A quasi quarant’anni dall’ultima volta (1989 con Palombella rossa, apertura fuori concorso della Settimana della Critica in contrapposizione all’esclusione dalla selezione ufficiale decisa dalla commissione presieduta da Guglielmo Biraghi, in una Mostra che celebrò poi con il Leone d’Oro Città dolente di Hou Hsiao-hsien) Nanni Moretti torna in Concorso al Lido di Venezia con Succederà questa notte, quindicesimo lungometraggio di finzione per il regista romano incidentalmente nato a Brunico, in Trentino-Alto Adige. All’interno della sua filmografia si posiziona in quel sottofilone intimista il cui inizio è diversamente posizionabile, a seconda che vi s’includa o meno La stanza del figlio; di sicuro ne fanno parte Mia madre e Tre piani, tratto da un libro dello scrittore israeliano Eshkol Nevo come quest’ultimo lavoro. Stavolta è una raccolta di racconti (Legami) ad essere stata adattata/tradita insieme alle ormai fidate Federica Pontremoli e Valia Santella: racconti accorpati, disaggregati, riuniti in una narrazione che affida ad una precisa scansione temporale (come del resto già in Tre piani) il suo ritmo narrativo. Diciassette lunghi anni intercorrono tra i primi eventi e gli ultimi, una consistente porzione di vita per un pugno di personaggi più ordinari che straordinari; vita condensata, come quella di noi tutti, in alcuni passaggi chiave che orientano scelte e destini. Il tono è leggero, intriso di un romanticismo di sapore “alleniano” che non è mai troppo appartenuto al Nostro, così da far emergere per contrasto i momenti drammatici, che comunque non mancano. A Moretti riesce con un film quello che il quasi coetaneo e concittadino Carlo Verdone non ha mai avuto il coraggio di sperimentare, quello di ringiovanire il personaggio principale/alter ego e consegnarlo ad una nuova generazione, per mettersi magari da parte, “di lato”, col rischio di apparire come un senile vecchietto. Moretti si ritaglia qui il piccolo ruolo del padre della protagonista Jasmine Trinca, un punto di riferimento tenuto prudentemente a distanza ma convocato d’urgenza (e dall’altra parte del mondo, non molto credibile) alla bisogna. Il suo giovane alter ego, invece, è interpretato da Louis Garrel, talentuoso attore/regista proveniente da una famiglia d’artisti pienamente inserita nel contesto del cinema d’essai transalpino che il regista tanto ama. Il film, almeno nelle intenzioni, insegue proprio quell’approccio, tentando la fusione tra leggerezza truffautiana e ricalco italico (l’appartamento spoglio dove i due protagonisti s’incontrano segretamente non può che rimandare a quello dell’ultimo tango bertolucciano). Ed ecco che si ritorna, per chiudere quest’introduzione, alla definizione di film intimista proposta qualche riga fa, con l’accezione di opera “ripiegata” sul vissuto e sull’intimo dei personaggi proposti senza la consueta finestra spalancata sul Paese e sulla società che tanto ha connotato il cinema morettiano di Michele Apicella e quello diaristico degli anni Novanta. Ma, visto che amiamo le contraddizioni, s’impone subito una correzione di rotta: se il privato è inevitabilmente pubblico, come mirabilmente sosteneva Il caimano (uno dei suoi film più sottovalutati e fraintesi), allora la gestione dello stesso è politica di per sé, nell’accezione più ampia possibile del termine. E quindi questa nuova opera, tratteggiando una modalità di gestione del piano affettivo e anzi affidandone i due opposti speculari ai due protagonisti principali, c’invita ancora una volta a scegliere, a parteggiare, a non essere imparziali. A lanciarci senza paracadute nelle cose che sembrano più giuste come Matteo/Garrel o, al contrario, a giocare costantemente in difesa per non far collassare i rapporti faticosamente costruiti come Greta/Trinca.
