8 Settembre 2026 -

L’ESTRANEA (2026)
di Paolo Strippoli

«So you face it with a smile
There is no need to cry
For a trifle’s more than this
Will you still recall my name
And the month it all began?
Will you release me with a kiss?
Have I tried to draw the veil?
If I have, how could I fail?
Did I fear the consequence?
Dazed by careless words
Cozy in my mind
I don’t mind, I think so
I will let you go
I don’t mind, I think so
I will let you go»
Liquido – Narcotic

Non ha bisogno di alcun jump-scare con cui far sobbalzare gli spettatori dalle poltrone, il cinema di Paolo Strippoli. Il suo concetto di orrore è del resto un qualcosa di ben più primigenio e profondo della paura, che si innesta sotto la pelle come soffocante senso d’angoscia psicologico, intimo, ancestrale, domestico, atmosferico proprio come quelle piogge torrenziali che ogni volta fungono da punto di innesco dell’inquietudine, liberando l’elemento che sfugge al controllo e inevitabilmente apre alla dimensione onirica dell’incubo. Non fa eccezione in questo senso L’estranea, opera terza in solitaria e quarta in generale (l’esordio assoluto rimane A classic horror story, realizzato al tempo in co-regia con Roberto De Feo) che dopo la cupezza degli ottimi Piove e La valle dei sorrisi apre questa volta (anche) al pieno sole di Bari, ma solo sotto a un infernale diluvio romano in cui il Male riemerge all’improvviso devastante come il tracimare di un’alluvione potrà definitivamente deflaglare nel tutto in una notte della sua resa dei conti. Un film che sembra guardare più dalle parti del thriller argentiano che all’horror puro, e che attraverso l’elemento soprannaturale da qualche parte fra il Faust e Lady Machbeth di una madre e moglie che scende a patti con il Diavolo (o chi per lui) continuando a riplasmare il destino dell’intera famiglia vuole il realtà riflettere sull’egocentrismo di chi si pone al centro del mondo convinto che tutto passi dalla proprie decisioni, e da lì cerca di condizionare le vite degli altri imponendo la propria visione e i propri desideri. Come a dire che la vera maledizione spesso si annida fra le mura delle case, magari proprio dietro la facciata da Mulino Bianco di una famiglia apparentemente perfetta e invidiata dall’intera città, che lungo un arco narrativo di ventisette anni, passando di volta in volta per nuove scelte (sempre più) tragica conseguenza di ogni scelta precedente, inevitabilmente si sfalda nelle tragedie che si ritrova ad affrontare. Non è affatto un caso in questo senso che il titolo internazionale con cui L’estranea porta (finalmente) Strippoli nel concorso principale della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia sia proprio The Spiral, giocosamente ripreso nelle immagini dalle liquirizie a rotella e da una maglietta di Saw l’Enigmista. Simbolo di un congegno narrativo pensato appunto come una spirale, fatta dei ripetuti incontri della madre Anna incarnata da Jasmine Trinca con una misteriosa donna senza nome (una strepitosa, indimenticabile, seducente, luciferina Valeria Bruni Tedeschi) come bivi esistenziali in cui scegliere cosa (o chi) sacrificare per salvare qualcosa o qualcun altro, in un film che parte e poi continua a ritornare alla stessa notte piovosa di confessione e di tensione crescente per cercare di rompere la maledizione e riscrivere, in un modo o nell’altro, il destino. Una notte della più piena contemporaneità in cui Anna, appunto, scende da un aereo con una misteriosa valigia per piombare a (per nulla gradita) sorpresa in casa della figlia Alice (Romana Maggiora Vergano) che anni prima ha volutamente messo centinaia di chilometri fra lei e la genitrice, e un flashback dopo l’altro lungo lo scorrere di quattro capitoli non a caso “familiari” («La figlia», «Il figlio», «Il padre» e «La madre», più l’epilogo) riparte da fine anni Novanta per raccontarle la ‘vera’ storia della famiglia, forgiata dai traumi e (ri)costruita sulle menzogne, sul senso di colpa e sulla morte.

