22 Maggio 2026 -

HISTOIRES DE LA NUIT (2026)
di Léa Mysius

Non è evidentemente un caso che nel 2017, quando Léa Mysius non aveva nemmeno trent’anni e stava per esordire al lungometraggio con Ava, un autore del calibro di Arnaud Desplechin l’abbia voluta al suo fianco per co-sceneggiare Les Fantômes d’Ismaël. Così come non è un caso la sua collaborazione del 2018 con Stefano Savona (e Penelope Bortoluzzi) per scrivere insieme La strada dei Samouni, e non è un caso che l’anno ancora successivo abbia visto prima André Téchiné affidarsi a lei per un aiuto su L’adieu à la nuit e poi di nuovo Desplechin richiamarla per un film completamente diverso dal precedente, e magnifico nella complessità iper-stratificata che dalla profondità giunge a increspare la superficie del poliziesco, come Roubaix, une lumière. Seguono il 2021 e il 2024, in cui si rende conto del suo sempre più manifesto talento anche Jacques Audiard che prima la convoca assieme a Céline Sciamma per scrivere insieme in una sorta di dream team il bellissimo Les Olympiades (o Parigi 13Arr. che dir si voglia) e poi tre anni dopo la rivuole ad ogni costo nel team di scrittura del forse ancor più bello Emilia Pérez; con in mezzo quel 2022 nel quale, parallelamente all’uscita dell’opera seconda (anche) da regista di Léa Mysius Les cinq diables, pure Claire Denis la avvicina per chiederle di co-adattare per lo schermo la storia dello Stars at noon di Denis Johnson. È per questo che quasi paradossalmente a stupire di Histoires de la nuit, personale opera terza con cui Léa Mysius dopo aver presentato i suoi primi due titoli alla Semaine de la Critique e alla Quinzaine des Cinéastes rientra finalmente al Festival di Cannes dalla porta principale del Concorso numero settantanove, non è tanto l’eccellente script effettivamente chirurgico e perfettamente bilanciato in ogni sua frase-cardine e in ogni suo elemento, che la ormai notoriamente brava e anzi grande sceneggiatrice, già da nove anni penna che sta dietro ad alcuni fra i più memorabili film francesi della contemporaneità e che praticamente tutti i più grandi autori vogliono e scelgono per lavorare insieme, adatta questa volta dall’omonimo romanzo di Laurent Mauvignier dato per la prima volta alle stampe sei anni fa. Che la sceneggiatura del suo film sia a orologeria, ficcante nei dialoghi quanto precisissima nella gestione dei tempi e delle variazioni di tono, intelligentissima nella caratterizzazione in chiaroscuro dei personaggi e nel graduale disvelarsi delle loro reali identità e dei fantasmi che si trascinano dal passato, è un evidente e cristallino punto di merito ma in definitiva più una (lieta) conferma che una reale sorpresa, e anzi forse sarebbe stato il contrario a deludere aspettative indubbiamente alte, ma forti della consapevolezza di averle ben riposte. Quello che invece era magari lecito ma non così scontato aspettarsi è la definitiva maturità con cui l’autrice, ora trentasettenne, mette la vicenda in scena, compiendo un netto passo avanti per sguardo e linguaggio rispetto alle sue prime due sortite alla regia con cui trovare nelle immagini – e non solo nel racconto – il progressivo caricarsi sottopelle di una tensione sottile e poi sempre più palpabile, costante, che fin dalle primissime battute non può che essere destinata a esplodere. Un qualcosa che sembra vibrare dal di sotto dello schermo, che lavora apertamente con i primi piani e i volteggi rapidi e vicini della macchina a mano, che passa per l’arredamento geometrico degli ambienti e per il fango sotto gli stivali, che vibra nei muggiti delle mucche nella stalla e nelle ombre che si allungano nei totali, che riverbera nelle finestre e nei rumori dei motori che parcheggiano in cortile, e che mozzando ripetutamente il fiato arriva fino all’inconscio, alla pura percezione, alla paura più ancestrale di sentirsi violati.

