21 Maggio 2026 -

THE SAMURAI AND THE PRISONER (2026)
di Kiyoshi Kurosawa

Questa volta sembra guardare direttamente dalle parti del suo illustre omonimo Akira, Kiyoshi Kurosawa. Non solo per la decisione di realizzare, per la prima volta in carriera, un jidaigeki con cui rievocare i samurai e i daimyō sostanziali feudatari della Storia del Giappone medievale, ma per la scelta specifica di concentrarsi non sulla relativa pace e prosperità del periodo Edo (1603-1868), ambientazione più “classica” del genere di cui sarebbero innumerevoli gli esempi e in cui i samurai, paradossalmente casta (già) in declino nella mancanza di guerre da combattere, si ergono a eroi solitari, ma sull’opposto e costante clima di belligeranza di una nazione che si stava lentamente e parzialmente unificando nel sangue dell’immediatamente precedente periodo Sengoku (1467-1603), detto altrimenti “degli Stati combattenti” e già al centro, appunto, dei capolavori (akira)kurosawani Ran e Kagemusha. Un’epoca, centrale e fondante nell’identità stessa del Paese, a cui il cinema del Sol Levante è sempre tornato relativamente poco, forse per la necessità di produzioni particolarmente ingenti con cui realizzare con la necessaria magniloquenza le sequenze di battaglia, e che ora per Kiyoshi Kurosawa, di fatto volontariamente rinunciando alle suddette sequenze di battaglia per concentrare (pressoché) tutta la vicenda fra le mura di un castello, rappresenta una perfetta cartina di tornasole con cui ragionare sul presente, per far specchiare in un Giappone ancora in piccoli frantumi di pochi ettari e sospeso fra il buddismo, lo scintoismo e l’avvento del cristianesimo quelle medesime dinamiche geopolitiche che continuano a ripetersi sempre uguali su differente scala, e nel frattempo trasformare progressivamente il conflitto prima in dialettica e poi in pietas umana mettendo in scena un reciproco comprendersi, un (im)possibile perdono, uno sforzo – magari fallito, ma non per questo meno commovente – di risparmiare più vite umane possibili.
Non è affatto un caso in tal senso che, come ricordato dalle didascalie finali, il protagonista samurai Araki Murashige – che nel 1577 con l’appoggio del clan Mōri si ribellò alla violenza di Oda Nobunaga e del clan Itami di cui era stato in precedenza fedele servitore, e che per questo suo tradimento (verso chi a suo giudizio aveva tradito i principi stessi dei samurai) rimase per oltre un anno asserragliato all’interno del suo castello nell’assedio di Arioka (destinato a concludersi due anni dopo con lo sterminio dei suoi uomini e della sua famiglia) che è al centro di questo The Samurai and the prisoner – al termine delle (tragiche) vicende narrate da Kurosawa vivrà altri sette anni serenamente e in pace come maestro di tè, mentre il suo potente nemico (e nominalmente vincitore) Oda Nobunaga, come già raccontato tre anni fa da Takeshi Kitano nel suo Kubi per molti versi assimilabile a questo film (che però, a differenza del suo predecessore, nelle teste mozzate non prova nemmeno a cercare ironia), già nel 1582 dell’incidente di Honno-ji sceglierà il suicidio rituale del seppuku in seguito al tradimento da parte del suo più fedele vassallo Akechi Mitsuhide. Personaggi che, proprio come il prigioniero Kuroda Yoshitaka conosciuto anche come Kuroda Kanbei, inviato come messaggero da Nobunaga al castello di Murashige e prontamente incatenato dal signore guerriero ribelle, sono perfettamente noti a un qualsiasi studente giapponese che li ha avuti al centro dei programmi scolastici ma di fatto pressoché sconosciuti nelle culture occidentali, ed è da qui che nasce il senso di smarrimento di tanto pubblico europeo di fronte alla prima nella sezione Cannes Première del 79esimo Festival di Cannes di un film effettivamente complesso nella sua narrazione che si permette di dare identità dei personaggi, retroscena e per molti versi pure (almeno) parte delle vicende per scontate, ma che in realtà basta guardare ad uno strato differente, cercando di capire non tanto il chi e il cosa ma il come e soprattutto il perché, per vedere esplodere con chiarezza assoluta e universale nella sua disperata ricerca di un dialogo e di pacificazione, e quindi nel suo senso più profondo.

