«Il suo obiettivo, allora, era quello di costruire attorno a sé una rete di false piste, complicazioni, intrighi, imbrogli e magie talmente ampia e complessa “da confondere la morte e impedirle di trovarmi”. La bellezza dei labirinti di Calixto, il loro gusto, era che ogni falsa pista, ogni complicazione, ogni intreccio, era studiato e progettato per originare una successiva falsa pista, una nuova complicazione, un ulteriore intreccio, il tutto al solo scopo di “non trovare mai l’uscita”, ovvero la morte».
Gian Marco Griffi, Digressione, Einaudi
«Sergio González chiese a quella che gli toccò se le piaceva ballare e lei rispose che era la cosa che le piaceva di più nella vita. La risposta gli parve luminosa, senza sapere perché, e anche terribilmente triste».
Roberto Bolaño, 2666, Adelphi
Redigere per immagini la biografia di un «martire della letteratura», definizione che «avrebbe fatto arrossire» Jorge Luis Borges. Questo il presupposto poetico e politico del nuovo film di Mariano Llinás, il titanico autore di La Flor e del recente El tríptico de Mondongo, capofila di quel El Pampero Cine miracolosa realtà produttiva argentina che ha realizzato alcuni dei titoli più incisivi del panorama cinematografico degli ultimi anni – non ultimo Trenque Lauquen, il capolavoro di Laura Citarella qui presente in veste di produttrice. Biografía de Jorge Luis Borges, presentato fuori concorso alla 83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dura cinque ore e venti minuti ma potrebbe durare un secondo come una vita, perché la matrice digressiva di questa originale e struggente forma di cinema può prevedere, ad esempio, che l’immagine finale del film venga dichiarata, con sprezzo del pericolo e di ogni spoiler alert, dopo solo venti minuti (ma sarà poi davvero quella?) e che al tempo stesso la narrazione si impantani all’eccesso innamorandosi di riprese da scartare per plateali obsolescenze tecniche o cercando di trovare il modo migliore per far stare un enorme platano dentro l’inquadratura. Insomma, «Il gioco è cominciato. Il film è cominciato».
Un film dove in ogni scena sono presenti almeno due macchine da presa, non per la necessità di riprese in multicam da canone hollywoodiano, ma perché se la prima delle due è puntata sul soggetto, la seconda è puntata su chi quel soggetto riprende. Opera dichiaratamente (ma ricordiamoci che ogni dichiarazione potrebbe essere falsa) su commissione di una prestigiosa collezione dedicata alla conservazione di oggetti e documenti appartenenti allo scrittore argentino, il film sussume a personaggio ogni oggetto e soggetto di ripresa e contemporaneamente anche chi quella ripresa la agisce, in un procedere per tentativi e fallimenti che, come le cancellatura e le annotazioni sui manoscritti di Borges, è testimonianza di un flusso di pensiero che diventa drammaturgia. Le idee scartate sono comunque delle idee, il processo di creazione del film diventa parte dell’intreccio. Armati di libri (tanti, troppi) e di una lente d’ingrandimento (feticcio di El Pampero Cine e dei loro film di espansione e dilatazione tematica e narrativa) ci si interroga sui materiali, foto, documenti, lettere, in un’indagine dove ogni svolta potrebbe coincidere con un ammutinamento, perché il senso del procedere qui sta nel continuare a domandarsi, preservare vivo il mistero anche di fronte all’evidenza, perché anche ogni evidenza quando (e forse, soprattutto, perché) catturata in immagini è sempre possibile di nuove falsificazioni, una pipa che non è una pipa ma è l’immagine di una pipa (la sequenza della copertina del periodico Sur di colore «verde jade» è in questo senso un momento genuinamente surrealista e magistrale del film). Un’inchiesta assurda e paradossale, dove ogni volta che si arriva a un punto ci si deve affrettare ad aggiungergli sopra un ghirigoro per trasformarlo in un nuovo punto interrogativo. Incorporare nella forma l’incertezza, testimoniando ogni esitazione, come un film di cui si proiettasse tutto il girato, lo scorrere di un unico gigantesco rullo di pellicola con tutti le take di ripresa, senza sapere quale di queste sia poi stata scelta per il film finito ma immaginando la prescelta e fantasticando di conseguenza su tutto il resto. Da questo ripercorrere le tracce di vita dello scrittore argentino sui sentieri di un identico meta-processo creativo, segue inevitabilmente che Biografía de Jorge Luis Borges sia anche un road movie (si fa tappa a Zurigo, Austin, New York, Reykjavík), ma sulla vita di un autore che ha interpretato la letteratura come esercizio dello spirito votata all’evasione da una prigione di carne incomprensibile e goffa, e che quindi concepisce un’idea di viaggio che presuppone che a volte i Paesi lontani si visitino anche solo con l’immaginazione. Capita spesso che, disorientati e sfiniti dal nostro girare a vuoto rincorrendo i fantasmi di una vita passata, a volte rinunciamo allo spirito di avventura concedendoci la praticità di essere accompagnati sulla via da un navigatore satellitare che in ogni Paese parla la nostra lingua, ed ecco che allora sono i libri che ti porti dietro (nello zaino o nella tua testa) che possono restituire una prosa, sovraimprimere l’avventura ai paesaggi che scorrono dal finestrino fino a quando, all’improvviso, di nuovo «la commedia prende il sopravvento, irrefrenabile». A Mariano Llinás non piacciono i film che sembrano una visita guidata a un museo, e d’altronde come possono i luoghi che ancora ci sono, e possiamo vedere e visitare, competere in immaginazione con quei luoghi che invece sono scomparsi? Nel ritrarre una vita, votati al rispetto del mistero, un antico momento di felicità può essere raccontato solo con l’atto ossimorico di riprendere un’immagine del silenzio: piuttosto che un certificato di nascita, una sedia vuota. Di Borges si dice a un certo punto, nel carteggio della sua infelice moglie, «si capisce che quando la frase non ha soggetto, il soggetto è lui». Abbandonando la geografia delle grandi città, il film prende a vagare per la sconfinata periferia argentina, un paesaggio molto caro al cinema di questo gruppo di cineasti, sobborghi senza illusioni, di una cocciuta e a volte coatta ruralità, luoghi che spesso non significano nulla a meno che qualcuno non decida di metterli in un film, che sarebbe comunque un peccato perché non avrebbero nulla da dire, ma anche un dolore perché altrimenti nessuno li conoscerebbe mai.