Si potrebbero citare, più o meno a proposito o più o meno a sproposito, Cane di paglia e Bussano alla porta, Funny games e Occhi della notte, Knock knock e volendo a suo modo pure Parasite. L’home invasion, del resto, è un genere sempreverde, a cui il cinema ciclicamente ritorna nella sua intrinseca simbolicità di una minaccia proprio dove si pensa di essere più al sicuro, fra le mura domestiche, in famiglia. Eppure è abbastanza evidente come il primo riferimento a cui guarda Histoires de la nuit sia, forse inevitabilmente, il David Cronenberg di A history of violence. Un po’ per la trama, che già dal libro lavorava in sostanza allo stesso modo (anche se al femminile, e in questo torna alla mente anche il tentativo di fuga e nozze-lampo a El Paso della Sposa incinta in Kill Bill) sul ripresentarsi come un fantasma di un’identità, e quindi di una colpa, che si pensava di essersi lasciati alle spalle e di cui nessuno, nelle menzogne su cui si basa la ‘nuova’ vita ordinaria e normalissima, poteva sospettare l’esistenza; e un po’ per la costante fisicità materica e corporale con cui Léa Mysius la mette in scena sin dalla primissima sequenza, in cui una profusione di dettagli delle tele e di movimenti umani per spostarle accompagna il momento in cui tutti i dipinti (tranne uno, a cui «manca ancora qualcosa, ma non so cosa») dell’atelier/abitazione della pittrice italiana Cristina interpretata da una Monica Bellucci forse mai in carriera così a fuoco, da sempre unica vicina di casa in un’ala del casolare di campagna della famiglia protagonista e considerata una sostanziale parente acquisita dal padre Thomas e dalla figlioletta Ida, vengono inscatolati e portati via per un’esposizione. Una prima violazione di uno spazio, necessaria (tanto più di fronte alle ristrettezze economiche e alla speranza di vendere qualcosa) ma non per questa meno dolorosa negli spazi che diventano vuoti e nel vedere portare via fisicamente una parte di sé come la propria espressione artistica, che in qualche modo anticipa la tragedia e che la regista francese sottolinea con eleganza formale ma soprattutto, come si diceva sopra, con una sempre crescente tensione fatta di violenza sommersa e di sguardi di sfida, di segreti inconfessabili e di ferite mai rimarginate, di cani sgozzati e di segni indelebili sulla pelle che raccontano una storia. Di piedi che si frappongono nella porta, impedendo di richiuderla, e di romantici fiori sul letto la mattina di un compleanno. Del resto a ben vedere anche il video diventato virale di un balletto in famiglia che la madre Nora vuole a tutti i costi, anche violentemente e senza spiegarne il perché, che Ida cancelli dai social, di nient’altro è fatto che della fisicità dei corpi, e non è un caso che sarà proprio l’essere riconosciuta in quel video dalle persone sbagliate che, il giorno successivo, le farà piombare in casa, sequestrare tutti e inevitabilmente stravolgere le esistenze dell’intera famiglia. Una sfida, quella fra la Nora/Leila di Hafzia Herzi e il Franck a cui dà corpo, appunto, un sempre strepitoso Benoît Magimel giunto insieme ai suoi due fratelli dal carcere, se non proprio a riprendersela, per lo meno a vendicarsi del tradimento subìto, che Léa Mysius stratifica sin da subito in più livelli con un’invasione che inizia in maniera quasi gentile, educata, cortese, per poi portarla pian piano a fino al punto di ebollizione dalla dialettica alla minaccia, dalla rivelazione sibillina alle parole taglienti, da una pistola a un colpo di fucile. Da due colleghe di Nora che arrivano per festeggiare il The birthday party del titolo internazionale e che ci metteranno un po’ ma nemmeno troppo a rendersi conto di essere diventate ulteriori ostaggi, a Cristina nell’open space accanto che proprio come Franck cerca a sua volta le vie del dialogo manipolatorio e della seduzione per tentare di battere il fratello decisamente meno intelligente del gangster chiamato semplicemente “Bègue”, balbuziente, e interpretato da un ormai cresciuto P’tit Quinquin Alane Delhaye con tutti i suoi tic e il suo labbro leporino. C’è il tentativo di mettere una figlia contro i genitori e c’è quello di dissimulare una tensione ormai già esplosa, ci sono il «lato giusto» e il «lato sbagliato» che inevitabilmente sfumano l’uno nell’altro e si sovrappongono fino a confondersi, c’è una musica con cui mettersi a ballare bagnati di lacrime e sangue e c’è la violenza che, dopo essere stata lambita e a lungo negata, definitivamente esplode. E poi c’è un abbraccio di famiglia alla finestra, nonostante tutto, da cui forse capire di avere già perso. Elementi attraverso cui Histoires de la nuit sfrutta il dispositivo di genere per ragionare in maniera mai banale sull’identità, sulla colpa, sulla vendetta, sulle pulsioni, sulla famiglia, sulla menzogna, sulla paura incontrollabile di vedere violato il proprio nido e di scoprire che non è in grado di offrire protezione dal mondo. Ma anche e forse soprattutto sull’infanzia, che proprio nel suo ribellarsi all’ennesimo ordine impartito da un adulto si rivelerà l’unica e decisiva possibilità di salvezza. A costo di perdere l’innocenza, forse. Ma può realmente esistere, in questo mondo, qualcuno che si possa dire davvero innocente?

Marco Romagna

“The Birthday Party” (2026)
114 min | Action, Adventure, Crime | France
Regista Léa Mysius
Sceneggiatori Laurent Mauvignier, Léa Mysius
Attori principali Hafsia Herzi, Bastien Bouillon, Monica Bellucci
IMDb Rating 3.6

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