È il busto ortopedico che il piccolo Christophe è costretto a indossare per non cadere, il Le corset del titolo. Una sorta di pesante impalcatura di ferro che dalla vita gli sale lungo tutto il tronco e che con una mentoniera gli sorregge il collo, da indossare giorno e notte per risolvere i suoi problemi di inclinazione e di equilibrio sopravvenuti per la prima volta durante le fotografie per l’annuario della quinta elementare, e progressivamente peggiorati fino a non riuscire più a stare in piedi. Un supporto che diventa inevitabilmente impedimento, impossibilità di piegare la schiena o di guardare in basso, difficoltà a scrivere a scrivere e a lavarsi i denti, moto di malinconia quando la madre e il fratello si mettono giocosamente a ballare nel salone del casolare. Eppure, pur se presenti, non sono l’invalidità, lo stigma sociale che porta all’isolamento o il percepirsi normali oppure diversi, il punto dell’opera terza – ma primissima davvero personale e in solitaria, dopo le due co-regie in franchise con Alexandre Astier che si muovevano nell’alveo immaginario di Uderzo nel dittico Asterix e il regno degli dei e Asterix e il segreto della pozione magica – del regista e animatore francese Louis Clichy. Al centro del suo Le corset (in titolo internazionale Iron Boy), ambientato non certo a caso nella Chartres rurale in cui è nato e cresciuto immaginando un protagonista bambino proprio come lui del ’77 e di una decina d’anni d’età al tempo della vicenda messa in scena, c’è il rapporto agrodolce (non è dato sapere quanto autobiografico, ma date le premesse è facile immaginarlo) fra un padre e un figlio che nonostante i tentativi non riescono a entrare in sintonia, e che solo nel rialzarsi insieme dopo avere toccato il fondo (economico da una parte e fisico dall’altra, ma destinato a passare per la scoperta della musica e per la scoperta dell’amore, per l’emancipazione matura e motivata di una lettera con cui allontanarsi temporaneamente da casa e per lo struggente deflagrare del senso di responsabilità nel momento del bisogno) riusciranno a diventare finalmente famiglia, riusciranno a imparare a comprendersi, riusciranno (letteralmente) a guarire per ricominciare a camminare fianco a fianco in un chapliniano e dolcissimo abbraccio verso l’avvenire. Del resto che cos’è per Christophe il suo problema alla schiena se non il silenzioso e metaforico somatizzarsi dell’incomunicabilità e della distanza apparentemente incolmabile con quel padre non realmente negativo eppure freddo, lontano, intransigente? Un agricoltore d’altra pasta e d’altri tempi severo con i suoi tre figli a cui tramandare il mestiere, e a sua volta troppo stanco e angosciato dai debiti e dal rischio di perdere la fattoria per potere lasciare spazio all’estroversione dei sentimenti, all’empatia, al dialogo, a un momento di reale tenerezza domestica. C’è per lui solo il duro lavoro, come una costante corsa contro il tempo (della maturazione del grano, della scadenza dei prestiti, a un certo punto perfino meteorologico, salvo magari scoprire alla fine di tutto di essere stati truffato con i semi inadatti di un esperimento genetico andato male) che coinvolge l’intero nucleo familiare, e che fatica a concepire la necessità di quel bambino sospeso fra l’infanzia e l’adolescenza di potersi appoggiare su una figura realmente paterna, di trovare comprensione e dolcezza, di riuscire finalmente a parlare la medesima lingua, di fare emergere e poi condividere con reciproca fiducia e senza più reticenze l’intimità complice di quell’affetto che, nonostante tutto, li lega e li legherà per sempre.
