15 Febbraio 2026 -

HEYSEL 85 (2026)
di Teodora Ana Mihai

A ben vedere non è affatto casuale che né il Liverpool né la Juventus, né tanto meno la Uefa, abbiano concesso l’utilizzo dei loro loghi originali alla produzione di Heysel 85. Un reenactment che, a quarant’anni ormai abbondanti dalla tragedia dello stadio Re Baldovino, si ispira a quella sera del 29 maggio 1985 non per ragionare compiutamente sulla violenza hooligans e sulla sconcertante decisione di giocare e di esultare su trentanove morti e oltre seicento feriti, ma per reimmaginarla attraverso personaggi di finzione su cui scaricare tutte le colpe e attraverso dinamiche di responsabilità e potere tutto sommato lontane da quello che hanno stabilito le inchieste e i processi. È qui, ancora prima che nei suoi limiti di scrittura e di messa in scena, che sta il problema principale del lavoro presentato fuori concorso alla 76esima Berlinale dalla rumena Teodora Ana Mihai, senza dubbio con qualcosa di interessante nella scelta dei punti di vista di un radiocronista RAI italo-belga che non riesce ad avere notizia dell’intera famiglia sugli spalti e della figlia addetta stampa del sindaco di Bruxelles che si ritrova a tradurre le menzogne con cui obbligare i calciatori a scendere in campo, ma non per questo meno debole nella caratterizzazione monodimensionale e a tratti offensiva dei personaggi, nella scarsa credibilità di una disorganizzazione priva di addetti e di ruoli-chiave di ogni evento anche minuscolo (custodi dello stadio, responsabili della sicurezza dell’impianto e federali, gestori degli spogliatoi, ma anche semplicemente lo staff che dovrebbe gravitare intorno a un qualsiasi primo cittadino ben al di là di una figlia-factotum) che è impensabile non fossero nemmeno contemplati per una finale di Coppa dei Campioni, e più in generale nella scelta di non raccontare la verità ma una storia-altra che si dice dedicata alle vittime ma che in definitiva non fa praticamente nulla per portare loro memoria e giustizia,  al massimo un po’ di retorica e di generiche dita puntate contro le istituzioni. Anzi, a ben vedere escono praticamente tutti malissimo da Heysel 85. Si salvano forse giusto i due protagonisti principali e il Ministro del Lavoro italiano interpretato da Paolo Calabresi (che non è l’allora in carica Gianni De Michelis ma un altro personaggio di pura finzione, Giacomo Ferragni), probabilmente l’unico che dice le cose in faccia come stanno semplicemente schifato dal sordo cinismo di chi in quell’occasione detiene il potere a costo di rischiare l’arresto per vilipendio. Per il resto, ne esce male ovviamente la macchina politica e organizzativa al centro della ricostruzione, fra un sindaco pavido, ipocrita e ubriacone che dopo non avere sospeso la partita ancora usa i feriti che ci cascano come campagna elettorale, un generale della Gendarmerie che non vede altra soluzione che giocare come possibile contenimento dell’ordine pubblico e un premier italiano che nemmeno risponde al telefono al suo titolare di dicastero. Ne escono (letteralmente) male i tifosi Reds del Liverpool, che dal momento della caduta del muretto saranno semplicemente esclusi dal film come se la loro funzione fosse esaurita e non servisse più mostrarne neanche un vessillo. Ma soprattutto ne escono male gli stessi tifosi italiani a cui il film sulla carta vorrebbe rendere omaggio, fra chi accetta l’invito in tribuna con cui il sindaco cerca di ripulirsi la coscienza e l’immagine pubblica dopo avere appoggiato l’abisso morale, chi appare in un corridoio o da sotto un lenzuolo nei (per fortuna rari, ma ci sono) momenti in cui lo sguardo della regista perde rigore per lambire pericolosamente la pornografia del dolore, e chi rimasto dentro lo stadio riemerge dalle immagini d’archivio mentre esulta insieme a(gli esecrabili) Boniek e Platini (così come esecrabile fu la scelta di far disputare regolarmente il derby di Roma del 28 ottobre ’79 dopo la morte di Vincenzo Paparelli ed esecrabili saranno nel ’95 Capello e Baresi che avrebbero voluto continuare a giocare Genoa-Milan dopo l’omicidio di Vincenzo Claudio Spagnolo) come se nulla fosse mai accaduto.

