L’assoluto rigore morale, la messa in crisi di ogni certezza, la mancanza di risposte univoche. Un vero e proprio processo. A quattro anni dal magnifico R.M.N., il cineasta rumeno Cristian Mungiu torna in competizione al Festival di Cannes con il suo nuovo lavoro, Fjord, e inspessisce ancora di più il percorso culturale che attraversa la sua opera fin dai tempi del suo esordio nel lungometraggio Occident, risalente al 2002. Questa volta si esce dalla Romania per approdare in Norvegia, in un paesino paesaggisticamente posizionato su un fiordo, come da titolo. Fiordo preso come parte per il tutto per rappresentare la progressista società scandinava, culla della socialdemocrazia, con un elemento estraneo che ne problematizza improvvisamente le sicurezze acquisite, specie agli occhi di uno spettatore europeo genericamente “di sinistra”. Protagonisti sono i Gheorghiu, madre, padre e cinque figli piccoli di età variabili, dall’adolescenza alla primissima infanzia, rumeni che si trasferiscono nella Norvegia terra d’origine della famiglia di Lisbet (Renate Reinsve), maritatasi con Mihai (Sebastian Stan) e in cerca di un futuro migliore per tutto il nucleo familiare. Già dai nomi dei due attori protagonisti iniziamo a comprendere la sfida che Mungiu intraprende con questa nuova opera da lui, al solito, diretta e sceneggiata: Reinsve è ormai l’attrice simbolo del cinema nordico e musa per lo Joachim Trier de La persona peggiore del mondo e Sentimental Value; Stan, rumeno naturalizzato statunitense che aveva già diviso la scena con la partner (in A Different Man di Aaron Schimberg), è invece lanciato nell’Olimpo del mainstream dal ruolo del “soldato d’inverno” all’interno del Marvel Cinematic Universe, oltre che dall’aver incarnato il giovane Donald Trump in The Apprentice di Ali Abbasi. In una delle prime scene, Stan guarda di sottecchi in camera, come a sfidare il pubblico prima a riconoscerlo e poi ad accettarlo nei dimessi panni di un impiegato fervente credente così lontano dai “fisicati” ruoli precedenti.
I Gheorghiu, infatti, sono cristiani evangelici totalmente refrattari alla modernità, portatori di valori ferrei e in aperto contrasto con la società in cui vanno ad abitare. Oltre alla preghiera più volte al giorno e alla autodesignata missione di evangelizzazione, credono (o meglio, Mihai crede e Lisbet appare seguirlo docilmente) nella famiglia tradizionale come unica opzione percorribile e in un’educazione dove la privazione e la punizione sono componenti essenziali nella formazione dei giovani esseri umani che comporranno l’Europa del prossimo futuro. I loro vicini nella nuova casa, gli Halberg, sono l’opposto: padre preside della scuola che frequentano i due figli maggiori dei Gheorghiu, madre avvocata, una figlia adolescente. L’anomalia dei nuovi vicini rumeni è già in un numero di figli che all’Occidente di oggi appare spropositato, ma a seguire emergeranno sempre nuove differenze, tra le quali si fa presto strada l’impossibilità di uscite serali per feste le più varie (impossibilità che, come sempre tra gli adolescenti, viene presto aggirata). Il turning point arriva quando sul collo del maggiore vengono trovati dei lividi, e l’immediato intervento dei servizi sociali per appurare cosa sia successo avvia uno scontro di culture e civiltà di difficile, forse impossibile, immediata ricomposizione. I cinque pargoli vengono tolti immediatamente alla famiglia e ricollocati tra strutture appositamente dedicate e genitori adottivi, mentre a farsi carico della difesa dei sempre più disorientati Gheorghiu è proprio la vicina di casa…
Con la trama ci fermiamo qui, ma si può facilmente comprendere già da questi pochi cenni la pletora di laceranti interrogativi che la questione apre. Le culture dei due Paesi sono inconciliabili? La democratica (ma con una monarchia sempre in sella) Norvegia non è capace d’integrare l’alterità e l’integrazione può avvenire solo susseguentemente all’accettazione acritica dei propri valori? E se è così, non è forse il doppio speculare ma di segno opposto dei Paesi dell’Est Europa una volta sottostanti al Patto di Varsavia come Romania e Ungheria? Come tutti i grandi autori, Mungiu apre alla riflessione senza dare risposte certe, ma guardando soltanto alla (da lui) criticatissima cultura della sua nazione da un altro punto di vista. Riteniamo utile riportare uno stralcio delle sue dichiarazioni presenti nelle note di regia, per carpirne ancora più a fondo le intenzioni: «Viviamo in una società molto estremizzata, in cui esistono due gruppi convinti di avere la verità in tasca e ciò ha portato a una sorta di violenza sociale che rende impossibile la convivenza civile […] Credo sia