19 Febbraio 2026 -

THE LONELIEST MAN IN TOWN (2026)
di Tizza Covi e Rainer Frimmel

«I’m the loneliest man in town», canta malinconico il bluesman austriaco Al Cook con la sua voce baritonale dal palco di un piccolo jazz club viennese, lo slide d’ordinanza sul mignolo con cui glissare sulle sei corde della sua Gibson argentata e il microfono anni Cinquanta di fronte al viso ormai solcato dalle rughe che tradiscono i suoi ottant’anni compiuti pochi mesi dopo la fine delle riprese. L’emblema di una solitudine assoluta, incurabile, che la bolzanina Tizza Covi e il viennese Rainer Frimmel, di ritorno a poco più di tre anni da Vera (Gemma) al loro cinema che documenta personaggi perfettamente reali innestando la loro effettiva identità e appunto la loro verità più intima in una storia di pura finzione, rendono sin dal titolo il centro nevralgico del loro The loneliest man in town, presentato nel concorso principale della 76esima Berlinale e nuovo brillante tassello del loro sguardo e del loro metodo di lavoro al tempo stesso analitico, poetico e umanissimo. Una personalissima prassi che ancora una volta pesca una persona al di fuori dell’ordinario da un sottobosco culturale di nicchia, in questo caso quello del blues a sua volta semidimenticato lungo il suo viale del tramonto, tanto più nella sua mai realmente nota variante tirolese, e che attraverso un lungo percorso condiviso di studio, condivisione e fiducia reciproca la rende personaggio e vero e proprio paradigma allegorico di ciò che l’universalizzarsi della sua quotidianità e della sua verità possono rappresentare, chiedendole di interpretare se stessa in un capitolo romanzato e reinventato della sua storia personale. È per questo che, come sempre nel cinema della coppia di autori italo-austriaci, non conta affatto che cosa sia effettivamente reale e che cosa sia invece immaginato come simbolo narrativo e concettuale di quella stessa realtà, e se va detto che questa volta l’aspetto di scrittura e (ri)messa in scena può forse apparire forse un po’ più evidente rispetto alla perfetta indistinguibilità del passato nella sua commistione di dramma e brillante commedia amara, va detto anche che Tizza Covi e Rainer Frimmel non avevano forse mai raggiunto in carriera le medesime vette di lirismo nostalgico raffinatissimo ed elegiaco, fra un pianoforte ormai scordato di cui accarezzare ancora i tasti, una scatola di vecchie fotografie, una tenera intervista in VHS a quella moglie di cui è impossibile superare davvero la morte e un vinile lasciato a suonare sul piatto mentre il protagonista, ormai anziano, saluta per l’ultima volta quella casa e quello studio che per lui vogliono dire un’intera esistenza di sentimenti e di ricordi.

Non c’è però reale cupezza, nel delineare la sua parabola di uomo più solo in città forzato a cedere alle pressioni e ai ricatti di un capitalismo immobiliarista disposto a tutto pur di sgomberare e potere quindi abbattere l’intera palazzina in cui si trova quell’appartamento/mausoleo per lui affettivamente tanto importante. Tanto che non è affatto casuale la scelta di rappresentare il Potere sistemico, come già il mondo del cinema che rifiutava Vera nei provini e in modo diverso il culturismo circense di Mister Universo, nella maniera il più caricaturale e satirica possibile, intimamente kaurismakiana fra letterali invasioni dello spazio vitale (magari per addormentarsi sul divano) e metodi d’estorsione oltre i limiti del mafioso che staccano deliberatamente luce e acqua per esasperare chi rifiuta le loro proposte. In una sorta di ideale parallelo fra questo The loneliest man in town e lo splendido Eighty Plus con cui lo scorso anno il veterano Želimir Žilnik cantava la sua ode alla terza età (e alla Jugoslavia che fu) reinventando in una storia e in un personaggio di finzione il vero jazzista balcanico Milan Kovačević, anzi, è proprio nel suo ritrovarsi già vedovo e sommerso dai ricordi e dalla mancanza, già consapevole del crepuscolo della sua carriera e della sua esistenza proprio come è consapevole del declino del genere musicale a cui ha consacrato tutta la vita, e ora costretto a dover svuotare e lasciare per sempre pure quel luogo in cui è nato, è cresciuto, ha suonato, ha amato ed è rimasto solo in una città che forse non ha mai sentito davvero sua, che l’Al Cook raccontato da Covi e Frimmel trova la paradossale forza d’animo di trasformare la fine di tutto in un nuovo inizio, e di decidere finalmente di realizzare il proprio sogno di sempre di trasferirsi in quegli Stati Uniti a cui aveva anelato sin dagli anni Cinquanta senza mai essere riuscito nemmeno a visitarli, fra la Memphis di Elvis e il Delta del Mississippi terra natale dei maggiori bluesmen black. È del resto più che sufficiente il nome d’arte che il protagonista ha scelto chissà quanti anni fa, dall’Alois Koch dell’anagrafe e della targhetta che ancora (per poco) campeggia sulla porta di casa a quell’Al Cook americanizzato dei dischi e di tanti anni di esibizioni, per delineare la forza della sua passione musicale e culturale. Dal suo amore ossessivo nei confronti di Elvis Presley di cui ha sempre cercato di diventare simulacro, fatto di dischi, poster, ritagli di giornale, interi anni passati a guardarne ogni intervista fino a imparare l’inglese e quel ciuffo di chiara ed evidente ispirazione che ancora ogni giorno ricostruisce con la lacca di fronte allo specchio, fino alla fascinazione irresistibile e identitaria verso quel Delta Blues acustico e fatto di shuffle e di turnaround nato come grido di affermazione, di emancipazione e di ribellione in quegli anni Venti e Trenta dei pionieri Lonnie Johnson (che non a caso già nel 1928 cantava I’m so tired of living all alone, pronta a riemergere dai solchi in vinile per fare da colonna sonora a una nuova solitudine) e Blind Lemon Jefferson.