È quindi prima di tutto una piccola e dolcissima parabola verso la reciproca (ri)scoperta di un padre e di un figlio Le corset. Un percorso a ostacoli fatto di vita rurale, di incomprensioni e di sbagli, di intransigenze e di piccole/grandi ribellioni, di gioie inaspettate e di rabbiose frustrazioni, di frasi non dette oppure consapevolmente acuminate, mentre la maturità emerge fra un amore nascente che fa sentire invincibili ed il giorno più importante di una (giovanissima) vita che viene interrotto per correre sul trattore ad aiutare la famiglia. Ma è anche uno splendido film sull’immaginazione, quello che Louis Clichy presenta in prima mondiale fra i certi sguardi di Un Certain Regard al 79esimo Festival di Cannes, un film sul sogno del protagonista che sia il mondo ad essere storto e non la sua schiena, fino a inventare e a convincersi di avere un superpotere distruttivo con cui, nei momenti di rabbia, vagheggiare di far scattare il collo del busto per inclinare fino a far ruotare (e magari cadere e andare in mille pezzi da cui ricostruire un mondo migliore) la realtà che ha di fronte. Un libero e fanciullesco fantasticare che è di fatto lo stesso che cerca la mano dell’animatore francese, che con un occhio all’estetica a carboncino sul vuoto del Takahata del dittico I miei vicini Yamada/Kaguya e l’altro all’inconfondibile stile impressionista e abbozzato di Sébastien Laudenbach, sorretto da co-produzione franco-belga in un lavoro lungo anni e migliaia di disegni, tratteggia a china e colora ad acquerello figure animate dai contorni spessi e dalle ombreggiature nette, che si muovono fluide nei loro chiaroscuri costantemente pronti a virare verso il monocromatismo sulle lame di luce che attraversano i fondali appena accennati e proprio per questo così meravigliosi. Uno stile di raffigurazione che, fra i campi di grano e le canne dell’organo della chiesa, e poi fra una traiettoria sbagliata in piscina, qualche fuga di corsa dai controllori sul bus salvandosi a vicenda, quel trasalire di imbarazzo e desiderio quando Christophe intravvede la bella nuotatrice Clara in reggiseno intenta a taccheggiare una maglietta e poi quel primo bacio con cui sentirsi forse per la prima volta davvero voluto, permette a Le corset di deflagrare nell’estasi musicale o nel volo insieme di chi si è innamorato come una vera e propria educazione poetica e sentimentale, come un turbinio di sentimenti finalmente sbloccati dopo il cui passaggio inevitabilmente ritrovarsi non più bambini ma ragazzi, e come necessarie picconate emotive che una lacrima (di rabbia, di gioia, di commozione) alla volta assottigliano fino a fare cedere quel muro apparentemente invalicabile fra un figlio e un padre. Un lento e toccante avvicinamento reciproco che passa da un trattore distrutto contro un palo e dall’insoddisfazione per nulla celata del giovane quando riceve in regalo una pianola da poche ottave che non può essere in alcun modo assimilabile all’organo a quattro tastiere, canne e pedali che sta imparando a suonare nella celebre cattedrale gotica cittadina, da un aperto litigio di piatti che volano e da una fuga di due settimane in cui provare febbrilmente il brano con il maestro e con il coro, da un emissario della banca che minaccia il pignoramento dell’intera fattoria e dalla corsa disperata di Christophe per contribuire a metterci una pezza quando nell’ultimo giorno utile per raccogliere e consegnare il grano, ovviamente quello del suo tanto agognato concerto, il genitore avrà un malore improvviso e sarà costretto a fermarsi, a osservare, a rendersi conto, e infine a entrare nella sua cameretta per ringraziarlo del sincero tentativo e forse per la prima volta scoprirsi padre liberandolo – per una notte, o forse per sempre – della sua gabbia ortopedica ma soprattutto emotiva con cui fino a quel momento era stato costretto a convivere. Un vicendevole trovarsi che nasce dalla speranza ma che si rinsalda nella sconfitta, nello scoprire a lavoro avventurosamente finito di essere stati vittime di un raggiro e di un esperimento andato male, nel perdere tutto – la casa, i campi, gli animali, forse l’intera quotidianità rurale – e dovere necessariamente ripartire da zero verosimilmente in un altro posto. Per una nuova vita, magari in ristrettezze economiche ma finalmente da ‘vera’ famiglia. E chi ci dice che alla fine del sentiero, dopo i titoli di coda, non decideranno di trasferirsi proprio dove ci sarà Clara ad aspettarli?
Marco Romagna