Una scelta, quella di mostrare nel finale i veri spezzoni della partita con tanto di rigore del definitivo 1-0 inventato di sana pianta forse come risarcimento dall’arbitro André Daina per un contrasto (che probabilmente nemmeno c’era) oltre un metro fuori dall’area, che finisce quasi per contraddire il senso di un film in cui il gioco, quello show di cui giustamente stigmatizza l’andare avanti a tutti i costi e senza guardare in faccia nemmeno la morte, sarebbe potuto e probabilmente dovuto rimanere del tutto fuori dal campo, una volta tanto lasciandolo (come del resto fatto dalla ZDF tedesca che al tempo si rifiutò di trasmettere la partita, dettaglio su cui Heysel 85 non manca di soffermarsi) a chi aveva scelto di anteporlo al minimo sindacale di etica e al rispetto per le famiglie. Tanto più dopo la decisione, opposta e questa volta saggia, di non ricostruire né mostrare dagli archivi la violenza dei tifosi inglesi o la caduta del muro ma semplicemente di rimanere nella sala di controllo fra un rumore improvviso e le grida disperate delle vittime, lavorando in sottrazione sulla concitazione e sul senso di impotenza di quei momenti, sui controcampi delle prime immagini sconcertanti che arrivano dagli schermi televisivi, sui messaggi da trasmettere in radio per dire a casa in Italia che si sta bene, sul senso di colpa di chi ha regalato al fratellino il biglietto proprio per quel settore e su quello di chi non aveva fatto in tempo ad arrivare con le chiavi per aprire i cancelli a quei rinforzi di polizia che, forse, avrebbero potuto separare le due tifoserie prima che venissero a contatto. Si tratta però solo di momenti, di pennellate sporadiche di lacrime e sangue, di piccole intuizioni che non riescono a mascherare il fiato corto di un’operazione cinematografica in cui, anche nell’apparente dicotomia fra ciò che si vede e ciò che viene giustamente omesso e lasciato all’implicito e ai ricordi dello spettatore, si fatica a trovare una reale riflessione etica sul mostrabile e non mostrabile, ma al massimo un accumulo di differenti sfaccettature con cui corroborare la propria tesi che, da una parte, si pone genericamente contro “gli hooligans” senza nemmeno cercare di analizzarne e capirne il fenomeno, e dall’altra contro le alte sfere di sport, politica e forze dell’ordine che pur di non ammettere la propria inefficacia non si sono fatte alcun problema a calpestare la dignità delle vittime e qualsiasi morale, fino a incolpare i tifosi italiani morti e feriti per avere comprato i biglietti al mercato nero. Elementi di una ricostruzione magari non del tutto disastrosa (dato il tema avrebbe potuto spingere molto di più sulla manipolazione e sul ricatto emotivo, non lo fa) ma in definitiva fiacca, mediocre, che nel concentrarsi sulla sua babele di lingue differenti fra l’inglese, il francese, l’italiano e il fiammingo sembra dimenticarsi di trovare realmente qualcosa di non banale da dire, mentre la sceneggiatura scivola su qualche personaggio che va e viene senza lasciare traccia (l’ambasciatore italiano in Belgio che viene introdotto ma sembra eclissarsi prima della partita, il presidente Uefa che, forse per evitare potenziali querele, sembra non partecipare alla scellerata decisione di giocare, ma fa strano pure vedere una nota testa calda come Giovanni Trapattoni, per quanto “pseudo” e interpretato da un attore, così arrendevole di fronte alle minacce di sconfitta a tavolino del comitato organizzatore) e comodamente scarica la maggior parte della responsabilità delle aperte menzogne e della vergogna su un generale in pensione mai esistito e su un altrettanto fittizio sindaco-macchietta totalmente inadeguato al suo ruolo. Poi sì, c’è nonostante tutto una capacità innegabile di intrattenere, che per quanto non sia il punto del film per lo meno lo fa scorrere. Ci sono la grana vibrante e la cura fotografica di un 16mm a mano che ritorna per pasta e colori agli anni Ottanta, nel quale si innesta quasi alla perfezione il low-fi interlacciato degli archivi. Ci sono buone scelte di cast, specialmente nella gestione di un non semplice ma assolutamente necessario multilinguismo. E soprattutto alla base c’è (o per lo meno c’era) una buona intenzione, etica, civile, politica, di giustizia per lo meno storica. Ma, quando rimane in potenza, non può e non deve bastare. La tragedia dell’Heysel avrebbe potuto avere un trattamento ben peggiore, con una spettacolarizzazione della violenza che sarebbe stata imperdonabile, e bisogna dare atto a Teodora Ana Mihai di avere fatto una scelta quasi completamente opposta. Ma avrebbe comunque meritato un trattamento migliore, per verità e per profondità dei ragionamenti. Probabilmente, con qualche accortezza in più e un po’ di pavidità in meno, lo avrebbe potuto tranquillamente avere anche qui.

Marco Romagna

“Heysel 85” (2026)
91 min | Drama, History, Sport | Belgium / Netherlands / Germany
Regista Teodora Mihai
Sceneggiatori Isabelle Darras, Lode Desmet, Hans Everaert
Attori principali Violet Braeckman, Matteo Simoni, Josse De Pauw
IMDb Rating N/A

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