Voleva già da giovane «riportare il cuore e i sentimenti al centro di una musica diventata creazione di hit usa e getta da sfruttare e poi consegnare al dimenticatoio» Al Cook, come lui stesso affermava con l’insolenza dei 35 anni in una vera intervista televisiva restituita da una delle tante videocassette fra gli oggetti e i feticci stipati nella sua casa. E per farlo avrebbe voluto già da giovane lasciare quell’Austria «dalla mentalità chiusa» che The loneliest man in town vuole apertamente prendere in giro, cristallizzandola nella già citata figura fittizia, al tempo stesso minacciosa e ridicola, dell’emissario «negoziatore» incaricato dagli speculatori edilizi di far firmare al protagonista la cessione della casa in cambio di un indennizzo. Eppure non è affatto semplice per lui abbandonare quel luogo di vita e quei ricordi, quelle fotografie, quei dischi blues e rockabilly che non vuole più nessuno, quei poster sui muri, quell’archivio unico di rarità musicali costruito in un’intera vita, quel pianoforte stonato e proprio per questo così emotivo quando le sue corde si mettono a vibrare. Quella malinconia così agrodolce e totalizzante di ogni singolo anfratto e di ogni singolo oggetto, e quella vecchia fiamma di gioventù e ora amica da tutta la vita a cui rivelare come una piccola vendetta di cinquant’anni dopo che, proprio nel giorno in cui lei lo aveva lasciato «perché non si può regalare un disco di Elvis a una maniaca dei Beatles», lui aveva in tasca due biglietti per quel concerto di Jimi Hendrix a cui non l’ha mai portata. Al piano di sopra l’appartamento in cui essere Alois Koch, l’unico uomo rimasto in un intero palazzo disabitato, e a quello di sotto lo studio in cui trasformarsi in Al Cook, in cui suonare e registrarsi, in cui fissare quella musica che non ha mai saputo leggere né scrivere ma che ha sempre sentito nascere e crescere. Una casa in cui prima vestirsi di tutto punto per una festa ormai solitaria di Natale, brindando di fronte a quell’albero finto e un po’ spelacchiato squallidamente adornato con qualche candela e giusto un puntale – per lo meno fino a quando non salta la luce e il pronto intervento dichiara al telefono al protagonista di non poterlo aiutare fino a dopo le feste –, e poi una casa da svuotare (nemmeno troppo) pian piano, tenendo giusto l’indispensabile da caricare in aereo e cedendo tutto il resto pezzo per pezzo. Inevitabilmente triste di fronte a un intero mondo che, dopo anni di erosione, definitivamente crolla e gli si sgretola fra le dita, eppure in qualche modo ringiovanito dalla prospettiva di poter suonare in quei luoghi da sempre guardati da lontano, sognando che il Danubio fosse in realtà il Mississippi o magari svegliandosi di soprassalto nella notte per l’incubo di smarrirsi sulla tastiera di un piano senza più tasti neri. Tizza Covi e Rainer Frimmel, girando come di consueto in un vibrante 35mm, raccontano e portano sullo schermo con precisione assolutamente documentaria la sua figura e la umanità fra malinconia e ironia graffiante, fra una cover improvvisata di Silent Night e il rumore demodé di un proiettore 8mm, fra i silenzi della sua solitudine e le puntine che navigano sui solchi dei dischi. Fino a quella casa ormai vuota in cui salutare per l’ultima volta gli spazi, le mura, gli oggetti, il giradischi che continua a suonare commosso nel nulla. I titoli di coda. Il senso stesso del blues, che da una chitarra passa a una macchina da presa. Con un ritratto che fa ridere e piangere di un uomo e artista che si ritrova a dover chiudere i conti con il proprio passato, o forse che paradossalmente al contrario ritorna proprio a quegli anni per (ri)viverli ancora più a fondo una blue note dopo l’altra, alla ricerca di un rinnovato se stesso.

Marco Romagna

“The Loneliest Man in Town” (2026)
86 min | Drama | Austria
Regista N/A
Sceneggiatori N/A
Attori principali Alfred Blechinger, Al Cook, Alois Hoch
IMDb Rating 7.5

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