Necessarie, a questo punto, due righe sull’intreccio, volutamente lacunose per rispettare quell’alone di mistero che ha sempre avvolto i lavori di Moretti fino alla data di uscita (fissata in questo caso per il prossimo 3 dicembre), segno anche questo di rispetto totale verso lo spettatore/lettore (nei materiali per la stampa, ad esempio, alla voce sinossi si legge soltanto questo: «Io ti aspetto, tutto il tempo che vuoi. Ma succederà prima o poi?»): Matteo abita a Oslo e sta per avere un figlio da una giovane donna totalmente impreparata alla maternità, mentre Greta, in India, rifiuta una plateale proposta di matrimonio. I due punti destinati a ricongiungersi, quindi, partono da grandi distanze per poi riconvergere a Roma, dove sette anni dopo Matteo ha cresciuto da solo il bambino e Greta sta per sposarsi. Sarà il tennis, grande amore morettiano perlopiù confinato, finora, fuori dallo schermo e alla vita privata, a causare l’incontro fatale, che dovrà attendere ulteriori sette anni prima di trovare sviluppo. Le vite dei due, nel frattempo, sono costellate di personaggi secondari, segnaliamo su tutti i genitori di Matteo interpretati da Angela Finocchiaro e Hyppolite Girardot. In un film di composizione di contrasti e accettazione della diversità altrui, proprio i due padri risaltano: Girardot incarna il boomer ancora incrostato di delirio di onnipotenza, che corteggia tutte le donne, ha buoni gusti artistici, ha educato bene il figlio maschio e amato e tradito ogni donna incontrata lungo la sua strada, Moretti invece l’ometto prudente e presente, apparentemente dimesso ma capace di dispensare il consiglio giusto: non è difficile fare pronostici su chi dei due arriverà ai titoli di coda ancora in vita…
Il comparto tecnico è meno ingessato che in Tre piani e anzi la macchina da presa si concede inusuali svolazzi e momenti magnifici, e l’impressione costantemente connaturata al cinema morettiano, quella d’essere rinchiuso in strips fumettistiche rigidamente preordinate, questa volta lascia campo e spazio ad una maggiore libertà per la camera manovrata da Francesco Di Giacomo, figlio d’arte del quasi omonimo Franco. C’è poi un delizioso gioco/scherzo sul tempo al cinema e sugli attori: Jasmine Trinca, attrice anche nel film, interpreta un’anziana pesantemente truccata in un film in costume (ecco Truffaut e Effetto notte), ma il passare del tempo nel film non solca per nulla il volto degli attori, semmai leggermente le loro barbe e capigliature. Come a dire: il prostetico sappiamo farlo, e bene, ma non conta nulla e non c’interessa nello specifico (fa il paio con l’esilarante momento della scena notturna girata dal giovane regista nel precedente Il sol dell’avvenire). Le ossessioni del regista sono quasi tutte sempre presenti (anche se, ossessione anch’essa, in conferenza stampa confessa di detestare le autocitazioni), a cominciare dall’estrema cura per la selezione musicale, con la presenza di pochi brani celebri, ma d’impatto e posizionati in punti nevralgici della progressione narrativa. La scena di canto sguaiato non c’è, ma non manca invece il balletto innestato surrealisticamente nel racconto, questa volta sulle gioiose note di She’s a Rainbow dei Rolling Stones, riutilizzata poco più avanti anche con accezione meravigliosamente struggente. E poi c’è un momento padre-figlio che farà vibrare i cuori a tutti quelli, come il sottoscritto, che non possono più viverli (ma non solo, naturalmente): una trasferta in Spagna, a San Sebastian, per assistere al concerto di Bruce Springsteen, sempre sfiorato dal vecchio genitore ma mai ammirato dal vivo. Sulle note di Hungry Hearts (non a caso il titolo di uno dei racconti della raccolta di Nevo) l’abbraccio tra due generazioni è simbolico a più livelli. La città spagnola si conferma, ancora una volta, vigile nel finanziare i grandi registi per farsi buona pubblicità, come già accaduto proprio con Woody Allen e il suo Rifkin’s Festival, totalmente ambientatovi. Ma questo viaggio ci ha ricordato ancora di più e ancora una volta Verdone e i suoi on the road con grandi esponenti della commedia romana delle precedenti generazioni, come la sora Lella (e, di conseguenza, la famiglia Fabrizi) e Alberto Sordi; Girardot-Garrel (e l’ombra di Garrel padre) è un abbraccio e insieme una sorta di passaggio di consegne.
L’attesa qui a Venezia per il ritorno di Nanni era percepibile e spasmodica, da totale catalizzatore di ogni altro elemento presente nel film. Una prova? NESSUNO ha sollevato la questione, né in conferenza e né altrove, della nazionalità di Nevo e delle sue posizioni sul massacro a Gaza (e, per cortesia, non iniziamo adesso). Si è invece parlato di amour fou, di destino, di rapporti umani, di quell’intreccio tra finzione ed autobiografia che è sempre stato il cinema di Moretti. E ci è sembrato semplicemente perfetto il congedo dell’autore dalla conferenza stampa lidense: «Oh, che peccato, non c’è stato il tempo di parlare del governo in carica», dicendo tutto senza bisogno di dire nulla. Come sempre lucido, preciso e preveggente, e questa volta più che mai pieno d’amore.
Donato D’Elia