotidianità, fra un padre immaturo, pasticcione e compulsivo che nella sua disperata ricerca di approvazione combina un disastro dietro l’altro, una madre inadeguata che per non offendere un’impiegata della squadra di lavoro che ha appena iniziato a dirigere finirà nel suo letto e per lei abbandonerà la famiglia, e un figlio freak quindicenne con labbroni, maglia a righe e orecchie a sventola che, fra gli equivoci di un reciproco fingersi altro per compiacersi a vicenda di un timido e improbabile amore giovanile, si ritroverà rivoluzionario e riottoso per sbaglio.

Del resto a ben vedere è già dal cognome, Sauvage, che i protagonisti anticipano la propria natura appunto al di fuori dagli schemi della civile convivenza, la propria demenziale inadeguatezza nel fronteggiare qualsiasi situazione, la propria inadattabilità a un qualsiasi rapporto umano bilanciato e ordinario, ma necessariamente ossessionati oppure indifferenti, sempre sproporzionati, rigorosamente alienati in una società di alienati, che balla musica techno per dare il benvenuto alla nuova capufficio senza rendersi conto di come, nella musica alta, ognuno creda di dialogare con l’altro mentre in realtà porta avanti esclusivamente il proprio discorso. Una società fatta di mitomani e di pescecani, di strafighi e di nerd, di prepotenti e di reietti, di servi e di padroni, e che volente o nolente è prima causa del male perfino quando – si veda la sequenza del padre in crisi allergica ospedale e poi in auto come un bambino con la dottoressa a rompersi il naso per una frenata improvvisa – dovrebbe esserne la cura. È così che Dimitri Planchon e Jean-Paul Guigue, nel loro insistito tirare bordate a destra e a manca contro tutto ciò che è ingranaggio del Sistema, non risparmieranno né la scuola né la televisione, né l’imprenditoria né la stampa, né la sanità né la psicanalisi, né le forze dell’ordine né il terrorismo, fino al finale che sempre per un puro e semplice fraintendimento apparentemente impossibile da comunicarsi minaccia apertamente lo scranno – femminile, forse pensando allo spauracchio LePen… – della presidenza francese, nel procedere di una trama delirante e irresistibilmente spassosa, a sua volta consapevolmente squilibrata nei suoi nuovi improbabili amori rigorosamente non attraenti e nelle sue aperte contraddizioni di una (piccola/grande) borghesia che dai tempi di Buñuel non ha mai smesso di essere altezzosa, ipocrita e classista, profondamente ignorante nella sua passione per i soldi, le armi e il potere, e al contempo profondamente insicura nel suo continuo bisogno di autocelebrazione.

Il resto, come si diceva, sta tutto in una continua fucina di trovate comiche e di battute fulminanti, di equivoci spietati e di strambi fraintendimenti, di dialoghi parossistici e di esasperazioni grottesche. Un cinedelirio in quadri per lo più fissi in 4/3, impreziosito dalle voci (non solo) di Léa Drucker e Jacques Gamblin, che lega le illogicità libere e ironiche degli episodi che lo compongono in una progressione a incastri di personaggi e situazioni. Il datore di (nuovo) lavoro della madre del giovanissimo outsider Blaise si rivelerà quindi ben presto essere il (detestato) padre imprenditore dell’altrettanto outsider Josephine che lo sta segretamente frequentando fra timidezze, primi baci quasi estorti e reciproche bugie; la psicologa scolastica dei figli diventerà così (per poco…) analista (un po’ alcoolista) di quei padri inetti che sanno parlare solo di loro stessi, e una granata che apparentemente non esplode continuerà così a passare di mano (o meglio di borsa) fino a essere scambiata per un driver esterno del computer, e spinta a forza dentro un hardware. Ci sono quartieri malfamati e dottoresse considerate migliori amiche «però per lei io sono un coglione», ci sono feste scolastiche e locali notturni frequentati dagli stessi (sedicenti) personaggi televisivi e team di lavoro improponibili che non si vogliono ferire sbagliando parole, ci sono le ville in cui perdersi e ci sono i minuscoli abbaini della servitù che ci presta servizio. Ci sono i terroristi e le istituzioni, e c’è perfino un libro di filosofia politica di Engels che diventa puro e spassosissimo (anti)romanticismo rivoluzionario con cui sedursi e desiderarsi. Elementi di una ben precisa ironia, caustica e pungente, con cui Blaise colpisce con la forza di un’indipendenza che non cerca alcun tipo di compromesso, e che proprio nei suoi limiti tecnici ed estetici innesta un’ulteriore stratificazione, anche linguistica, del suo discorso antisistemico e rivoluzionario, della sua anarchica ribellione a tutto ciò che è precostituito, del suo esplicito «andate tutti a fanculo» con cui Josephine saluterà il padre e la massima carica dello Stato francese. Un film consapevolmente e orgogliosamente eretico, anticonformista, libero, dannatamente divertente, e proprio per questo così sorprendentemente ossigenante.

Marco Romagna

“Blaise” (2026)
Animation, Comedy, Family | France
Regista Jean-Paul Guigue, Dimitri Planchon
Sceneggiatori Dimitri Planchon
Attori principali Nina Blanc-Francard, Léa Drucker, Jacques Gamblin
IMDb Rating N/A

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