15 Maggio 2025 -

TWO PROSECUTORS (2025)
di Sergej Loznitsa

È indifferente che si tratti di un documentario o di una pura messinscena, così come in realtà ben poco conta che si tratti anche di organizzare le riprese o di mettersi al lavoro sul found footage d’archivio. In ogni caso, il cinema analitico e rigorosissimo di Sergej Loznitsa procede quasi sempre nel medesimo modo, secondo un meccanismo ormai perfettamente oliato nella sua giusta distanza che parte da un particolare tragico della Storia, lo analizza e lo trasforma in discorso sul passato in generale, ma soprattutto sul suo ripresentarsi in forme preoccupantemente analoghe nel presente e nel futuro. Un cinema che, qualsiasi sia la loro natura, interroga apertamente le immagini alla ricerca del loro senso più profondo e delle loro ripercussioni potenziali o peggio ancora già presenti eppure dissimulate nel vivere quotidiano, mentre l’apparato di potere, ieri come oggi, continua imperterrito a perpetrare la medesima implacabile disumanità nascondendosi dietro la faccia gentile e ipocrita della democrazia. Come del resto già faceva nei secondi anni Trenta delle grandi purghe staliniane, in un totalitarismo non dichiarato che aveva deciso di eliminare qualsiasi potenziale avversario dichiarandolo falsamente cospiratore, mentre centinaia di migliaia di onesti bolscevichi e di comuni cittadini innocenti venivano torturati fino a estorcere loro qualsiasi confessione e condannati a morte. Un periodo storico di terrore che Loznitsa, nella sua scelta di ritornare alla finzione a quasi un decennio dal dittico A gentle creature (2017) e Donbass (2018) adattando Two Persecutors dalle pagine dell’omonimo racconto dello scrittore e fisico (ma soprattutto prigioniero politico) Georgy Demidov, ricostruisce con straordinaria eleganza di messa in scena nel suo apice del 1937, fra i soprusi dell’NKVD Commissariato del popolo per gli affari interni e l’ingenua (suicida) fiducia in una giustizia che è non solo ingranaggio, ma vero e proprio cardine della corruzione dell’apparato del Sistema, da parte di chi sin dall’inizio non potrà che essere il prossimo capro espiatorio, il prossimo arresto, la prossima tortura, il prossimo fastidio da schiacciare fra gli ingranaggi della burocrazia proprio come si schiaccia una mosca fra le dita. Una prevedibilità narrativa assoluta, e anzi più e più volte esplicitamente anticipata dai ripetuti avvertimenti che vengono dati a un protagonista che forse anche in prima persona già sa quale sarà il suo destino, ma è troppo candido e innamorato di un’idea astratta di onestà per non scegliere di ignorare le avvisaglie e seguire la strada dei propri ideali e della fede nella magistratura di cui da poche settimane fa finalmente parte, che non è in alcun modo un limite ma anzi con la sua ineludibilità costituisce proprio il punto principale di Two Persecutors, ovvero l’impossibilità di sfuggire alle storture del Sistema, la mancanza di una via di fuga, la fine di ogni residua speranza. L’assenza di ogni possibile sorpresa: quando si entra in un gioco troppo più grande del singolo, è già scritto come andrà a finire. Nella definitiva deriva morale, politica e sociale di quella che sotto Stalin fu probabilmente la pagina più nera e contraddittoria dell’Unione Sovietica, verso la quale comunque l’autore ucraino non ha mai nascosto la sua antipatia pressoché in toto (si veda, anche qui, l’uso minaccioso che viene fatto dei busti non solo “del cattivo” Stalin ma pure di Lenin, oppure l’amaro sarcasmo con cui sin dalla straordinaria sequenza iniziale delle lettere delle vittime gettate nel fuoco viene sottolineata «la giustizia sovietica»), così come nella contemporaneità non solo della Russia di Putin o dell’Ucraina, in cui a giudicare da Maidan e soprattutto Donbass anche prima della guerra la situazione parrebbe in realtà non essere mai stata idilliaca, ma in generale di un mondo che più o meno ovunque sta ripiombando nel gorgo sovranista e di corsa agli armamenti che portò ai regimi del secolo scorso.