Biografía de Jorge Luis Borges è un film di cellulosa e malinconia, una cosa lunga vagamente triste, piena di rimpianti per quanto non è stato trovato e di gioia per la consapevolezza di tutto ciò che ancora si può ricercare. È il ritratto di un intelletto fragile, di una frangibilità che può essere nobile e romantica quanto ingenua e cieca, una virtù poetica e una debolezza da infamia che porta Borges alla cacciata dal podio del Nobel per aver accettato gli onori del dittatore Augusto Pinochet e poi alla superficialità colpevole del supporto al generale Videla, autore del colpo di stato militare contro Isabelita Perón, salutato dallo scrittore come un salvatore della patria solo perché, come capitato in tanti momenti della sua lunga vita, prima ancora di vederlo di persona aveva passato molto tempo a immaginarlo, quel generale, e lo scontro con la realtà brutale dell’ignoranza e della cieca barbarie fu per lui un confronto violento, vergognoso e avvilente. Allontanandosi di molti passi dal mito, dall’analisi (ad opera del complice di Llinás, Ernesto Montequín, insieme una coppia Sherlock-Watson in cui fatichiamo ad assegnare le parti) e della catalogazione ossessiva della produzione artistica borghesiana, dai luoghi della sua vita e dagli amori più o meno realizzati, il film apre una parentesi oscura e politica di encomiabile lucidità e umanismo. In una sequenza, Mariano Llinás insieme all’attrice Laura Paredes leggono due interviste allo scrittore, dalla prima emerge un’anima senza tempo, un anacronismo divertente perché sempre inattuale e fuori luogo e vagamente infantile, mentre della seconda sconcerta all’opposto il personaggio scandaloso e crudele che Borges vuole sembrare, un fascista che nega lo sterminio degli indios e che gioisce all’annuncio della pena di morte per i manifestanti. Un contrasto che Llinás sottolinea riprendendo le due letture nello stesso modo, come guardando una moneta che viene rigirata tra le dita mostrando ora una faccia poi l’altra, restituendo la natura bifronte di un autore che, per sua stessa ammissione, Llinás considera un archetipo creativo della sua stessa produzione cinematografica, in una simbiosi che degenera in un indistinto allucinatorio e indecifrabile, un anagramma anagrafico, Jorge Llinás Borges! Una vita di doppiezze riverberata ulteriormente dall’ultima sequenza di ritratti fotografici di Borges, dove il regista sceglie come più significanti tra tutti un paio di scatti rubati. In uno, Borges ormai molto anziano attraversa la strada con piglio un po’ arcigno e ostico, accompagnato per il braccio dalla sua governante che lo sorregge a sé, una metafora di status e fierezza abbracciati alla debolezza della vecchiaia e della cecità. La seconda foto, scattata qualche istante dopo, mostra invece Borges e la governante di spalle arrivati ormai al marciapiede, a loro si è aggiunta una seconda donna, sconosciuta. La sagoma scura, controluce, dello scrittore assume per quell’attimo una strana posa aggraziata, una leggerezza e una vitalità insolite, come se stesse perfezionando un passo di danza, uno strano incrocio tra Fred Astaire e il fotogramma finale di Modern Times di Charlie Chaplin.
A un certo punto anche questo film-labirinto purtroppo finisce senza mai risolversi (per fortuna), disattendendo ogni idea di finale e ogni pretesa di risolutezza (ovviamente quella che all’inizio era stata dichiarata come l’inquadratura di chiusura del film non lo sarà, non lo è mai stata, e verrà invece espansa in una delle sequenze più divertenti del film). Perché il cinema di Mariano Llinás e di El Pampero Cine continua a dirci che in ogni grande malinconia risiede una gioia e che quindi ogni fine è già un inizio, perché l’avventura continua, deve continuare e continua – carajo! – solo con il perpetuarsi romantico e delirante del mistero che perdura fuggevole e sensuale dietro a storie, sguardi, luoghi, e che nessun raccontare sarà mai in grado di esaurire. Perché il mistero è un giacimento di millemila materiali preziosi e, pur percorrendo da un capo all’altro l’alfabeto, ci mancano le lettere per sillabarlo. Per questo, anche se fosse la fine, dobbiamo continuare a filmare, per tutto il giorno fino al tramonto e poi di notte al buio senza vedere niente. E poi per sempre.
Leo Canali