importante usare il cinema per parlare delle preoccupazioni riguardo alla direzione che ha preso questo scontro, che non ha una soluzione chiara: questo film non parla (solo, n.d.r.) di Romania e Norvegia, ma del conflitto tra uno strato della società che ha avuto accesso a privilegi, istruzione e ricchezza, permettendogli di essere persone più empatiche, e gli strati con meno opportunità che hanno queste idee retrograde. […] Non possiamo semplicemente perorare cause socialmente liberali a persone che non hanno l’acqua potabile, non basta credere che i nostri valori siano quelli giusti, dobbiamo convincere le persone che lo sono». Ecco, in queste ultime parole è racchiuso il senso profondo e l’importanza di questo bellissimo Fjord: il problema principale della contemporaneità è che si è smesso di parlarsi tra gruppi sociali di cultura e status economico differente. Non ha alcuna importanza l’avere un pensiero “giusto” e illuminato se poi non lo si riesce a trasmettere a più persone possibili, anzi la distanza sarà percepita dalle classi economicamente più svantaggiate come altezzoso snobismo (non che non lo sia in gran parte dei casi, anzi) ottenendo la radicalizzazione verso populismi conservatori che instradano la rabbia verso qualunque diversità. Un magma all’apparenza inestricabile che rappresenta la vera sfida verso una costituzione, al momento abbastanza lontana, degli auspicati Stati Uniti D’Europa. Ricordiamo, tra l’altro, che la Romania fa parte dell’UE, mentre la Norvegia no.
Si commetterebbe un errore, tuttavia, se si affidasse il valore del film solo alla profondità tematica della sua scrittura. Mungiu, con una troupe divisa a metà tra maestranze norvegesi e rumene («Non bisogna fare cinema politico, ma fare film politicamente», diceva qualcuno…), illustra il suo non-teorema con una regia puntuale e precisa, attenta a dividere fotograficamente i freddi esterni dai caldi interni (ma le luci nella casa dei Gheorghiu rimangono naturali e quindi fredde, a sottolinearne l’esclusione, l’essere lasciati, appunto, da soli e al freddo). Lontano da ogni virtuosismo, un Mungiu mai cosi illustrativo si concede qualche svolazzo nelle impreviste svolte drammatiche che punteggiano la narrazione, e in una in particolare sembra omaggiare il regista “freddo” per eccellenza, Michael Haneke, e la sequenza che, almeno finora, in Happy End chiude il suo cinema. Chi legge non potrà che tornare con la mente al celeberrimo caso italico della “famiglia nel bosco”, vicenda per molti versi uguale (ma in realtà opposta) in cui due colti (ex) borghesi australiani impongono la scelta del rifiuto della civiltà (e della scolarizzazione obbligatoria, e della sanità, e dell’elettricità, e dell’acqua corrente…) ai propri figli non per mancanza di scelta e alternative, ma da una supposta posizione di superiorità. Qui però il discorso è differente, con una famiglia che in realtà garantisce i diritti ai propri figli, li fa studiare, li cura e li cresce. Solo, lo fa secondo principi e prospettive non in linea con la visione progressista moderna, ed è proprio qui che sta il meccanismo di contraddizione e messa in crisi morale di Mungiu, che porta a parteggiare verso opinioni che non si condividono, e che da qui problematizza senza scampo tutti e due gli estremi. Il finale sulla possibile integrazione (pessimista, ma al contempo straordinariamente simbolico nella sua unica rottura della credibilità neorealista, e che ovviamente non vi anticipiamo) contiene però un messaggio in tralice: dopo i quarant’anni forse è impossibile integrarsi, ma i ragazzi Gheorghiu, lasciati lì, sarebbero diventati di sicuro pienamente norvegesi e nessuno ne avrebbe più riconosciuto l’alterità. Cannibalizzazione di una cultura seducente o ode alla gioventù in quanto terreno di coltura (e di cultura) ancora malleabile? Tra le tante porte che il film lascia socchiuse, c’è anche il terrore di Mihai verso una possibile relazione saffica tra la figlia e la vicina? O è il nostro sguardo corrotto e malizioso a sposare quello paterno mentre stiamo solo assistendo a una di quelle amicizie assolutizzanti che solo l’adolescenza può comprendere? Come è ormai chiaro, potremmo continuare con le domande ancora per un bel po’. In chiusura, facciamo luce sull’unica ombra lasciata tale in sede di presentazione: Lisbet/Reinsve lavora in una RSA, e le viene insegnato da un’altra inserviente ad acconciare i cadaveri dopo la dipartita, a renderli presentabili per le esequie. Ed è forse proprio in questo passaggio apparentemente secondario che Mungiu ci regala il SUO punto di vista e la sua posizione, qualora non fossero bastati a comprenderla tutti i suoi film precedenti.
Donato D’Elia
