10 Agosto 2026 -

ALBERI ERRANTI (2026)
di Salvatore Mereu

«Che sarà, sarà quel che sarà!», cantavano nel ’71 a Sanremo i Ricchi e Poveri con José Feliciano. Una canzone ispirata a un paesino del materano che, specialmente nella sua versione spagnola, sarebbe ben presto diventata un inno alla migrazione dei popoli latinoamericani, costretti come lo stesso portoricano di campagna Feliciano ad abbandonare il «paese mio che stai sulla collina» per cercare fortuna altrove, e magari a continuare per chissà quanto tempo a vagare da un punto di approdo all’altro alla ricerca di una nuova serenità. È probabilmente anche per questo che Salvatore Mereu la sceglie come uno fra i principali volani emotivi del suo Alberi erranti, storia di inimicizia familiare, di amore e di elementi fantastici che colorano la cupezza del quotidiano ma forse soprattutto storia di obbligata fuga, non a caso nuovamente da una collina (o meglio da un leopardiano «ermo colle», come in quelL’infinito che il piccolo Giuliano non riesce a memorizzare fra i versi degli animali), e di consapevolezza della propria eterna peregrinazione. «Sarà quel che sarà» come simbolo di liberazione, come canto di amicizia che è pura ribellione alle imposizioni che risuona dalla cassa di risonanza di un pozzo fino alle orecchie più indiscrete. «Sarà quel che sarà» come disperazione, come grido di dolore in lacrime nella notte di chi già sa perfettamente di non avere modo di sfuggire al proprio padre-padrone. Infine «sarà quel che sarà» come ultimo guanto di sfida a quel genitore e alle sue convinzioni fascistoidi e guerrafondaie di superiorità e machismo, suonata alla chitarra come ultima e consapevole rivendicazione di un’amicizia proibita e diventata ormai lotta di classe. Pronti perfino al sacrificio in nome dell’etica, della morale e dell’umanità, perché è meglio accettare le conseguenze anche più estreme, tragiche e definitive dell’insubordinazione all’autoritarismo paterno che diventare come lui o come il fratello maggiore da sempre cresciuto uguale a lui. Un crescendo rossiniano in tre fasi che è forse il momento in assoluto più potente, e senza alcun dubbio quello più straziante, del lavoro fluviale e ambiziosissimo con cui Mereu torna alla regia di un lungometraggio a quattro anni da Bentu, continuando la sua ricognizione nella letteratura contemporanea sarda con la scelta di adattare questa volta, dopo Sonetàula di Giuseppe Fiori, Bellas mariposas di Sergio Atzeni, Assandira di Giulio Angioni e appunto Il vento e altri racconti di Antonio Cossu, lo splendido Alberi erranti e naufraghi dato alle stampe nel 2013 da Alberto Capitta. Un romanzo che lungo lo scorrere dei decenni intreccia come in una fiaba le storie di due famiglie (anzi tre, con la figura di Maddalena Branca e la razionalità del suo anziano padre notaio che fanno da ponte fra i modi opposti di intendere l’umanità e la vita degli Arca e dei Nonne, o forse quattro contando come famiglia anche il senso comunitario magnificamente naïf e privo di malizia, e quindi finalmente di nuovo equo e inclusivo, dei bambini ultimi depositari della purezza che segretamente abitano il bosco vivendo di espedienti e di cooperazione) per ragionare tanto sull’eredità del sangue e sulla difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo quanto sul miracolo dell’incontro di due anime gemelle e sulla loro fuga come unica possibile rinascita, e che ora per Mereu rappresenta l’occasione di un sorprendente balzo avanti produttivo e autoriale con cui allargare il suo discorso dalla pura tradizione isolana dei lavori precedenti a una parabola sognante di oppressione e Resistenza perfettamente universale, che parte dalle asperità e dalle dolcezze della Sardegna per riflettere, lungo tre ore che sembrano una, l’intero mondo di ieri, di oggi e di sempre.

