«Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo»
Lev Tolstoj, Anna Karenina, 1877
Probabilmente è stata proprio la condivisione del ritrovarsi da soli, entrambi costretti a crescere a metà adolescenza con i genitori lontani per lavorare in Italia, a fare avvicinare i giovani bucarestini Luca e Flavia. Tuttavia, se lui è semplicemente fragile e innamoratissimo senza fare nulla per nasconderlo, è lei che a dispetto della fortissima attrazione (non) gli si concede in maniera più distaccata, è lei che gioca apertamente a dominarlo guidandolo nel petting per poi negargli l’agognato bacio, è lei che passa ogni singolo momento con lui ma che rifiuta categoricamente di definirla una relazione. Due atteggiamenti apparentemente opposti di approccio all’altro che in realtà non sono altro che reazioni differenti al medesimo vuoto emotivo, chi in ogni dinamica umana grida sommesso il proprio disperato bisogno d’amore e chi invece ancora più fragile cerca di nasconderlo dietro all’autodifesa di un’apparente e sarcastica freddezza, come a tentare di chiudere le porte del cuore per non permettere più a nessuno di poterlo spezzare. Parte esattamente da qui il rumeno Tudor Cristian Jurgiu con il suo De capul nostru, in titolo internazionale On our own, appunto “da soli”. Un’opera seconda, presentata in prima mondiale nel Forum annesso alla 76esima Berlinale e fra le pochissime co-produzioni italiane (di Indyca Film con la collaborazione dell’Emilia Romagna Film Commission) in tutta l’edizione della FilmFestSpiele della capitale teutonica, che guarda al dramma degli oltre centocinquantamila bambini “Skype-kids” rumeni forzatamente lasciati indietro dai genitori per sostenerli a distanza lavorando dall’estero per delineare non una ma una serie di parabole di formazione, esistenziali e soprattutto sentimentali, spartite sulle due o forse anche tre generazioni che entrano in contatto. Un film di mancanze, videochiamate da lontano, incomprensioni, litigi, promesse mancate, fratelli e sorelle; un film di genitorialità surrogate, giochi di seduzione giovanili e gravose responsabilità improvvise che obbligano a maturare rapidamente per prendersi cura di chi ne ha più bisogno. Tanto che non è affatto un caso che la chiave con cui Jurgiu decide di delineare ogni passaggio attraverso il quale i suoi protagonisti sono costretti a diventare adulti senza il supporto dei “veri” adulti sia proprio quella della famiglia, vista in tutte le sue possibili declinazioni da quella biologica alla comunità di amici, da quella ormai sfasciata a quella in lutto, da quella alternativa da scegliersi per imparare ad amare fino a quella che nuovamente si sgretola insieme a un’illusione bellissima e proprio per questo destinata a finire, con l’emergere di un nuovo inaspettato affetto e con il nuovo trauma dilaniante di un ulteriore distacco.
Una (idea stessa di) famiglia in cui On our own scava con sorprendenti lucidità, sguardo e delicatezza, accompagnando per mano i suoi giovani (e giovanissimi) protagonisti nell’innamoramento e nei crolli emotivi, nel dramma di una perdita e nel ritorno (seppur temporaneo) della speranza, nel sogno di una stabilità (im)possibile in cui sentirsi finalmente realizzati e felici e nello scoramento di un nuovo rifiuto, nell’utopia di una vita (tutti) insieme per sempre e nell’aperta contraddizione finale di chi, ancora una volta, reagisce come può per sopravvivere al montare del dolore. Un percorso in cui riuscire a costruirsi un microcosmo dal quale finalmente intravvedere un’opzione di vita per poi sentirlo improvvisamente crollare, tristi e delusi nel sentirsi nuovamente da soli, ma inevitabilmente cambiati, a prescindere dagli errori e dalle scelte sbagliate che si continueranno a fare, dall’avere esperito in maniera così diretta e totalizzante un sentimento. La prima e ovvia famiglia sono le videochiamate con i genitori, Luca che non avviserà nemmeno il padre lontano della morte della nonna perché perfettamente consapevole che non sarebbe potuto tornare né per il funerale né per la sua organizzazione, né tanto meno per prendersi cura della sorellina Tina che da questo momento sarà giocoforza esclusiva responsabilità dell’adolescente, e Flavia che attende invano il ritorno promesso dalla madre badante in Italia o del padre operaio chissà dove, mentre mese dopo mese si allungano i loro impegni e, con estrema sofferenza della figlia, anche il loro matrimonio va definitivamente a rotoli in contumacia, come un segreto di Pulcinella freddamente disvelato in una videoriunione condivisa su Zoom. Un’altra (possibile) famiglia è, come anticipato, quella del gruppo di amici con cui crescere fra gite nei boschi, serate da ubriachi sulle chiatte e nottate a dormire accampati sui divani di qualcuno: un gruppo in cui vivere qualche inevitabile gelosia e qualche inevitabile indecisione, in cui giocare un po’ a provocarsi e ad allontanarsi, in cui cercare almeno qualche momento di svago e magari trovare orecchie con cui sfogarsi, o per lo meno altri punti di vista esterni e forse per questo più lucidi. Ma soprattutto la famiglia al centro di On our own sta in quel rapporto al tempo stesso dolcissimo, frustrante, malizioso e (dis)incantato fra i due ragazzi protagonisti, prima un po’ sbilanciato nelle linee di forza scalene di dominanza e sottomissione in cui vivere la stessa attrazione e il medesimo trauma, e poi sogno condiviso (e paradossale, sin dalle premesse legalmente impossibile) di sentirsi grandi e realizzati, innamorati e felici, seri e affidabili quando, dopo la morte della nonna di Luca, la piccola Tina porterà altri due bambini fuggiti da casa, e proprio in quell’improvvisato e giocoforza provvisorio nido domestico la coppia di adolescenti si ritroverà all’improvviso nel ruolo di (pseudo)genitori che possono dare a qualcuno quella famiglia reale e presente che, da figli, non hanno potuto avere.