Non è quindi da ricercarsi nella prevedibilità narrativa, elemento invece strettamente necessario al senso del film, e neppure nella consueta e prevedibile presa di posizione antirussa e per estensione antisovietica di Losnitsa, qui più che mai e a differenza di altre volte pienamente giustificata dalla scelta di prendere di petto e ricostruire un momento storico in cui il bolscevismo di ispirazione marxista era ormai un lontano ricordo, sconfitto e apertamente perseguitato dal potere autarchico e criminale di chi ne portava avanti il simbolo mentre ne tradiva tutti i presupposti, quell’aspetto in cui forse sarebbe stato lecito aspettarsi qualcosa in più da un film ambizioso come Two Prosecutors. E probabilmente il suo limite non è nemmeno la sostanziale mancanza di particolari assunti, perché l’obiettivo di Loznitsa non è in questo caso quello di fare emergere chissà quali verità nascoste ma esattamente all’opposto quello di ribadire l’ovvio, stratificandolo in un’analisi storica chirurgica, precisissima, disillusa, con cui guardare fino al futuro. È però nei singoli dialoghi e nelle singole situazioni che questo ovvio sembra almeno a tratti diventare eccessivo, atto semplicemente a riaffermare verità di un periodo storico e dinamiche di autoprotezione del Potere perfettamente note a tutti quando con una ancora maggiore profondità avrebbe potuto con ogni probabilità smascherarne altrettante, fra la (pseudo)sordità dei carcerieri (e le lunghe ore di attesa, e gli sguardi di minaccia) e le resistenze del segretario particolare del futuro Ministro degli Esteri prima di concedere al protagonista, rigorosamente come ultimo di giornata, l’udienza senza appuntamento, e poi fra i discorsi vaghi e farisei del Procuratore Capo e quelli quasi incomprensibili del popolano ubriaco sul treno, fino al sedicente ex-compagno di studi che tanto (inutile) sospetto suscita nel protagonista e al disvelamento finale che disvelamento non è, ma che è semplicemente guadagnare una (immeritata) fiducia e tenere in scacco ritardando il più possibile l’inevitabile. Dove invece come anticipato non sarebbe stato possibile aspettarsi nemmeno un briciolo in più da Loznitsa, e dove ben al di là di qualche possibile mancanza come sceneggiatore deflagra il grande regista, è l’impianto visivo semplicemente abbacinante, sontuoso, raffinatissimo, in cui ogni singola inquadratura del film presentato nel concorso principale di Cannes78 deborda dallo schermo di pura potenza espressiva, e in cui ogni singolo punto di vista appare come una scelta morale prima ancora che di sguardo. Fra i dettagli ravvicinatissimi sul corpo debilitato e martoriato del prigioniero e i campi lunghi in cui il giovane neo-procuratore si ritrova come sperduto negli ambienti, e poi ancora fra lo squallore del carcere e l’untuosa opulenza dell’ufficio del Procuratore Capo Vyšinskij passando per quei due treni che, fra popolani invadenti e agenti in incognito pronti a svelare il proprio lato più caricaturale, falso e fannullone facendo i simpatici cazzoni fra vodka e chitarre proprio mentre stanno stringendo il cappio intorno al collo del protagonista, collegheranno l’andata e il ritorno in qualche modo circolari di Two Prosecutors. Un’opera d’impianto teatrale in quattro atti (il carcere, la terza classe del treno d’andata, l’ufficio e le cuccette del ritorno) che parte dal portone della prigione in cui entrare come procuratore e in cui rientrare come prigioniero, con in mezzo un avanti e indietro da Mosca in cui ingenuamente sperare nell’intervento del massimo livello della giustizia e proprio dall’allora massimo livello della giustizia, già al tempo braccio destro di Molotov e in prima persona accusatore in tribunale di decine se non centinaia di purgati, venire traditi. Lungo quattro luoghi, quattro momenti, quattro movimenti, dall’insistenza del protagonista per parlare con quel prigioniero autore dell’unica lettera sopravvissuta alle fiamme al suo viaggio verso la Procura Generale di Mosca che non può che riportare alla mente i treni della protagonista di A gentle creature, e poi dall’agognato dialogo con Vyšinskij al viaggio di ritorno cadendo nella trappola della sua «protezione». Come tappe di un esporsi fino a farsi distruggere che Loznitsa ricostruisce, girando per lo più a Riga, con una regia densa, curata, chirurgica, claustrofobica nei suoi 4/3 e intransigente nella sua assoluta razionalità eppure costantemente crepitante proprio come il fuoco in cui vengono fatte sparire le denunce e le richieste d’aiuto forgiate con il sangue dai prigionieri politici e, con loro, la verità sull’apparato di ingiustizie e sull’implacabilità dei tentacoli multiformi e camaleontici della burocrazia. Il modo più (cinematograficamente) lucido e scientifico per mettere ancora una volta la Storia sotto la lente del microscopio e lasciare che si stratifichi da sola nei suoi corsi e ricorsi, nel suo ciclico e spietato ripresentarsi magari leggermente mutata nella forma ma sempre identica e inevitabile nella sua feroce sostanza. Nella banalità assoluta e disarmante del suo male.

Marco Romagna

“Two Prosecutors” (2025)
117 min | Drama, History | France / Germany / Netherlands / Latvia / Romania / Lithuania / Ukraine
Regista Sergey Loznitsa
Sceneggiatori Sergey Loznitsa
Attori principali Alexander Kuznetsov, Anatoliy Belyy, Vytautas Kaniusonis
IMDb Rating N/A

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