Da una parte, come già accennato, c’è l’esistenza semplice, arcaica e bucolica di Giuliano Arca e del padre Piero, “buoni” capaci di cogliere con sguardo ancora fanciullesco la meraviglia della Natura con cui vivono in simbiosi fra i campi e gli animali che curano e ospitano nella loro cascina poco fuori dal paese, accoglienti e sensibili verso qualsiasi specie. Dall’altra, esattamente opposte, ci sono l’ostilità, la prevaricazione e la violenza dei “cattivi” (proto-vannacciani) notabili Nonne, già nel libro stirpe di cacciatori e di despoti anaffettivi e inespansivi a cui perfino la tenerezza di una promessa sposa ciecamente innamorata dà malcelato fastidio, e qui se possibile ancor più calcati politicamente verso il militarismo e l’autorità. Nella loro arida supponenza da ‘uomini forti’ che si credono iper-razionali, al tempo stesso mandanti ed esecutori di uno stigma sociale che è una condanna senza possibilità d’appello e che da costante minaccia diventerà aggressione sotto la neve con tutti gli animali uccisi e un padre scomparso nel nulla, non possono tollerare non solo «gli zingari», «i pidocchi», «le merde» Arca che «dormono con i maiali», ma nemmeno un figlio emotivo «debole, non come l’altro» che nonostante i divieti diventa amico di Giuliano ai tempi di scuola e non lo abbandona fino all’età adulta, rifiutando fino all’ultimo respiro – o meglio, come si diceva, fino all’ultimo sarà quel che sarà – le imposizioni e la rigida forma mentale paterna per scegliere l’umano. Una contrapposizione familiare fra chi offre protezione e chi spara che è puramente sociale e quindi lotta di classe ancora più che di idee, e che sarà destinata a rinnovarsi quando Giuliano, ormai cresciuto e privato di tutto, scacciato da casa e partito alla ricerca di un padre che non ritroverà mai, vagherà fino al bosco abitato e gestito secondo Natura da un manipolo di novelli bimbi sperduti che non hanno bisogno di aspettare alcun nuovo Peter Pan, ma che in lui trovano semmai la loro Biancaneve ribaltata in cui è l’uomo a incarnare la creatura indifesa che viene salvata dalle creature della foresta mentre la donna ben più agiata, Maddalena, sarà la principessa azzurra destinata a innamorarsene. Senza che ci sia bisogno, questa volta, di mele, addormentamenti e salvifici baci d’amore, ma semplicemente di un incontro casuale e di una ritrovata e altrettanto salvifica consapevolezza, che la spingeranno a lasciare praticamente sull’altare il malvagio primogenito di casa Nonne, Michelangelo, per rinunciare a ogni ricchezza e scegliere la fuga insieme anche se perfettamente consapevole che non sarà facile trovare pace dal mirino di un cacciatore che probabilmente non smetterà mai di cercare la sua vendetta. Come se il mettersi viaggio dei protagonisti, entrambi cresciuti senza madre ed entrambi in modo diverso vittime dello stesso uomo – «il soldato è un orrore, nemmeno un mestiere», dice sin da subito a Maddalena il saggio padre, per poi festeggiare le sue nozze saltate come il più gradito fra gli scampati pericoli – nient’altro fosse che un’eterna luna di miele, alla stregua appunto di alberi erranti che procedono all’infinito nel loro cammino tappa dopo tappa, porto sicuro dopo porto sicuro, luogo-altro dopo luogo-altro in cui sentirsi almeno per un po’ finalmente liberi dalle imposizioni e definitivamente uguali nel legame con gli altri esseri umani, con gli animali e con la Natura. Un realismo magico di stampo zavattiniano che parte dalla lettura del palmo di una mano per innestarsi da qualche parte fra il verismo e la fantasia, e da lì ri-declinare tutti i pregi del cinema di Alice Rohrwacher senza incappare nei limiti di Alice Rohrwacher puntellando di sogno e di incanto l’ordito del romanzo di formazione di una nuova possibilità, di una nuova società, di un nuovo «diritto di asilo» che dal reietto disneyano de Il Gobbo di Notre-Dame viaggia direttamente fino ai reietti di un recente passato che inizia di fronte a un calendario del 1992 e si spinge grossomodo fino ai nostri anni Dieci ma che in realtà è magnificamente fuori dal tempo, eterno come il mito e appunto come la fiaba, sospeso nell’insistito gioco di anacronismi e di riferimenti dissonanti (le auto, i vestiti, gli arredamenti, le locandine dei film sui muri, Vivo incisa per la prima volta nel 2021 da Andrea Laszlo De Simone di cui parlare come se fosse una vecchia canzone che appartiene alle generazioni ormai passate…) che si inseguono e che continuamente rimescolano le carte. Elementi di un film semplicemente bellissimo, libero, commovente, elegante, lucido, iper-politico, meravigliosamente spiazzante per tutti suoi i centottanta minuti; un film che parte dal buio per chiudersi nella luce, nella libertà di una corrente pluviale che unisce tutti gli esseri viventi, passando per l’oppressione e per la pietà, per l’ipocrisia di una «caduta dalle scale» e per un abito da sposa che sembra quasi voler parlare con la sua macchia prima ancora delle nozze, e poi ancora per una veglia funebre d’emancipazione e per un destino ancora tutto da riscrivere in una nuova speranza, sotto il segno della semplicità e dell’amore condiviso. «Per tutte le creature che si accontentano di poco e che con quel poco si scavano un terreno di battaglia», senza alcuna possibilità di fraintendimento o di errore.

Marco Romagna

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