È solo qui, nel sentirsi finalmente parte di qualcosa, nel riempire con un affetto reale e tangibile, fisico, quel loro vuoto sentimentale e interpersonale seppure perfettamente consci di come tecnicamente la loro gita in campagna fosse un rapimento di minori che in un modo o nell’altro non sarebbe potuto durare più di tanto, che sarà per loro possibile imparare finalmente ad amare e ad amarsi, a vincere (forse…) i blocchi emotivi e l’ostentata (falsa) freddezza di Flavia in un bacio finalmente appassionato mentre i bambini dormono, a rendersi conto dell’assoluta normalità e inevitabilità del non conoscere le risposte alle domande, del non sapere che cosa fare, del nascere delle incomprensioni proprio quando meno ce lo si aspetta. Del rimanerci di sasso quando i bambini fuggiaschi decidono lapidari di andare di nuovo via, «non siamo scappati dai nostri genitori per stare con voi», senza poterci fare assolutamente nulla. E forse a capire finalmente e per davvero il paradossale stato di necessità che ha spinto i genitori ad abbandonarli come unica strada per poter garantire loro una vita dignitosa, lontani da loro come un sacrificio per amore del quale piangere da lontano ogni singolo giorno, e del quale ancora chiedere scusa in ogni singola videochiamata che avrebbe semmai meritato comprensione e gratitudine filiale. Una presa di coscienza, e soprattutto un’apertura sentimentale, che la macchina da presa di Tudor Cristian Jurgiu racconta sensibile e vicina ai suoi protagonisti, ora muovendosi a mano fra i primi piani alla ricerca della vitalità più umana e sincera sui loro volti e ora lasciandoli liberi di riflettere in un campo lungo nel quale farli inoltrare nel buio di una (platonica) caverna, che poi a ben vedere nient’altro è che l’oscurità di quell’età adulta in cui piombare all’improvviso e senza il sostegno una guida. Sarebbe forse sufficiente il momento in cui, nel cuore della notte, svegliata da un moto di nostalgia la piccola Tina prende il telefono e chiama il padre che la tranquillizza, oppure quello in cui la nonna ancora viva finisce gli avanzi d’alcool del nipote e degli amici, o ancora quello in cui Flavia trasforma in gioco insieme i primi e inaspettati, crudeli come solo un infante sa essere, segnali di distacco dei bambini fuggiaschi pronti ad abbandonarli e a partire per un’altra tappa. Ma pure quel dialogo fra bambine in cui, nella loro tenera naïveté, immaginano come possa essere «disgustoso» baciare un ragazzo, e ovviamente il momento della morte della nonna in cui Luca continua ad alzare il volume della musica per consolare la sorellina in un dolcissimo e straziante valzer in salotto. Come piccole pennellate di poetica e di intensità del quotidiano che senza un solo briciolo di retorica o di ricatto, ma anzi sempre stratificate in un percorso di mutamento di prospettiva e inevitabile crescita tanto dei protagonisti quanto di chi sta loro intorno, si pongono all’altezza di tutte le età messe in scena per raccontare la loro essenza e il loro costante passaggio verso le consapevolezze e le responsabilità di quella successiva. In un farsi e disfarsi di una famiglia dal quale passa ancora una volta l’ottimo stato di salute in cui versa da ormai da un quarto di secolo il cinema rumeno contemporaneo, da tempo allargatosi dai nomi dei suoi aprifila verso nuove autorialità e generazioni che magari non cercano gli stessi riferimenti culturali altissimi di un Cristi Puiu, la teoria cinematografica di un Porumboiu o le medesime (geniali) iper-stratificazioni politiche di un Radu Jude, ma che allo stesso modo contribuiscono a un livello medio di qualità e solidità sempre sorprendente, consci di avere tanto da dire e di avere il cuore e lo sguardo per dirlo, così come perfettamente consapevoli del mezzo, della sua etica e dei linguaggi ora mainstream e ora più audaci, con i quali ogni volta trasformare la Romania, le sue storture, la sua Storia, la sua società, i suoi esseri umani, i suoi sogni e i suoi sentimenti di ogni età in puro, ponderato, accorato, universalissimo cinema.
Marco Romagna