Passa attraverso l’inverno, la primavera, l’estate e infine l’autunno, The Samurai and the prisoner. Quattro stagioni come quattro macro-capitoli in cui, lungo il dipanarsi delle evoluzioni politiche ma soprattutto dei singoli rapporti umani, interrogarsi sulla violenza e sul (sempre più disperato) tentativo di non usarla, a partire da un cinema che consapevolmente riscrive le regole di un genere limitando al massimo l’azione per farsi parola, dialettica, parabola morale. Sforzo diplomatico di sedare ogni tipo di conflitto e, una volta che questo si accende, di evitare il più possibile ulteriori morti e spargimenti di sangue. È per questo che Araki Murashige, prima ancora dell’inizio della vicenda, aveva dato espressamente l’ordine di non toccare chi lo aveva tradito, ed è per questo che il suo misterioso assassinio con una freccia attraverso i minuscoli pertugi dell’interno del castello sarà l’inevitabile punto di innesco di una serie di indagini e di confronti, di gratitudini e di dolorosi tradimenti, di fedeltà rinnovate fino alla morte e di senso stesso dell’onore (e del disonore). C’è la moglie Chyono già in passato forgiata dal trauma e c’è il consapevole sacrificio del più fedele servo Ichiroza per salvare il daimyō, c’è un condannato risparmiato per concedere anche a lui una possibilità di redenzione e c’è il più prezioso dei tè dato in cambio di una vita umana. Ci sono le teste come trofei o forse come cattivi auspici, e c’è l’intimità (im)possibile di una confessione. E ovviamente c’è Kuroda Yoshitaka, il prigioniero, e quindi c’è la saggezza, c’è la clemenza, c’è la dialettica, c’è l'(im)possibile alleanza, c’è la dedizione, c’è la lealtà, c’è l’inganno. C’è un intero codice morale su cui confrontarsi. Elementi che Kiyoshi Kurosawa, fra dettagli insanguinati, flashback onirici e qualche lenta carrellata di cui è da sempre assoluto maestro nel j-horror, trae dall’omonimo romanzo di Honobu Yonezawa e tiene insieme con una regia sempre sottilmente inquietante, che si inoltra nella “prigione nera” del titolo originale giapponese 黒牢城, Kokurōjō – che poi nient’altro sarebbe che quel Le Château d’Arioka del titolo francese, castello non solo ambientazione ma per molti versi vero e proprio co-protagonista della vicenda – e, nel micro di una comunità letteralmente chiusa da un muro di cinta della seconda metà del Cinquecento, sviscera il macro delle tensioni contemporanee di un mondo (ancora/di nuovo/sempre) in mano a signori sul piede di guerra, che dai loro feudi decidono di attaccare e di annettere quelli vicini e lontani. Un mondo cupo, iniquo, ieri come oggi grondante violenza, in cui solo attraverso l’utilizzo di ogni possibile mezzo per farne a meno può passare l’ultima residua speranza di umanità e salvezza.
Poi sì, come si diceva in precedenza per uno spettatore occidentale che non abbia studiato approfonditamente storia giapponese – fra i quali, sia ben chiaro, ci enumeriamo: semplicemente siamo ben consapevoli di come la nostra ignoranza non sia un problema del film, e per la ricostruzione a posteriori in ogni caso basta armarsi di curiosità, appunti, buona volontà e pagine Wikipedia – sono potenzialmente infiniti i simboli e i riferimenti ad altri avvenimenti precedenti non immediatamente comprensibili, ci può volere un po’ di tempo a capire chi siano e che cosa effettivamente rappresentino i personaggi, e in generale potrebbe non essere semplice seguire ‘la trama’ e dipanare l’intricata matassa dei suoi intrecci. Eppure, di fronte a un (grande, grandissimo) film così puro e lampante nel suo messaggio etico e antibellico, così stratificato nel guardare al passato per parlare con saggezza e cognizione di causa al presente, così acuto nel problematizzare ogni questione morale e non certo in ultimo così intrigante nei suoi continui misteri e così strepitosamente elegante nella sua messa in scena, anche nei momenti in cui qualcosa inevitabilmente sembra sfuggire qualsiasi obiezione sarebbe semplicemente una questione di lana caprina, che manca clamorosamente il punto dell’ennesima – spiazzante, inconsueta, ma non per questo meno illuminante  – meraviglia firmata da Kiyoshi Kurosawa, nell’Olimpo degli autori più sommi e non certo da oggi.

Marco Romagna

“Kokurojo: The Samurai and the Prisoner” (2026)
Drama, History, Mystery | Japan
Regista Kiyoshi Kurosawa
Sceneggiatori Kiyoshi Kurosawa, Honobu Yonezawa
Attori principali Munetaka Aoki, Tasuku Emoto, Ryôta Miyadate
IMDb Rating N/A

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