Il 1999, il 2005, il 9 luglio 2006 come un vero e proprio Inferno che si cristallizza nella festa mondiale, e poi ancora il 2025 in cui il Male torna a reclamare il suo conto per ritornare a quella notte del 2026 in cui tutto inizia e tutto dovrà necessariamente finire. Momenti ben specifici di incontro con la diabolica estranea Valeria Bruni Tedeschi che nient’altro sono che le tappe di una progressiva discesa agli inferi di un decadimento morale (o forse di una follia egoriferita, è solo una questione di credere o non credere), che Strippoli sceglie intelligentemente di orchestrare fra i simboli onirici e sinistri di un vetro che si crepa e poi si rompe da solo (magari mentre dal rubinetto del lavandino esce un fiume di sangue), e il perfetto gioco di incastri sui lunghi periodi di una sceneggiatura a orologeria che sviluppa i suoi rapporti di causa-effetto in un perfetto bilanciamento dell’inquietudine e di una sottile e divertentissima ironia. Prima di tutto c’è l’idillio borghese, tanto fragile nella sua maschera di perfezione con cui entrambi i genitori proiettano i propri desideri sui rispettivi figli (Anna sogna per Alice quella vita da attrice che non ha potuto avere, mentre il marito Walter fa lo stesso con il fratello Tobia perché investa su allenamenti e vita da atleta fino a diventare calciatore professionista) che forse a ben vedere è di per sé una menzogna, al punto che basta un solo attimo inaspettato a trasformarlo in tragedia. Durante una festa in casa e un’esibizione di bambine sulle note di Narcotic, l’amato cane di famiglia attaccherà senza alcun motivo apparente proprio Alice quasi staccandole una gamba, e all’improvviso sembra non esistere più nulla del benessere che, sul finire degli anni Novanta, aveva raggiunto il suo apice con il grande successo del negozio di famiglia e il trasferimento nella villa con piscina in cui crescere i figli. Non c’è più la Barilla che ha appena scelto Alice per girare una pubblicità («di Luchetti», con implicito omaggio a Caro diario di Nanni Moretti che curiosamente il caso ha voluto sia ora, con il suo Succederà questa notte presentato pochi giorni fa nel medesimo concorso principale, sostanziale antagonista di Strippoli nella corsa ai premi di questa 83esima Mostra veneziana) e non esistono più i dribbling di Tobia nelle giovanili della squadra locale. Esiste solo l’ospedale, la notizia ferale che i chirurghi si stanno preparando all’amputazione, e poi quel movimento a schiaffo della macchina da presa verso la cappella del nosocomio, dove dal nulla ad Anna si presenterà L’estranea che le chiederà il peso di Tobia, destinato da quel momento a ingrassare a dismisura fra la delusione di un padre e i ripetuti episodi di bullismo subiti a scuola, in cambio della salvezza dell’arto della figlia. Anna, disperata ed emotivamente ricattata, accetta, dando inizio a una maledizione che nei decenni spasserà per un infarto e per un (non) suicidio, per un incidente automobilistico e per una complicazione durante un parto, e poi ancora per quella notte sotto il diluvio, in un puzzle (infernale) in cui cambiano i tasselli ma non i loro ruoli, e ci sarà sempre una nuova drammatica scelta fra equivalenze che costantemente aumentano la posta in gioco. Un gioco a scacchi con la vita e con la morte, con l’amore e con la colpa, con l’egoriferimento e con il demoniaco, che vive di duetti memorabili (Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi, ma anche la stessa Trinca con Romana Maggiora Vergano) mentre il mondo attorno continua indifferente la sua corsa, fra un indimenticabile «tifavo per la Francia» e il gran finale sul tetto sotto la pioggia con il livello dell’acqua che sale apparentemente inesorabile. Fino all’unico epilogo possibile o più probabilmente all’ucronia, all’impossibilità di spezzare la linea del maleficio, soprattutto quando l’orrore, come nel cinema di Strippoli, è innestato nell’identità e nella memoria, all’interno delle aspettative e degli affetti, proprio dove fra i fulmini splende improvviso il sole allungando quelle ombre sotto cui meglio nasconderlo e portarlo via fischiettando.

Marco Romagna

Ci è gradito comunicare che il film L’ESTRANEA di Paolo Strippoli, distribuito da 01 Distribution in uscita dall’8 ottobre 2026, è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani – SNCCI.
Motivazione:
«Attraverso una grammatica audio-visiva potente ed esperienziale, che convoca i codici del thriller psicologico e le atmosfere dell’horror, Paolo Strippoli riflette sui temi a lui cari, indagando le viscere profonde dell’inconscio attraverso archetipi, simbologie, metafore e drammaturgie classiche, dentro un cinema capace di dialogare con le forme della contemporaneità».
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